L’Estraneo

L’Estraneo aveva un aspetto dimesso e mediocre, che forse non sarebbe stato adatto neppure ad un Cavaliere di Bronzo. Tanto che, quando si presentò alla porta della sua casa, Deathmask, Cavaliere d’Oro del Cancro, pensò che fosse stato inviato a consegnare un messaggio, o qualche incombenza del genere. Lo guardò quindi con curiosità, più che con sufficienza; non di meno, rise, quando lo vide mettersi in posizione di combattimento.

“Tu osi sfidare me, insolente?” gli domandò. “Sai chi io sia? Conosci le mie gesta? Osserva!” comandò, stendendo un braccio ad indicare la parete che preferiva della sua Casa. “Quelle che vedi sono le teste dei più nobili dei Cavalieri che hanno avuto l’audacia di sfidarmi. Scrutali, in essi riconoscerai il volto di molti di cui tu, povero insetto, hai udito parlare nelle leggende. Rifletti, dunque! Se non hanno avuto speranze loro, che pure erano tanto grandi, speri forse di averne tu? Capita di rado che io mostri compassione: approfittane, Cavaliere, torna sui tuoi passi”.

Un lieve movimento della mano bastò, per deviare il colpo dell’Estraneo. Ma a quel punto, combattere era inevitabile.

Sprecare Cosmo per quell’individuo (di cui ignorava nome ed intenzioni, perché non aveva ancora aperto bocca) gli pareva superfluo. Gli pareva superfluo, in realtà, anche solo alzare le braccia. Un fiato sarebbe stato più che sufficiente per ucciderlo. Letteralmente.

Protese le labbra e soffiò. La lama d’aria attraversò lo spazio che li separava, infrangendo la velocità del suono: presto avrebbe incontrato il collo dell’Estraneo, ne avrebbe lacerato pelle, muscoli, nervi e vasi sanguigni, e lui sarebbe morto prima di comprendere cos’era accaduto. Deathmask già vedeva il suo cadavere divorato da corvi e cani (quale prestigio avrebbe potuto ricavare, dalla testa di quella nullità?) quando, in modo del tutto imprevedibile, l’Estraneo mosse la testa. La lama d’aria lo oltrepassò, una ferita gli si aprì sullo zigomo, e sangue ne stillò: ma non era morto. Un morto non avrebbe potuto assestare a Cancer un calcio come quello che, l’istante successivo, lo fece barcollare.

Ma come diavolo…, quasi salì alle labbra del Cavaliere d’Oro. Ma non poteva concedere a quel Cavaliere la soddisfazione di sapere che lo aveva colto di sorpresa. Quindi si ricompose, e, sorridendo sarcastico, disse: “D’accordo, ragazzino, sei riuscito a portare un colpo. Ma non sperare che questo significhi qualcosa, né di poterlo raccontare ad alcuno. Ora ti mostrerò il potere e l’ira di un Cavaliere d’Oro!”. Non concluse neppure di parlare, che già l’Estraneo era caduto a terra, tentando di liberarsi dai legacci invisibili che gli immobilizzavano le braccia lungo i suoi fianchi e stringevano le sue ginocchia l’una contro l’altra. Subito Deathmask gli fu sopra: non voleva sprecare altro tempo. Lo rigirò con un piede, affinché vedesse il Cosmo che si concentrava nel pugno che, con forza forse eccessiva, abbatté sul suo petto.

Avvertì le placche dell’armatura che cedevano, ed aghi di cosmo che sfuggivano al suo controllo saettarono sul corpo dell’Estraneo strazziandogli il petto. Ma il colpo non lo attraversò da parte a parte, come avrebbe dovuto: lo sterno non si ruppe, il cuore non venne maciullato, le vertebre che osavano opporre resistenza al volere di un Cavaliere d’Oro non furono spazzate via. Deathmask rimase così, quasi ridicolo, con la mano chiusa e grondante di cosmo sospesa ad un millimetro dal centro della vita del suo avversario, mentre una forza che non comprendeva gli impediva di devastarlo.

