Lunedì film – La principessa Mononoke – Hayao Miyazaki

Che lo so che oggi è martedì ed il mio sembra solo un modo per inserire biecamente un link al “progetto” lanciato da iome (tiè, eccolo qua), ma il film l’ho visto ieri sera ed è finito giusto quella decina di minuti prima di mezzanotte: quindi ci sta tutta, che sia stato il mio film del lunedì, e che voglia raccontarvelo (sperando di non dirvi troppo, né troppo poco: se, come senza dubbio accadrà, rileverete qualche imperfezione o passo oscuro, sappiate che è dovuto a questa duplice necessità).

Prima, banale domanda: mi è piaciuto? Sì, mi è piaciuto, e neanche poco. Fate conto che, appena sono partiti i titoli di coda, ho pensato che avrei proprio voglia di recuperarli tutti, i film di questo simpatico signore giapponese coi baffi, e spararmeli uno dopo l’altro, in ordine rigorosamente cronologico, per i prossimi lunedì che seguiranno, da qui all’eternità. E fate conto che di solito io non faccio progetti che vadano oltre i dieci minuti, e che l’omnismo (neologismo creato al momento per intendere quella tendenza a dover conoscere tutto di un autore) rappresenta per me più o meno l’equivalente di un caimano da centottanta chili attaccato ai didimi.

Cosa mi è piaciuto, del film? Tanto per cominciare, il finale: perché, a conclusione di un’opera di una tale ingenuità (sia inteso il termine nella sua migliore accezione), mi aspettavo il finale consolatorio, alla Disney, con i cattivi che vengono sconfitti, i buoni che coronano tutti i loro sogni ed il ritorno allo status quo: ed invece no, non va così, ed anzi si rimane nel dubbio (o almeno, io ci sono rimasto) su quale, ad esempio, sarà il futuro di Ashitaka, che del film è il vero protagonista, oltre che il personaggio più puro (memorabili, in questo senso, le parole del Dottor Manhattan: ‘ “Da che parte sta?”, si chiedono gli uomini di Eboshi –ed anche noi- quando lo vedono sforzarsi per aiutarli. Da quella di tutti’). Meno ancora, si persegue la strada del finale pregno di spiegazioni o morali non richieste: certo, la morale del film esiste, ma non è quella, banale, che ci si potrebbe aspettare da un film che fa della difesa della natura la sua ragion d’essere.

Miyazaki, infatti, si guarda bene dall’instupidire il messaggio proponendo una divisione netta tra natura e progresso, tra gli spiriti (e la ragazza) che difendono la Foresta del Dio Cervo e gli uomini di Eboshi che, invece, tengono all’indipendenza che hanno conquistato grazie al ferro che ricavano dilaniando la foresta stessa: tra gli spiriti, infatti, combattono anche personaggi di dubbia moralità (le scimmie e gli stessi cinghiali, ad esempio), e viene sottolineato in maniera efficacissima che lasciarsi corrompere dalla propria dedizione per la causa, anche qualora questa causa sia giusta, rischia di trasformare se stessi e coloro che al nostro fianco lottano per quello che considerano un fine superiore in veri e propri demoni, la cui ira ricade non su chi la meriterebbe, ma su degli innocenti. Dall’altra parte, non si riesce ad “odiare” del tutto gli uomini e le donne di Eboshi. perché questi sono dei “perdenti” che hanno ritrovato la propria indipendenza e costruito il proprio paradiso di riso distribuito nelle strade e signore perennemente discinte col sudore della fronte, strappando le proprie conquiste palmo a palmo a spiriti che, seppure benevoli, possono anche divenire inquietanti e pericolosi (vedi Colui che cammina nella notte), molto più di un signorotto che li attacca per le proprie mire espansionistiche.

Perché nel film, alla fine, sono il “potere centrale” dell’imperatore (che non desidera altro che un trofeo per accrescere il proprio prestigio) e dei suoi scherani, il vero nemico: tanto di San (che è la Principessa Mononoke del titolo, nata umana ma cresciuta dai lupi e, quindi, ponte tra entrambi i mondi), e della stessa Città del Ferro.

