Un disco per il mercoledì – Blonde on blonde – Bob Dylan

Visto che me l’hanno chiesto in molti (non è vero, me l’hanno chiesto solo in due… anche se dire solo riferendosi ad amme ed iome è peccare di ingratitudine e miopia), eccomi qui ad iniziare questa nuova rubrica, che vedrà la comparsa di nuovi episodi ad intervalli assolutamente casuale, tranne che per un fatto: tutti verranno pubblicati di mercoledì. Che sennò il nome della rubrica che ce l’ho messo a fare?

Bene, quindi andiamo ad iniziare. Non è la prima volta che inondo l’Internet con i miei sproloqui a proposito di ciò che penso della musica: in tutti i casi, l’ho fatto sempre partendo da un disco. Questo:

Bob_Dylan_-_Blonde_on_Blonde

Blonde on blonde, di Bob Dylan. Perché sempre questo, vi chiederete voi. Ed io vi rispondo, che non sto mica qui a pettinare i tirannosauri.

Blonde on blonde è il mio disco preferito di Dylan. Oh, al diavolo: Blonde on blonde è il mio disco preferito in assoluto. Più di III degli Zeppelin, più di Hai paura del buio degli Afterhours, più di Epica dei Kamelot. Blonde on blonde è stato il primo disco per cui ho pensato: “l’uomo che ha scritto questo non dev’essere un uomo” (Dylan mi ha iniziato al paradosso). Blonde on blonde era il disco che girava una delle prime volte che ho fatto l’amore, e nel buio della mia stanza le note di quell’organo rimbalzavano come se le pareti fossero fatte di gomma. Blonde on blonde è stato l’album che ha fatto a me l’effetto che a Bruce Springsteen ha fatto Like a rollin’ stone, la leggendaria canzone che apre un altro capolavoro dell’autore (che qualsiasi altro titolo sarebbe riduttivo, dedicato a quel signore che vedete con la sciarpa in quella foto sgranata) di Duluth, Highway 61 revised: “è stato come se qualcuno mi avesse spalancato le porte della mente con un calcio”. Sarà stato che avevo diciassette anni. Sarà stato che ancora pensavo di poter cavare dalla mia chitarra qualcosa di più delle cacofonie che ne cavavo allora e continuo a cavarne oggi. Sarà stato che pensavo ancora di poter diventare poeta. Sarà stato che in quel momento, mentre le ragazze cominciavano a smettere di essere per me degli enigmi ed io iniziavo a pensare con i polsi che tremavano (non hanno più smesso… in senso metaforico, ovviamente) che, sì, avrei potuto fare il medico, Dylan mi ha detto esattamente le fottute parole che volevo sentirmi dire: sta di fatto che se questo non l’ho sentito solo io, c’è solo una spiegazione. Dylan è un genio. E se volete un’altra prova, eccola: mi avete mai sentito raccontare così liberamente i fatti miei? Appunto.

Certo, al di là di queste motivazioni “emotive”, ci sono anche tante motivazioni “razionali” per cui la storia della musica si divide in prima e dopo Blonde on blonde (questa pure, è una cosa che dico spesso): l’album in questione è stato uno dei primi album doppi della storia del rock (anticipato di pochi mesi da Freak out di quell’altro geniaccio di Frank Zappa, che senza dubbio, pure, avrà un posto in questa rubrica), ed anche uno dei primi a non essere semplicemente una raccolta di riempitivi scritti per essere azzeppati dentro i solchi di un vinile insieme ad un singolo di successo. Per quanto mi riguarda, Blonde on blonde è un’unica canzone che dura un’ora (l’ultimo brano va considerato a parte, e più avanti dirò perché), in cui Dylan racconta, in breve, tutta la storia del mondo. Dentro Blonde on blonde troverete di tutto, amore, morte, disperazione, allegria, uomini che piangono, donne che sono dee e donne che sono puttane, droga, sesso e tanto, tanto rock ‘n’ roll; e Dylan si diverte un mondo a raccontare tutto ciò, ed io, ogni volta che risento questo album (e capita sovente), non posso fare a meno di immaginarmelo, questo giovanotto coi capelli spettinati a cui nessuno avrebbe dato una lira, che si avvicina il microfono ed inizia a cantare Sooner or later sghignazzando come un bambino che sta per fare una birbonata.