Per un momento, fu solo la frustrazione a riempire la sua coscienza; la concentrazione venne quindi meno, e le corde di Cosmo si dissolsero. L’Estraneo tentò allora di abbatterlo con una sforbiciata, ma Deathmask fu più lesto e con un calcio lo colpì sul volto. Era una mossa dettata unicamente dall’ira e dalla stilla di paura che era scivolata nel suo sangue: e fu rassicurante, sentire il naso che si rompeva con un crac, ed i vasi della palpebra che si spalancavano in un ematoma. Presto il gonfiore gli impedirà di vedere da quell’occhio, pensò Deathmask, con incongruo senso di trionfo. Ma durò poco.

L’Estraneo gli afferrò l’altra gamba e gli fece perdere l’equilibrio: non cadde a terra, ma offrì il destro per un colpo di taglio alla spina dorsale, che scricchiolò in modo sospetto. Si voltò più veloce del dolore che la stava risalendo e, con tutta la forza di cui era capace, gli sferrò un manrovescio: l’Estraneo attraversò la Casa in volo, perse l’elmo ed urtò una colonna con la guancia. Due denti saltarono; con un po’ di fortuna, a breve, l’Estraneo sarebbe stato capace di retrarre anche l’altra palpebra da sopra l’occhio.

“Non sta bene” urlò allora il Cavaliere di Cancer, con un’euforia sospetta “che due Cavalieri si battano così, come balordi da strada. Mostrami cosa i tuoi Maestri ti hanno insegnato, Cavaliere: e non tentare di irridermi, o la morte, che, come ti ho dimostrato, ti raggiungerà in ogni caso, sarà lenta e dolorosa!”.

L’Estraneo parve assentire. Si rialzò e, sempre senza pronunciare parola, iniziò a compiere complicati gesti con la mano destra. Sembrava…

No! Non era possibile! Un Cavaliere di livello così infimo non poteva conoscere la Spada dei Sette Sigilli, non poteva averne appreso il rituale, non poteva avere il coraggio di affrontarne le conseguenze. Non poteva compiere la follia di usarla proprio contro di lui.

“Ti avevo ben avvertito di non prenderti gioco di me, Cavaliere! Ora assaggia la furia di Cancer!” stava per dire, quando l’Estraneo completò l’ultimo sigillo, e l’Ombra prese a sgorgare dal palmo della sua mano, e si dispose a formare una nera daga, dalla lama curva e tanto lunga che pareva perdersi nel nulla.

La Spada dei Sette Sigilli! La tecnica che conferisce al Cavaliere che la usa un potere superiore a quello della Morte stessa, il potere di annientare l’anima del proprio avversario! Chi aveva messo quell’uomo a parte di quel segreto? E lo aveva avvertito di ciò che il suo utilizzo comportava? Avrebbe voluto porgli quelle domande subito, ma non poteva: manovrata dalla mano dell’Estraneo, l’Ombra gli si avvicinava. Stava già assumendo le ingannevoli forme di ciò che era stato, e Deathmask sapeva che, se si fosse lasciato accecare da quelle visioni, non sarebbe stato in grado di imbastire alcuna difesa.

Egli, in virtù del suo ruolo di Signore dell’Ammasso del Presepe, era forse l’unico sulla faccia della Terra che era in grado di farlo: lasciò che il Cosmo uscisse dal suo corpo e si disponesse sul suo fianco sinistro, a formare una liquida, gelatinosa barriera. Poi, attese.

Quando le due forze si incontrarono, uragani vennero generati ed imperi abbattuti. La violenza dello scontro causò tremende inondazioni, e siccità dal lato opposto del mondo; Deathmask, rannicchiato a terra come un bambino nell’utero spaventoso di un mostro, osservava quella battaglia, sbigottito e svuotato: i suoi occhi non riuscivano a comprenderne che una frazione infinitesima, che tuttavia era già abbastanza per incrinare la sua sanità mentale. Urlò; e poi, per contrastare la vergogna di averlo fatto, urlò ancora. Proprio quando stava per abbandonarsi al delirio, tutto si concluse e l’Ombra svanì.

