Gita a CittàCapoluogo

CittàCapoluogo sarebbe potuta restare uno dei molti, più o meno antichi borghi, troppo brutti per essere caratteristici, che affollano la provincia di cui è (appunto) capoluogo: senza dubbio, ne avrebbe guadagnato in bellezza, ed aree verdi.

Nel 1930 e rotti, però, giunse qui Mussolini. O, per meglio dire, qualcuno dei sotto-gerarchi.

Insieme con lui, giunse pure la convinzione (certo dettata dal superiore interesse della Patria, è ovvio) che una nuova provincia era proprio ciò di cui quello che sarebbe divenuto noto come “Basso Lazio” aveva bisogno.

Pronti, via!: promesse di crescita, promesse di progresso, promesse di felicità, perfino. Non dovette essere difficile convincere i residenti di CittàCapoluogo della bontà del progetto: d’altronde, il capitalismo ci irretisce da due secoli con le stesse promesse, e noi continuiamo a caderci con tutte le scarpe (che fascismo e capitalismo prosperino sulle stesse illusioni, non è un caso).

Qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco, mi viene da dire, mentre un pullman del trasporto urbano, ridicolmente piccolo, si arrampica su una salita per portarmi in una strada dedicata al ricordo di un eccidio nazista (ironico, vero?), e sotto i miei occhi transitano le macerie del sogno infranto.

CittàCapoluogo soffre di una povertà che è difficile ignorare. I palazzi dell’edilizia popolare sono avvolti dall’abbandono di chi pensa solo ad arrivare vivo al giorno dopo. Gli spazi pubblicitari aspettano quasi tutti, malinconici, che qualcuno le occupi. Su molti locali commerciali campeggiano i cartelli “affittasi”, e potrebbe anche darsi che oggi sia giorno di chiusura, ma anche così secondo me ci sono tante, troppe serrande abbassate. Le insegne che dovrebbero invitarmi a consumare! consumare! consumare! parlano di anni Novanta quando non di Ottanta. E la pizza al taglio non è granché, e costa troppo.

Detto in poche parole: CittàCapoluogo è un’immagine della Crisi. E, come in tutti i luoghi che sono immagini della Crisi, i suoi cittadini ricorrono alla soluzione più semplice: prendersela con chi sta (in qualunque senso) sotto di loro.

Ciò che distingue la sinistra dalla destra è la scelta di compiere politiche di inclusione o esclusione, diceva anni fa Norberto Bobbio: ed è un dato di fatto che gli ultimi dieci anni di economia debole hanno fatto emergere il peggio dell’anima, da sempre di destra, degli italiani. In un momento in cui tutti i diritti vengono negati a tutti, ci sentiamo giustificati ed anzi autorizzati (solito discorso: etica vs. morale) a ricacciare chi appartiene ad una classe sociale inferiore alla nostra, pur di conservare il nostro benessere; quando, invece, la soluzione dovrebbe essere mettersi tutti insieme per aspirare a qualcosa di meglio. Lo dimostra quel che succede nelle periferie di Roma, cosa sta accadendo; e, a ben vedere, anche CittàCapoluogo è estrema periferia di Roma.

Ma comunque: se hai un problema, prenditela con chi ti sta sotto, si diceva. Fortuna che le persone che stanno sotto, a CittàCapoluogo, non manchino.

Ci sono un sacco di poveri, come si è detto, e forse un numero ancora più alto di impoveriti: e questo mette già l’anima in pace ai ricchi. I poveri e gli impoveriti, a loro volta, possono prendersela con chi chiede l’elemosina; questi ultimi, per altro sono spesso immigrati o comunque stranieri, la categoria debole per eccellenza. E però, pure agli immigrati bisogna garantire una valvola di sfogo, in modo da mantenere la pace sociale: e dunque, con chi se la possono prendere, gli stranieri, a CittàCapoluogo (ed in tutti gli altri posti del mondo)? Oh, ma è facile: con i pazzi.

La scena è accaduta proprio davanti a me: sull’autobus sale un signore (di nome M.) con evidenti problemi mentali; dice buongiorno, augura a tutti buona Pasqua, fa un po’ di salamelecchi, poi dice che vorrebbe tanto un panino. Domanda soldi a questo ed a quello, nessuno gli da retta (nemmeno io…), lui lancia un paio di insulti, dice che siamo bestie, l’autista lo rimprovera, allora si mette seduto e si fa i fatti suoi.

Nulla per cui scandalizzarsi, insomma. Io personalmente, poi, non trovo particolarmente importune o seccanti le persone che chiedono l’elemosina, se non nella misura in cui mi fanno sentire in colpa per non poter dare qualcosa a tutti (ma io ho un rapporto particolare con la beneficienza e l’elemosina. Leggete qui, se vi interessa): ma non tutti la pensano così. Ed infatti, la signora che siede vicino a me, fulminando M. con lo sguardo, lo ammonisce, acido: “Io sono straniera, e lavoro!”.

Di solito, questo genere di sparate vengono accolte con un boato dai presenti: nel caso specifico, però, non accade. Perché sull’autobus siamo solo in cinque, compresi lo stesso M., io e l’autista, col quale è notoriamente vietato parlare e che probabilmente interpreta il divieto in modo estensivo (“Tu non puoi parlare con me ed io non posso parlare con te”). Ma anche perché M. (che sarà pazzo, ma di sicuro non è scemo) ha una risposta pronta. Una risposta pronta che, come quella di Jaabir, spazza il campo da tutte le cazzate che credevate di sapere sulla follia e sui suoi parenti stretti; le cazzate, poi, che portano qualcuno a scrivere robaccia come quella di cui abbiamo parlato qui.

“E perché, io non sono straniero?”

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