Un incontro (Sempre a proposito del raccontare storie)

E ce l’ha fatta anche M.

M. è la fidanzata di quell’A. che ringraziavo qui (e che ho ringraziato anche in coda alla mia tesi), e ieri si è laureata. Io ero lì, perché lei mi ha invitato ad andarla a sentire ed a partecipare al suo pranzo di laurea.

Io, lei ed A. abbiamo iniziato il nostro percorso di studi insieme, il 6 ottobre del 2008, a L’Aquila; siamo diventati amici alcune settimane dopo, mentre fotocopiavamo un libro di chimica organica. Lo siamo rimasti anche in seguito agli eventi drammatici capitati esattamente sei mesi dopo; la lontananza che ne è conseguita non ha intaccato questo sentimento.

M., infatti, dopo il terremoto ha deciso di cambiare città, e si è trasferita all’Università di Chieti. Per proprietà transitiva, ne discende che, per sentirla discutere di diabete e terapia incretinica (cosa che mi ha fatto immenso piacere, va detto), mi sono dovuto spostare dalla “mia” città alla “sua”.

Ora: chiunque conosca l’Abruzzo sa che spostarsi da un qualsiasi luogo ad un qualsiasi altro, per chi non possieda un’automobile, è operazione complessa ed a tratti di difficoltà titanica. La laurea di M., per altro, era in programma alle ore otto e trenta del mattino: riuscire ad arrivare in orario, partendo la mattina da L’Aquila, avrebbe richiesto una serie di coincidenze che avevano probabilità di realizzarsi tutte insieme prossima allo zero (ed un’alzataccia per cui non ho più l’età).

La fortuna, tuttavia, è venuta in mio aiuto nella forma più insperata: quella di mio fratello. Il quale svolge la sua attività di studente universitario a Pescara, città che da Chieti dista soli 20 chilometri (in un’altra occasione, magari, discuteremo dell’opportunità di due capoluoghi di provincia tanto prossimi): per cui, in tutta calma, martedì sera sono partito da L’Aquila, sono arrivato a Pescara ed ho pernottato nell’improbabile edificio anni Settanta in cui abita mio fratello. Ieri mattina mi sono svegliato, presto, ma ad un orario ancora umano, ed ho preso un autobus locale. Se sono arrivato alle otto e quaranta, è stato solo perché quest’ultimo ha fatto ritardo.

Ho passato una giornata molto piacevole, se posso dirlo; che si è conclusa con una passeggiata sul Ponte del Mare di Pescara in compagnia di mio fratello.

Il Ponte del Mare di Pescara. Di notte è molto più inquietante, ve l’assicuro.

Mentre, da questo ponte, ieri sera, osservavo la macchia scura che era l’Adriatico, una voce mi ha sussurrato in un orecchio: “Pare che il terremoto de L’Aquila ci sia stato perché ci potesse essere questo momento…”. Quella voce era quella di Jorge Luis Borges.

Sto leggendo, a spizzichi ed a bocconi, quando riesco a dedicargli un po’ dell’attenzione che merita, “Apocalittici ed integrati” di Umberto Eco (l’avevo già detto qui): nel capitolo “L’uso pratico del personaggio”, ad un certo punto, Eco distingue tra gli scrittori che vivono la vita e quella che l’hanno vissuta nei libri. Indubbiamente, il grande letterato argentino appartiene alla seconda categoria: ed infatti anche lui ebbe a dire, in un’occasione, che ricordava molto di più di quello che aveva letto che di quello che aveva fatto.

Io non sminuirei Borges per questo, tuttavia. Se su quel ponte mi è venuta in mente quel pensiero (che ho tentato di scacciare con forza, ovviamente), è stato perché avevo letto, in “Altre inquisizioni”, Borges parlare di quella frase di Valery che dice: “Gli dei mandano le sventure sulla Terra perché gli uomini scrivano libri”. Con ogni probabilità, se non fosse stato lui a raccontarmi quest’intuizione del francese, essa mi sarebbe scivolata addosso, e non mi sarebbe rimasta attaccata addosso con tanta forza.

Ditemi voi se questa non è grande letteratura.

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