Kobane Calling (I venerdì del libro)

Questo post partecipa ai Venerdì del libro. Perché per me non c’è bisogno di dare uno spazio speciale ai fumetti: per me i fumetti sono libri. Checché ne pensi ammenicolidipensiero. A cui, comunque, questo post è dedicato, con affetto e gratitudine.

Come dicevo qui, il fatto che “Kobane Calling”, il fumetto che Zerocalcare ha scritto e disegnato per Internazionale a proposito della sua esperienza a pochi chilometri dalla città diventata simbolo della resistenza all’ISIS, sia andato esaurito in un battito di ciglia, è stato per me l’evento del mese. E quindi, era pure ora che ne parlassi (anche perché, da quando sono riuscito a metterci le mani sopra, ho riletto la storia almeno tre volte).

Cominciamo col dire una cosa: di solito, mi sta fastidio quando la moda e l’hipsterismo fagocitano le cose che mi piacciono. Per Zerocalcare, tuttavia, sono disposto a fare un’eccezione. Questo perché, tanto per cominciare, Zero se lo merita, di avere tutto il successo che ha (anzi, forse è ancora poco): si è fatto un mazzo così per arrivare dove è arrivato ed ha tanto di quel talento che potrebbe metterlo legittimamente in dubbio solo qualcuno disposto ad usare il suo cane guida per difendersi. In più, ha fatto qualcosa che pochissimi autori sono stati capaci di fare: ha elaborato un linguaggio che è suo e suo soltanto, ed in cui, nonostante ciò, chiunque può riconoscersi. Scusate se è poco. E questo, per quanto riguarda i meriti dell’autore, in generale. Sui meriti della storia in questione, in particolare, non è necessario dilungarsi più di tanto: “Kobane Calling” è un fottuto capolavoro come non se ne leggevano da anni. E non solo per quanto riguarda i fumetti.

Già il fatto che Zerocalcare abbia deciso di raccontare Kobane, e quindi la lotta all’ISIS, in modo tanto diverso da come lo abbiamo sentito raccontare da praticamente qualunque fonte nell’ultimo anno, gli avrebbe già fatto meritare un sei d’ufficio, per il coraggio ed il ribaltamento di paradigma. Che l’abbia fatto senza muoversi di un passo dal suo stile abituale, porta il voto fino a sette, e le scene di resistenza che così delicatamente ha tratteggiato (e soprattutto l’epilogo), in mezzo alle sue usuali vignette umoristiche, lo fanno levitare almeno fino ad otto e mezzo/nove. Ed al dieci, che è il valore che ci si aspetta da un capolavoro, cos’è che lo innalza? Semplice: il suo peso specifico.

“Kobane Calling” ha infatti un peso specifico di quelli che farebbero impallidire il platino (per raffronto); o, se preferite che lo dica in altro modo, in una sua singola vignetta di “Kobane Calling” c’è tanta di quella roba, quanta non ce ne sarebbe entrata in quindici – venti “Infinite Jest”. C’è, intanto, la riflessione dell’autore su se stesso, sull’infantilismo che non riesce a sconfiggere del tutto, sulle sue idiosincrasie, sulle sue abitudini, sulle sue ossessioni e, ovviamente, sul rapporto con il suo modo di fare fumetti (“E adesso chi è il fumettista disimpegnato? So’ stato a Kobane, ammerde!” dev’essere una risposta che da a se stesso prima che ai soliti critici bastiancontrari). E c’è, poi, una forma di psicanalisi che tenta di spiegare quel bisogno di andare lì, a pochi passi dall’inferno, a vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie.

Ma Zero non è solo se stesso, Zero è anche tutti noi, occidentali viziati e annoiati dal nostro benessere. Ma con una differenza: lui parte e va. Fino a Kobane per mettere in discussione i pregiudizi e le idee errate che ci siamo fatti, noi e lui, sui musulmani ed anche sull’ISIS. O, sarebbe forse meglio dire, che non ci siamo fatti: che il sentimento più diffuso, a proposito di quanto accade oltre venti chilometri al di fuori delle nostre coste (se si escludono le navi commerciali impegnate in “missioni anti-pirateria”, ovviamente), è la totale indifferenza. Senza che questo, è chiaro, ci impedisca di pontificare sull’islam, sui suoi “pretesi moderati”, sugli obblighi che avrebbero nei confronti di quell’occidente buono che li accoglie e li aiuta quando ne hanno bisogno. Dimenticando che in quelle terre, a combattere contro l’ISIS, non ci stanno solo gli americani, che al più sparano qualche colpo senza crederci troppo, ma soprattutto tanti musulmani. E tante musulmane (ed è agli occhi di una di queste, che viene dedicata la chiusura della storia).

Zerocalcare affronta questa tendenza di petto, e la presa in giro che le rivolge è di quelle che ti fanno cadere dalla sedia e rotolare sul pavimento reggendoti la pancia: un breve inserto in cui, coadiuvato dal fido Armadillo (che sarebbe, in pratica, la sua coscienza), spiega (circondando tutto col “bordo grigio delle pubblicità su Youtube”, così chi sa già può saltare avanti) a tutti coloro che potrebbero pensare a “un gioco di parole, tipo Kurt Kobane”, cosa siano la città in oggetto, ed il Rojava, ed il perché, ecco, semmai saremmo noi che avremmo qualcosa da imparare da loro, e non viceversa. Fermo restando che un noi ed un loro non esiste. O almeno, la distinzione non è quella che pensiamo.