Ansante, il Cavaliere del Cancro si alzò in piedi, e lasciò che il suo Cosmo rifluisse dentro di lui. Guardò l’Estraneo, che aveva dipinta sul viso un’espressione di vago disappunto, aspettando: conosceva abbastanza la Spada dei Sette Sigilli da sapere che poteva essere eseguita solo a patto di sacrificare alle orride divinità che dimoravano negli Inferi una parte consistente della propria carne. Aveva visto il suo Maestro servirsene, ed uscirne con un braccio carbonizzato. Di un cavaliere di un rango tanto inferiore, probabilmente, non sarebbe rimasto che…

Quando vide che nulla accadeva, finalmente, Deathmask riuscì a dar voce alla domanda che stava alimentando la sua disperazione: “Ma chi diavolo sei tu?”.

L’Estraneo non perse tempo a rispondergli, evidentemente perché sperava che il suo gesto successivo fosse una spiegazione sufficiente. Ma il Cavaliere d’Oro decise di intervenire, prima che il suo avversario gli dimostrasse se aveva visto giusto, nel riconoscere in quel che stava facendo un rituale di cui lui non osava neppure pronunciare il nome a voce alta.

Sfruttando la sua capacità di muoversi alla velocità della luce, gli fu vicino prima che potesse anche solo contrarre un altro muscolo. Per buon conto, iniziò spezzandogli le dita di entrambe le mani. Quindi, prima che il rumore delle ossa rotte giungesse alle sue orecchie, con due pugni ben assestati si assicurò che davvero il Cavaliere non potesse più vederlo. Precauzione forse inutile, si rimproverò: non avrebbe mai potuto battersi alla pari con lui a quelle velocità, giusto? L’assenza di risposta lo atterrì, e lo spinse a terra. Prese quindi a tempestargli il volto di pugni, e non smise finché non fu sicuro di averlo reso anche quasi sordo. Semplicemente per sfregio, tentò di raggiungere anche altre zone del suo corpo: ma riuscì solo a lussargli una spalla e ad aprirgli uno squarcio nel ventre, prima che un animale fatto di Cosmo, di cui non riuscì a cogliere le fattezze, giungesse a separarli.

Sollevato, mentre scivolava sul pavimento, Deathmask chiese, direttamente alla mente dell’Estraneo: “Riesci a sentirmi, Cavaliere? Non negherò che tu ti sia battuto con valore, e che mi abbia sorpreso e, oh, quale dolore ammetterlo!, addirittura spaventato, come nessuno, neppure Cavalieri di grado molto superiore al tuo, erano mai riusciti a fare: senza dubbio, quando questo scontro sarà concluso, avrai diritto ad un posto d’onore, nella mia galleria dei trofei”. L’Estraneo sembrava laconico anche nel pensiero. Avvicinandosigli, Deathmask continuò: “Perché tu non ignori che, giunta a questo punto, la battaglia non potrà concludersi diversamente, vero? Certo, hai dimostrato di saper tenere testa a me, uno dei Cavalieri d’Oro, la guardia scelta del Gran Sacerdote, ed addirittura di saper ricorrere alla Spada dei Sette Sigilli, per di più, apparentemente, senza subirne danno alcuno”. Era ormai giunto ad un passo da lui e, mentre si preparava ad abbatterlo con un calcio tanto forte da spezzarlo in due, aggiunse: “Non voglio sapere come hai fatto ad apprendere i tuoi trucchi. Voglio solo che tu sia conscio che di questo si tratta, di banali trucchi che non ti salveranno dalla morte ora che, cieco e sordo, non hai modo di sapere quando e dove ti colpirò, a meno che tu non abbia anche…”. Fece echeggiare un lungo silenzio, quindi concluse: “Ma non puoi averlo. Addio, Cavaliere!”. Lasciò andare la gamba che aveva caricato, oltre che con la tensione dei muscoli, anche con tutta la sua sicurezza.

L’attimo prima, il suo piede stava per infrangersi contro le ossa del bacino dell’altro; l’attimo dopo, non incontrò che aria. L’Estraneo aveva compiuto un agile balzo per evitarlo.

“Ma come…” domandò il Cavaliere del Cancro, a voce alta, dimentico che l’altro non poteva sentirlo. “No! Non voglio crederlo! Non è possibile! Tu…”. Scosse la testa, parò un attacco, tentò di rispondere, il colpo andò a vuoto. Non poteva crederlo, ma non esisteva altra spiegazione: l’Estraneo doveva aver acquisito (nel giro dei pochi minuti che erano trascorsi da quando lo aveva accecato e reso sordo) il Settimo Senso, la superiore capacità che permetteva ai Cavalieri d’Oro di usufruire di tutto il proprio Cosmo, al punto da poter vedere e sentire anche senza ricorrere all’uso degli occhi e delle orecchie. La superiore capacità che lui aveva acquisito dopo quindici anni di ferreo addestramento.

