L’invenzione perfetta

Che le opere dei grandi uomini non vengano comprese o, al più, vengano malinterpretate dai loro contemporanei, abbacinati da tanto splendore è, credo, verità su cui tutti possiamo concordare; e tale generale approvazione suppongo non verrà inficiata dal fatto che io abbia spesso utilizzato questa frase per giustificare il mio sostanziale fallimento come uomo di lettere, poiché tanti sono gli esempi che, viceversa, la corroborano. Hitchcock fu famoso come “maestro del brivido”, quando in realtà i suoi film usavano la trama gialla come scusa per dire altro. Stravinskij divenne per la collettività un maestro, quando passò dalla gioiosa anarchia giovanile (che suscitò scandalo) alle noiose opere neoclassiche. Van Gogh, Alda Merini e Torquato Tasso usarono metafore e tratti tanto d’avanguardia, che i loro contemporanei finirono per ignorarli o, nella migliore delle ipotesi, considerarli pazzi. D’altronde, lo stesso hanno fatto col mio amico Boris Ferrari non solo i suoi contemporanei, ma anche gli uomini di governo che, teste Platone, pure dovrebbero essere i migliori pensatori di uno Stato; e che per di più erano a lui legati da un debito di riconoscenza. ù

Come nessuno ignora, Boris fu probabilmente il più grande inventore della sua epoca; e si può dire, senza ombra di dubbio, che la sua opera fu fondamentale perché il nostro paese, infine, trionfasse (sempre che non appaia improprio utilizzare il termine, parlando di una simile carneficina) nell’infame Guerra delle Sei Generazioni.

Senza i suoi manufatti, nessun agente segreto sarebbe riuscito ad individuare la posizione in cui le truppe di Hansen avevano deciso di acquartierarsi, e l’attacco a sorpresa che fu decisivo per la vittoria nella battaglia dei Quattro Fiumi non sarebbe mai stato condotto a termine con successo; senza il suo genio, Abdul Gerges non sarebbe mai riuscito ad evadere dalla prigionia, e quindi a prendere il comando della Coalizione e guidare le truppe ad annientare definitivamente quelle di Sojactov.

Quei pochi che conoscono il mio nome potrebbero essere sorpresi dal fatto che io fossi legato ad un uomo simile da un sentimento di amicizia; io, infatti, per motivazioni che sono di ordine logico più che politico, mi opposi sempre fermamente alla nostra partecipazione a quell’inutile massacro, pur nel generale disinteresse delle forze che avrebbero dovuto vigilare sulla tenuta del fronte interno (credo ciò sia ascrivibile allo scarso peso che, allora come ora, è attribuibile alle mie opinioni).

Tuttavia, Boris non parlava di politica, né di guerra, né, meno che mai, del suo lavoro (cosa che, per altro, presumo gli fosse vietata); e seppure l’avesse fatto, non credo avrei trovato offensive o rivoltanti le sue posizioni. Boris non prestò mai la sua opera alla Guerra delle Sei Generazioni per motivazioni che avessero a che fare con un delirio imperialistico o con un desiderio omicida che aveva trovato in quell’occasione istituzionale un mezzo per esplodere senza essere punito (e sarebbe falso negare che non siano pochi che per questo motivo sono entusiasti sostenitori dei conflitti bellici): sospetto che egli vedesse il suo lavoro non dissimilmente dall’opera prestata da uno scolaro, quando gli venivano forniti dei dati, un’incognita, e gli veniva chiesto come ricavare questa da quelli. Alunno Ferrari, dobbiamo far sì che un uomo raggiunga un certo posto senza essere visto, come possiamo fare? Qualcosa del genere.

Tra l’altro, le sue conoscenze e la sua cultura erano realmente sconfinate, cosicché, nelle ore trascorse in sua compagnia, potevano provarsi praticamente tutti i sentimenti che fanno parte di quelli per cui gli esseri umani dispongano di un nome, tranne che la noia. Tanta era la loro vastità, che Boris poteva addirittura discutere diffusamente (e senza cadere mai in errori marchiani) di argomenti di cui sapeva poco, o addirittura nulla, perché è noto che, in fin dei conti, qualsiasi libro parla di altri libri e di altri fatti e di altri sogni, oltre che di quelli che contiene. Così, ad esempio, egli non era mai riuscito, secondo un diffuso luogo comune, a comprendere nulla a proposito dell’ironia: eppure, i suoi scherzi e le sue facezie, benché piuttosto ingenui, non mancavano mai di suscitare il riso.

Anche solo considerando questo breve, parziale, inadeguato ritratto che ne ho fatto, credo comprenderete perché tutti ne rimanemmo sorpresi, quando un uomo di questo genere finì per essere ricoverato in manicomio; e perché i membri del gabinetto di guerra, oltre che sorpresi, furono prima preoccupati, quindi spaventati. Già, un paio di mesi prima, era scomparsa dal fronte l’Ombra che Cammina, spia leggendaria, esperta di imboscate, omicida di rara precisione, capace di elevare davvero, e non solo perché operante in un quadro di meschino orrore, la guerra al livello di un’arte, e per di più donna di fascino irresistibile; e la nostra lenta, ma inesorabile marcia verso il trionfo aveva subito una battuta d’arresto; ora, la malattia di Boris rischiava, addirittura, di farci invertire la rotta.