Eboshi, infatti, che di questa città è la padrona, non agisce come agisce perché assetata di potere o desiderio di conquista, o almeno non solo; la sua, piuttosto, sembra essere un’ossessione che non riesce a tenere a freno, un’ossessione che la spinge a desiderare la morte di colui in nome del quale Mononoke (sbagliando, ci viene fatto capire benissimo) va a tentare di assassinarla nel proprio letto una notte sì e l’altra pure. Ma che Eboshi non sia malvagia, ce lo fa capire il modo in cui tratta le sue operaie (anzi, le sue cittadine), che ha sottratto ad una vita di schiavitù acquistandole una ad una; e, soprattutto, ciò che dice nel finale.

Non vorrei, tuttavia, che sembrasse che tale film sia un film “a tema”, un pamphflet (per quanto atipico) travestito da racconto: al contrario, esso è anche una grande storia, una fiaba non convenzionale ed a volte anche cruenta, che della fiaba svolge la funzione primeva: confrontarsi con i dubbi che rodono l’animo umano, e realizzare in questo modo una catarsi (pur non riuscendo ad offrire risposte)

Film perfetto, dunque? No: personalmente, ci ho visto almeno tre difetti.

L’uno è l’ingresso dei personaggi ex abrupto. Io sarò integralista, ma ritengo che non si possa raccontare bene una storia se non si ricorre al “fucile di Cechov“: per cui, se un personaggio sarà fondamentale nella storia, tu devi farmelo comparire non dico dalla prima scena, ma almeno considerevolmente prima di quando si troverà a svolgere il suo ruolo. Con San si segue questa strategia; con molti altri personaggi (vedi Hokkoto ed il suo popolo, ad esempio), no.

Ovviamente, vale anche il viceversa: se tu introduci del personaggi, io presumo che “serviranno” a qualcosa, non solo ad uno scambio di battute con i protagonisti. Ed anche qui, c’è un caso in cui la “regola” viene rispettata, ed almeno un altro (la tribù delle scimmie) in cui dei personaggi su cui avevo fantasticato ogni possibile sviluppo vengono gettati nella mischia, si prendono un sacco di “Ma va che stronzi!”, e poi via, spariscono senza lasciare tracce. Da un signore che ha vinto un Oscar io questo non me lo aspetto.

Il secondo difetto è una certa lentezza della prima mezz’ora del film, che per arrivare “al punto” la prende da lontanissimo, come mia nonna quando mi racconta di come ha conosciuto mio nonno. Sapere tutto della famiglia di Ashitaka, sui riti del suo villaggio, su quale sia il popolo a cui appartiene e su a che ora faccia i propri bisogni il suo stambecco da battaglia Yakul me ne frega il giusto, visto che l’azione principale si svolgerà altrove, e tutte queste informazioni non mi torneranno minimamente utile per comprenderla. Sarò in malafede, eh!, ma io sono portato a pensare che tu stavi solo cercando un modo per allungare il brodo e far durare l’incipit un po’ di più. Soprattutto quando poi fai dire ad un personaggio che, molto lontano, ad Occidente, si trova la Foresta del Dio Cervo, ed Ashitaka ci arriva dieci cinque tre minuti dopo.

Ma, d’altronde, tale lentezza potrebbe essere vista da alcuni come un punto di forza, e non come una debolezza; le ottomilacinquecento serie tv per cui si grida al capolavoro ci hanno abituato in fin dei conti proprio a questo, ad una sequenza di nulla – dialogo finto filosofico – nulla – nulla – nulla – CLIFFHANGERONE DI FINE PUNTATA!!!, che ha creato tutto un pubblico che ama il nulla (e dunque la lentezza) pucciato nel “Nonfatevifarespoiler! (che sennò vi rovinate l’unica cosa che c’è in questa serie)” (era una vita che aspettavo di sollevare questa polemica), e molti dei neonerd che amano quelle serie hanno anche eretto Miyazaki (e questo film in particolare) a sacro totem della loro cultura.

Questo è il terzo difetto che trovo in Mononoke: quello di essere un film su cui si sente raccontare molto, forse troppo. Ma, riflettete su questo: se, nonostante ciò, è riuscito a piacermi, dev’essere davvero, davvero un gran film.

P.S.: dopo i Venerdì del libro ed il Lunedì film, manca solo “Un disco per il mercoledì”. Che faccio, comincio?

8 thoughts on “Lunedì film – La principessa Mononoke – Hayao Miyazaki

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