E fu allora che, incomprensibilmente, Deathmask iniziò a ridere forte. E lo fece con tale intensità, con tale trasporto, che perfino l’Estraneo, che pure lo udiva a malapena e mai aveva abbandonato il suo cipiglio, da quando la battaglia aveva avuto inizio, parve sconcertato. “Ma bene, bene, Cavaliere! Ecco che tu mi costringi ad un’altra dura ammissione: mai mi era capitato prima, ma non posso che dirti che credo di non poterti sconfiggere. O, almeno, non in questa dimensione. Capisci cosa voglio dire? Credo di sì, a giudicare dal guizzo del tuo volto”. Non lasciò che l’Estraneo aprisse neppure bocca: aveva avuto tempo fino a quel momento, per parlare, e non l’aveva fatto. Ormai era troppo tardi.

“Strati di spirito!” urlò Deathmask, e tutto si spense.

L’assalirono per primi il pianto e lo stridore di denti. Non li udiva con le orecchie, ovviamente, e neppure con la mente, come aveva sentito Deathmask parlargli: era qualcosa di diverso, di più e allo stesso tempo di meno fisico. Sentiva l’infinita disperazione di quel luogo afferrargli le caviglie, come se volesse trascinarlo con se nella terra dalla quale pareva spuntare, poi arrampicarsigli lungo le ginocchia, paralizzargli la spina dorsale e riempirgli il buio che aveva dietro le palpebre di visioni che erano forse più terribili di quel che avrebbe visto se avesse potuto aprire gli occhi.

Fin troppo lentamente, con esili sussurri silenziosi, quella sensazione abbandonò il suo corpo, e fu sostituita dai rimpianti. Che gli parvero una liberazione, rispetto a quanto aveva provato prima, solo per il primo momento: poi, rivisse come se fosse proprio (anche se sapeva che non era così) il ricordo di quell’infanticidio commesso alla corte di Samarcanda, e della vendita come schiavo di quell’hittita dall’aria così innocente, e del coraggio che era venuto meno proprio al momento di dichiararsi alla più bella delle oiran di Shimabara, e della strage che si consumò di fronte al Tempio delle Iscrizioni, mentre Pacal, cadavere ormai da secoli, nulla poteva fare per impedirlo, e…

Ciascuna delle rimembranze lo colpiva come una frustata, in un punto ben preciso ed insieme su tutto il corpo. Piegato dalle bestemmie che le accompagnavano, l’Estraneo cadde in ginocchio: e fu allora che sentì le fredde mani afferrare le sue, ed una voce che suonava agghiacciante anche nella sua apparente gentilezza sussurrargli, dritto in fondo al cervello: “Benvenuto tra noi, fratello”, mentre, con forza irresistibile, iniziava a trascinarlo verso un luogo che non poteva vedere, ma di cui avvertiva la forza di orrida attrazione, ancora più grande di quella di un buco nero.

Lottava per divincolarsi, pur sapendo di non avere alcuna speranza: avvertire una presa sulle spalle, che veniva a sottrarlo da quella che lo stava trascinando verso il basso, infatti, sarebbe stato forse ancor peggio che scivolare lentamente dove quell’anima in pena (che di questo si trattava) voleva portarlo. E, come richiamata da quel pensiero, la presa arrivò, e d’improvviso tutti i lamenti che riempivano quel luogo cessarono, e l’unico suono che si poté udire fu la voce di Deathmask che, stentorea, così parlava.