Oh, a proposito: rock ‘n’ roll. Questa è la parola chiave. Perché Blonde on blonde segna anche l’apice di quella che è la svolta elettrica di Dylan, cominciata al festival di Newport del ’64 (quando i pacifici fan del folk volevano spaccargli in testa la chitarra elettrica con cui si presentò sul palco, probabilmente) e continuata con i due dischi che precedono questo (e sono eccezionali anch’essi), Bringing it all back home ed il già citato Highway 61 revised. Accade un bel giorno che Dylan si stanca di essere il bravo ragazzo del folk, quello che esegue il compitino e che si uniforma a quello che fanno tutti: forse perché molti di quelli che intonavano le sue canzoni “di protesta” (Dylan negherà sempre di aver mai scritto canzoni di protesta), alcune delle quali (Times they are a’ changin’, A hard rain’s gonna fall) sono comunque splendide, non erano poi troppo diversi dai leoni da tastiera nostri contemporanei che cliccano “Parteciperò” su Facebook e poi non li vedi più. Forse perché lui non ci tiene ad essere “solo” quello. Forse perché ci sono altri modi, più radicali, di protestare (da questo momento in poi, Dylan diventerà l’incubo dei giornalisti). Forse perché “non hai bisogno di un meteorologo, per sapere da che parte spira il vento”. Forse perché quel ragazzo (aveva la mia età, quando questo album uscì) aveva intuito di avere un appuntamento con la Storia.

Sì, perché questo album ha solo un piccolo, ridicolo merito: quello di aver trasformato il rock ‘n’ roll in Arte. Dylan ha fatto questa semplice cosa: ha preso Elvis, che era la colonna sonora del tempo libero di un sacco di sfaccendati ragazzi bianchi del Sud, l’ha mischiato con una dose abbondante di poesia (da Rimbaud a Whitman passando per Dante, è inutile star qui a fare l’elenco), ci ha aggiunto la sua naturale irriverenza ed il suo genio (musicale, prima che poetico), ed ha tirato fuori il disco più bello che sia mai stato scritto. Ha scosso il mondo della musica fin dalle sue fondamenta: senza questo album, nessuno avrebbe mai preso sul serio il rock. Senza di lui, scordatevi i Beatles di Rubber Soul e Sgt. Pepper, scordatevi tutti gli album degli Zeppelin, scordatevi i Pink Floyd, scordatevi tutto il metal, scordatevi Bitches Brew ed una cifra di altra roba. Senza questo disco, scordatevi la mitologia di Bob Dylan, l’uomo che protestò contro la guerra in Vietnam, non rispose mai ad un’intervista in modo comprensibile, che fece un incidente con la moto, che d’improvviso si convertì al cristianesimo radicale per cambiare idea dopo tre (orribili) album, cominciò a vivere in tournée e, en passant, passò nella cameretta di uno sfigato ragazzo diciassettenne e gli cambiò la vita, una volta e per sempre. E che gli fece pensare: “Ma che cazzo, non può essere che questo disco sia stato scritto quarant’anni fa!”.

Chiedermi di scegliere una canzone, da questo disco, che possa rappresentarlo è come chiedere ad una madre chi è il suo figlio preferito: le canzoni sono tutte splendide, con quelle esse sibilanti (che pare una cazzata notarlo, non fosse che Dylan ha avuto modo di dire spesso che sceglie le parole per come suonano, e non per quello che significano), l’organo divino di Al Kooper che ti trasporta verso le vette del cielo, la chitarra mai invadente, l’armonica che spunta fuori all’improvviso, quando proprio non te l’aspetti, e con una stilettata ti trafigge tra la quarta e la quinta costola, sul lato sinistro del petto. Ma, dovendo scegliere, io non posso che citare l’ultima, Sad eyed lady of the lowlands, che Andrea Fedeli, di Ondarock, definisce qui: “la più bella canzone d’amore della storia della musica popolare”. Be’, lasciatemi dire che  si sbaglia: Sad eyed lady of the lowlands non è la più bella canzone d’amore della storia della musica popolare: è la canzone d’amore più bella che sia mai stata scritta punto. Anzi: è la cosa d’amore più bella che sia mai stata scritta punto. E ci provassero quelli che dicono che Dylan è un dinosauro lamentoso, a fare altrettanto.

Ecco qua. Non è necessario compilare moduli di iscrizione o versare quote per partecipare a questa bizzarra iniziativa: basta che di mercoledì (ma anche di giovedì, su, non stiamo a spaccare il capello in quattro) scriviate una recensione (più o meno: che, questa vi pare una recensione?) di un disco e la pubblichiate sul vostro blog. Poi, se volete, inserire un link o commentare sotto il più recente articolo presente della rubrica Un disco per il mercoledì. Provvederò a fare una raccolta della nostra discoteca. Cioè, più o meno. Cioè, quando ho tempo. Cioè, se non volete mettere un link al mio sito che vi sembra vi stia sfruttando per farmi pubblicità, va bene, eh!

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6 thoughts on “Un disco per il mercoledì – Blonde on blonde – Bob Dylan

  1. Sei un grande. l’ho letto tre volte, per capirlo fino in fondo, e quindi posso affermarlo, sei un grande. Alla prossima, contribuisco. Ho già una mezza idea. E son lusingatissima, pure io

  2. Pingback: prima che la notte | ammennicolidipensiero

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