Uno dei meriti maggiori di questa storia è infatti quello di prendere la “narrazione tossica” che i media hanno fatto di questo conflitto, come dell’ennesimo “scontro di civiltà” tra dei poveri uomini amanti della libertà da un lato e dei mostri metafisici che incarnano il male assoluto dall’altro, e di riportarlo su un piano terreno: usando, innanzitutto, l’arma del ridicolo. Zerocalcare si permette (e, Dio, quanto ci sarebbe bisogno di qualcun altro che, con la sua visibilità, si permettesse di fare altrettanto) di disegnare i jihadisti come i nemici di Ken il Guerriero, e di dire che ne vorrebbe vedere (e raffigurare) uno in mutande, o mentre in ciabatte porta fuori la spazzatura, per dimostrare la “banalità del male” su cui è stato scritto uno dei saggi più belli del Dopoguerra.

Ancora, nel finale della storia, traccia (in modo nascosto, ma efficace) un parallelo tra questi criminali, e quello che rappresenta, a ben vedere, il loro ignobile padre ideologico: il fascismo. I miliziani dell’ISIS saranno islamici, leggeranno il Corano, pregheranno cinque volte al giorno rivolti verso la Mecca ed avranno l’obbligo della jihad (che, a titolo di chiarimento per chi non legge gli inserti circondati dal grigio delle pubblicità di Youtube, non significa guerra santa, ma obbligo), ma non è questo che li rende ciò che sono. No, è il fatto che si ispirino all’imperialismo che a parole dicono di voler combattere, a quanto i nazisti fecero in Polonia, Austria, Francia e a quanto gli italiani (sì, gli italiani) fecero in Jugoslavia e Libia. E a quel complesso di “idee” (si scusi il termine) che a quei fatti stava dietro, e che è ancora presente e sotterraneo, che informa i pensieri di tutti noi e ci spinge a creare ignobili gruppi Facebook ed a chiedere che i migranti vengano fatti affondare in mare e morire.

Questi signori curdi che si battono contro l’ISIS si battono anche contro di noi, signori, è questo che ci dice Zerocalcare (o, almeno, contro qualcosa che nel corso della nostra storia siamo stati anche noi, ed in parte siamo ancora); contro di noi, e contro chi abbiamo messo in quella zona a difendere i nostri meschini interessi (vedi la scena del blackout).

I resistenti, per altro, sono le figure più intense ed umane che il fumetto contenga; anzi, sono intense proprio perché umane. Non hanno nulla a che fare con quanto uno si aspetterebbe sia un eroe, a causa di duecento anni di propaganda prima savoiarda, poi fascista, quindi americana: nessuno di loro è Rambo, sono persone normali che si sono trovate in una situazione straordinaria, e che hanno capito che al terrore ed alla violenza si risponde, anche quando si è costretti a prendere in mano delle armi, anzitutto con una rivoluzione culturale e politica. È inutile ammazzare Bin Laden, ci dice Newroz (una delle resistenti), se poi due anni dopo viene l’ISIS, perché le condizioni che hanno permesso l’affermazione dello “sceicco del terrore” (leggi: imperialismo occidentale) non vengono estirpate.

Tutto questo vi pare ancora poco? Be’, probabilmente avete ragione. Ma è poco perché lo state leggendo sul blog di un pirla che non è capace di scrivere e disegnare bene quanto Zerocalcare. A cui, per trasmettere un decimo della mole di robe (ed uso il termine in senso del tutto positivo, sia chiaro) che trasmette lui, servirebbero almeno cento volte lo spazio di “Kobane Calling”: cioè, più o meno, un quattrocento-quattrocentodieci pagine. Oh, già, perché non lo si è detto: questa MERAVIGLIA (e voi sapete che io non uso mai questo termine a caso) sta tutta in quarantuno pagine. Che prima o poi, lo spero e lo voglio, finiranno in un volume che chiunque potrà comprare e leggere. Quando accadrà, compratelo. Se non accadrà, potremo organizzarci in altro modo (*occhiolino*). Ma il mondo sarà più povero, ed io mi incazzerò molto: perché l’hipsterismo avrà vinto su un’opera che tra quarant’anni (anche prima, e occhio, luogo comune in arrivo) starà nei libri di storia della letteratura. E non solo.

Se anche stanotte durasse cent’anni

staremo svegli abbracciandoci al buio

il nemico è alle porte della nostra città.

Se anche stanotte durasse cent’anni

staremo svegli abbracciandoci a un sogno

che ha una scritta sul volto

da qui non si passerà.

– Atarassia Grop, L’Oltretorrente (Parma 1922)

6 thoughts on “Kobane Calling (I venerdì del libro)

  1. sottoscrivo ogni singola parola (nonostante il commento al libro sia più lungo del libro medesimo). 😉
    p.s. una, doverosa, precisazione: non credo d’aver mai detto che per me i fumetti non siano libri, anzi… sarebbe riduttivo. maus non è “una bellissima graphic novel”, è tra i libri imprescindibili usciti nel secolo scorso. semplicemente, avrei ritagliato il giorno dedicato per conoscerne ancora di più 😛
    (e grazie, naturalmente)

    • Come dicevo, non penso la cosa sia un problema: ha avuto talmente tanto successo, e contemporaneamente c’è così tanta gente che lo voleva ed è rimasta senza, che un’edizione in volumetto mi sembra praticamente d’obbligo.

      Se così non fosse… quale modo migliore di augurarti il benvenuto su questo sito, che renderti partecipe di questo capolavoro? 😉

  2. Visto che sono snob, Zero non l’avevo mai considerato, e pure su Internazionale -di cui ho l’abbonamento- mica lo avevo letto, perchè inzomma, maddai, anche qui adesso. L’ho letto un mese dopo, quando gli amici me lo chiedevano sapendo del mio abbonamento. Ho detto, aspetta che prima di darlo via gli do una letta. E son rimasta balba. Poi non l’ho più dato via. E quando raggranello un ventino mi prendo “dimentica il mio nome” che mi sa che vale altrettanto la pena.

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