“Che il terrore sia il giusto saluto per il vostro signore e padrone, spiriti dannati! Oh, quale peccato, Cavaliere, che tu non possa ammirare questo spettacolo: la Bocca dell’Ade! L’ingresso al mondo degli inferi che con le tue azioni millantavi di conoscere tanto bene, e di cui ora avverti tutto l’orrore! Quale piacere sarà per me vederti sprofondare in questo luogo da cui non potrai mai fare ritorno, perché vi è solo una persona che è in grado di farlo, e quella persona sono io, che ti ho spedito fin qui!”. Non seppe trattenersi dal ridere. “Sai, Cavaliere, è incredibile come a volte basti poco per invertire le parti: fino a pochi attimi fa, eri tu che atterrivi me. Ora… se solo potessi vederti! Eccoti lì, in ginocchio, circondato dalle immagini distorte di coloro che furono, e che fui io ad inviare qui, all’ingresso del regno più immenso che potrai mai contemplare, con la stessa tecnica che poco fa ho usato su di te, nella mia Casa! Vedi, io penso che dovresti sentirti onorato. Certo, stai per andare incontro ad un dolore inimmaginabile e senza fine… ma pensa: io, Deathmask, Cavaliere d’Oro del Cancro, mi sono trasportato fin qui, per vedere quelli che ormai sono tuoi fratelli accoglierti tra di loro! Non era mai capitato prima… e credo di poter dire che non capiterà mai più! Ed ora, addio, Cavaliere, è tempo di morire!”.

Lasciò andare la presa; l’Estraneo fece un violento scatto all’indietro. Spalancò la bocca, ma non urlò. Deathmask aveva visto abbastanza e, chiusi gli occhi, visualizzò la sua Casa. L’attimo dopo, non c’era più. La canea infernale riprese vigore.

Paragonato a quello che l’aveva accolto nella Bocca dell’Ade, il ritrovato silenzio della sua Casa suonò alle orecchie di Deathmask come un insopportabile frastuono, tanto dissonante e cacofonico che a malapena riusciva a percepire il battito del suo cuore, che pure era molto accelerato, e l’ansimo del suo respiro. Cosa causava quei sintomi? Sollievo? Soddisfazione? Stanchezza? Una paura che non era ancora riuscito a sconfiggere del tutto?

Dubbi lo avrebbero roso per il resto della sua vita: chi era quel Cavaliere? Da dove veniva? Come poteva conoscere la Spada dei Sette Sigilli? Come poteva essersi opposto agli assalti di un Cavaliere d’Oro, al punto da averlo spinto ad usare gli Strati di Spirito al massimo della loro potenza, spedendo nell’Ade non solo la sua anima, ma anche il suo corpo? Il suo corpo, già. Si voltò verso la sua galleria dei trofei, e provò dispiacere: la sua testa avrebbe dovuto fare bella mostra di se, tra quelle di coloro che Deathmask aveva sconfitto, e che rispetto a lui avevano una fama più grande, forse immeritatamente. Fu mentre fissava fissava gli occhi sullo spazio che avrebbe voluto dedicare a Volta di Ercole, l’unico altro uomo per sconfiggere il quale aveva dovuto ricorrere agli Strati di Spirito alla massima potenza, che si rese conto che gli mancava un gambale. Ma quando…

Il pezzo della sua armatura attraversò la grande sala, e venne ad atterrargli vicino. Atterrito, Deathmask si voltò.

L’Estraneo stava fuoriuscendo dall’ombra di una colonna come se ne fosse figlio. Il suo corpo era segnato dalle mille ferite che il Cavaliere d’Oro e le anime degli inferi gli avevano inferto, tanto che pareva appena uscito da un immane macello; e, senza dubbio, le ferite che non si vedevano erano ancora più estese. Ma eccolo lì, provato, senza dubbio, ma ancora intero e, soprattutto, vivo.

“Tu!” disse, guardando prima lui ed il suo polpaccio destro, ora nudo, dove il Cavaliere si era aggrappato per tornare con lui nel mondo dei vivi. Avrebbe voluto chiedergli, ancora una volta, com’era riuscito a fare quanto aveva fatto, quando lui stesso l’aveva visto precipitare verso il luogo del non ritorno; come aveva potuto avvinghiarsi alla gamba del Cavaliere d’Oro senza che lui lo vedesse. Ma non ne ebbe il tempo, né il coraggio.

Non lo coprì con la sua prosopopea. Non gli illustrò quanto stava per fare. Non spese le sue parole a fargli complimenti, o a coprirlo di improperi. Semplicemente, aprì le mani verso di lui ed urlò, come un folle sulla piazza che annunci che il mondo sta per finire: “Apertura della Sacra Porta!”. Non fece in tempo a finire di pronunciare quella formula proibita, che il colpo rimbalzò addosso all’Estraneo, ed egli fu invaso dalle sue sensazioni. Udiva voci, richieste di aiuto, preghiere. Sentiva mani che lo strattonavano da ogni lato. Ma era incapace di alzare gli occhi dalle sue mani, quelle mani che parevano uguali a quelle di tutti gli uomini e che, pure, vedeva ora come strumenti di salvezza e morte.