I giornali nazionali presero ad innalzare i peana che, di solito, sono riservati solo alla morte dei generali, e neppure di tutti; ogni mattina, le prime pagine di numerose testate supplicavano gli psichiatri della Coalizione di ingegnarsi per riconsegnare il più grande genio del nostro popolo al suo fondamentale lavoro. Perfino Martini, “nuovo Vate d’Italia” (ancora oggi, non so trattenere un moto di stizza, pensando che le mie opinioni valessero infinitamente meno di quelle di costui), scrisse un’accorata lettera alla “Nazione d’Italia”, in cui sottolineava come “i miei versi risuonano ormai a vuoto, senza l’opera di questa illuminata lanterna” eccetera eccetera.

Nessuno che ricordasse i placidi pomeriggi trascorsi nella sua assolata biblioteca. Nessuno che parlasse del tono accorato con cui consigliava o quasi proibiva una lettura. Nessuno che sottolineasse quanto drammatico fosse non riconoscere il proprio amico nella persona che sedeva da solo, imbottito di tranquillanti, in quella grigia stanza del Santa Maria della Pietà.

So di molti (e c’è da scommettere che il loro numero aumenterà, ora che la guerra è finita e Boris è morto), che sostennero che, in realtà, egli non soffrì mai di nessuna malattia mentale; alcuni dicono che la finse per sfuggire ad un lavoro che iniziava a diventargli insopportabile, altri, che voleva in qualche modo minacciare il governo, ventilando la possibilità di rivelare, in uno dei suoi frequenti attacchi di collera, segreti di cui era venuto a conoscenza per il ruolo che rivestiva. Non posso che rigettare queste ipotesi. Non per l’affetto che mi ha legato a quell’uomo, ma per la conoscenza che avevo di lui: come ho detto sopra, egli non sarebbe mai stato capace di imbastire uno scherzo tanto crudele.

Neppure, tuttavia, posso accettare l’opinione professata dalla maggior parte degli psichiatri: quella, cioè, secondo la quale la sua malattia fu certa ed incontrovertibile.

È vero: non c’è manuale di psichiatria che non attribuisca l’insorgenza dei sintomi che il mio amico mostrò alla psicosi; tutti i periti chiamati da giornali e tribunali a dire la loro su questo argomento, portano questa come prova incontrovertibile del fatto che Boris fu, effettivamente, affetto da pazzia. Così facendo, essi incorrono in un triplice errore.

Il primo, è quello di credere che, siccome Boris cadeva in alcuni luoghi comuni, allora doveva cadere in tutti, ivi compreso “genio e sregolatezza” (di cui egli non fu che una delle molte confutazioni: è risaputo che Kant, cui pure nessuno si sognerebbe di rifiutare i gradi di genialità, aveva una vita tanto regolare che i suoi concittadini utilizzavano i suoi spostamenti per regolare gli orologi); il secondo, è quello di dimenticare che agli stessi libri a cui loro hanno accesso anche lui aveva accesso. Il terzo, quello di dimenticare che egli era un inventore.

Non trascorsero neppure due settimane dal suo ricovero, che l’Ombra che Cammina tornò sul campo di battaglia.Non ho prove di quanto sto per dire, ma credo con fermezza che, lei sì, aveva scelto la finzione della malattia per sottrarsi ad un ruolo che iniziava a diventarle gravoso. Immagino la scena: alunno Ferrari, abbiamo bisogno dell’Ombra che Cammina. Come trovarla? Come riportarla al suo posto? Come far sì che ella ci aiuti a vincere la guerra?

Fu per far fronte a questo interrogativo, che Boris produsse la sua più grande invenzione: quella di lui stesso come psicotico. Confusamente, dovette intuire che l’Ombra aveva deciso di rifuggiarsi in un posto in cui nessuno (credeva) avrebbe potuto trovarla; non so come, la trovò; non so con che minaccia, se col buon senso o il ricatto, la convinse a tornare lì dove i suoi superiori (o i suoi maestri) volevano che stesse, dopo aver smesso il suo ruolo.

Per lei, farlo fu facile: versata com’era nelle arti della dissimulazione e della recitazione, non dovette che cambiarsi (di nuovo) l’abito di scena, ed eccola pronta per piantare una palla tra gli occhi di Sojactov. Lo stesso, invece, non può dirsi di Boris.

Uno dei pochi vanti della sua vita fu quello di non aver mai (mai) prodotto un’invenzione il cui meccanismo mostrasse inceppi o difetti. Egli, costruitosi malato mentale, entrò in un ospedale psichiatrico, ingannando gli psichiatri; e quindi vi rimase e vi morì. Perché la sua invenzione era tanto perfetta da aver ingannato anche lui.

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