Sconfitto, cadde a terra sulla schiena. Aprì le braccia, arrendendosi, e mormorò: “Hai vinto, Cavaliere. Vieni a finirmi”. E, giuntogli sopra, finalmente, l’Estraneo parlò.

“Non ho alcuna intenzione di finirti, Deathmask. A dirtela tutta, non avevo neppure intenzione di battermi con te, e non l’avrei mai fatto, se solo non mi fosse stato riferito che non c’è compromesso o dialogo che tu accetti, e che l’unico modo in cui avrei potuto chiederti ciò che volevo chiederti era sconfiggerti, visto che l’unica lingua che tu parli è quella della battaglia”

“Cosa? Tu… cosa vuoi… ma come hai fatto a respingere l’Apertura della Sacra Porta…”. Le frasi giungevano alle sue labbra, una dopo l’altra. Era incapace di comprendere quel che succedeva.

“Non l’ho affatto respinta. Il colpo mi ha colpito in pieno, e senza dubbio avrebbe polverizzato tutto ciò che costituisce quel che io sono, se solo l’Apertura della Sacra Porta… la sua base è la paura, non è vero? Un unico, immenso fiume di paura che si abbatte sul corpo e sull’anima del malcapitato con cui il Cavaliere d’Oro del Cancro, l’unico che sappia utilizzare quella tecnica, si sta fronteggiando. Vedi, avrebbe funzionato, se solo io non vivessi quotidianamente immerso nella paura. E, bada bene, non la paura che vive un uomo che cammini di notte in un vicolo oscuro, o quella che ci coglie quando ci troviamo di fronte ad un animale selvaggio rinchiuso in gabbia. No, Deathmask, io parlo della paura che viene da dentro, la paura che tu hai intravisto per un momento, e con cui io devo combattere ogni giorno, ogni mattino che apro gli occhi, ogni sera che mi corico, ogni notte che sogno”. Si fermò, come se attendesse la domanda. Che arrivò.

“Te lo ripeto” domandò Deathmask, che stava riprendendo possesso di se “Chi sei tu?”.

E l’Estraneo, in modo disarmante, sorrise. “Nulla più che un medico. Un semplice medico, anzi”.

Deathmask lo fissò. Non capiva. “E come ha potuto un semplice medico… che cos’era quella forza che ha respinto il mio pugno, aperto il tuo Settimo Senso e che ti ha fatto tornare vivo? In quale libro oscuro hai letto come ottenerla? Chi hai dovuto uccidere per venirne a conoscenza?”.

“Vedi, Deathmask, che mi avevano detto il vero? Tu pensi solo in termini di scontro, di battaglia. Non ho ricorso ad altro che alla mia volontà. Perché troppo forte era il desiderio di chiederti di insegnarmi”.

“Di insegnarti? Di insegnarti cosa?”

“Di insegnarmi come liberarmi di quella paura che anche tu hai visto”

“E cosa potrei fare, per insegnartelo? Non sapevo neppure che una paura del genere potesse esistere”

L’Estraneo alzò gli occhi. Guardò prima lui, poi si guardò le mani ed iniziò a muovere le dita. Infine, sussurrò: “Insegnami come far tornare gli uomini dal mondo dei morti. Hai detto che potresti farlo. Almeno questo”.

Fan fiction sul personaggio di Deathmask di Cancer, della saga dei Cavalieri dello Zodiaco: non posso vantare alcun diritto sul personaggio, che appartiene invece ai legittimi proprietari, quali che essi siano.

L’Estraneo di cui si parla qui, ovviamente, non è lo stesso di cui si parlava in Dietro le quinte.

Ogni riferimento a persone realmente esistenti, o a fatti realmente accaduti, è puramente casuale: anche quello al fatto che, da appena un giorno, io sia diventato ufficialmente un dottore. Se, come alicebianconiglio, avete paura di ciò, ditelo pure. Le vostre paure non saranno mai grandi quanto le mie.

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