Inibizioni

Mentre inizio questo articolo, mi rendo conto che WordPress (o almeno, questo tema di WordPress) non segnala l’orario a cui viene pubblicato un nuovo post. E quindi ve lo dico io: in questo preciso istante in cui lo sto scrivendo, sono le ore 01.07. Ma no, tranquilli, non soffro di insonnia come la povera iome (a proposito: se mi stai leggendo, iome, come va?).

No, è che sono appena rientrato dall’università…

… e lasciare in sospeso una frase che sembra tanto incongrua (rientrato dall’università? All’una e sette? Ma che poi, lui non è già laureato?) serve solo a farvi cliccare su continua a leggere. Sono un genio del marketing, lo so.

Sì, sono appena tornato dall’università: ma non c’ero andato per motivi di studio, o di lavoro. No, c’ero andato perché qualcuno ha avuto la bella pensata di organizzare, proprio davanti all’edificio in cui un tempo aveva sede la facoltà di Scienze (ora trasformata in Dipartimento di Scienze dell’albero, dell’urbanistica e della lingua ugro-finnica, o un altro nome altrettanto astruso), una bella festa. O forse no.

Riporto infatti dal Dizionario online della Treccani:

festa: […] atti e apparati che si fanno, anche fuori di ricorrenze determinate, per manifestazione di comune esultanza o per semplice divertimento.

Ora, il problema forse ce l’ho io, e non ho mica paura ad ammetterlo: ma, benché fossi con degli amici, benché fosse pieno di persone che conosco, benché ci fossero dolci, cibo ed anche alcool in abbondanza, ecco, io non ho provato né esultanza, né divertimento (e neppure un semplice divertimento). Sarà stato che la festa era presidiata (letteralmente) da gente con le divise della Protezione Civile, come se stessimo entrando in una caserma, e non in un’università; sarà che all’Aquila “mangiare all’aperto+Protezione Civile” non rievoca mai bei ricordi; sarà che alla festa, tanto pubblicizzata, avevano riservato al massimo venti metri quadri all’aperto, e forse trenta o quaranta nell’atrio della Facoltà. Sarà che il medesimo atrio della Facoltà era stato trasformato in discoteca. Ecco, forse più di tutto è stata colpa di quest’ultima cosa.

Io infatti tutto l’entusiasmo che circonda le discoteche non lo capisco proprio. Prima di stasera c’ero stato una sola volta, durante una gita scolastica a Rimini (sì, ho avuto un vero e proprio battesimo del fuoco): non era finita bene, ed avevo deciso che non ci sarei più tornato.

Non perché sia snob, eh: non considero la discoteca il covo in cui si vanno a radunare i rappresentanti di una sottocultura (calcare sul sotto) che dovrebbe essere estirpata in favore della Cultura Superiore, di cui solo pochi illuminati (ivi compreso me, ovviamente) capiscono l’importanza. Non penso neppure che sia la sentina di ogni vizio: tanti ragazzi che vanno a “sballarsi” in discoteca il sabato sera (sì, lo so, uso una terminologia desueta) sono poi delle bravissime persone il lunedì mattina. No, il fatto è che… be’, che in discoteca non mi diverto. No, diciamo meglio: in discoteca mi incazzo.

Più di ogni altra cosa, mi indispettisce la promiscuità che regna sulla pista: non sono un bacchettone, anzi, penso di essere liberale ed anche abbastanza disinibito, riguardo la sessualità (alcune mie amiche mi dicono che cambierò idea quando avrò una figlia. Non escludo che abbiano ragione). Mi piace fare l’amore, come un po’ a tutti, penso, ed anzi ho sempre detto che secondo me il sesso tra i piaceri della vita viene al primo posto; mi piace pure che si parli di sesso ed ho una discreta passione per la narrativa erotica (non fate quelle facce: non le sfumature, la narrativa erotica). Proprio per via di questa mia passione, ritengo che il sesso dovrebbe essere anzitutto un gioco: un gioco fatto di intimità, sguardi, parole, capacità di osare ma anche di nascondersi, di rimanere sempre sul filo del vedo/non vedo, ed anche su quello del dico/non dico e del faccio/non faccio.

In discoteca tutto ciò scompare: certo, l’intento di coloro che vanno in quei locali con intenti altri dal “ballare”, è rimediare una compagnia per non passare la notte da soli, e non certamente trovare il partner (anche sessuale: se due persone si accordano per una sana relazione a base di sesso, non vedo cosa ci sia di male) per la vita. Quindi, queste questioni possono anche permettersi di ignorarle: e però, in una sessualità di questo tipo, quello che scompare è proprio il gioco. Che è poi ciò che rende il sesso che facciamo noi diverso da quello che fanno gli animali e, sempre a modesto parere di chi scrive, anche ciò che rende il sesso realmente eccitante.

Quindi, ecco cosa mi indispettisce: com’è possibile che in discoteca venga voglia di fare sesso, con la prospettiva di un sesso che di eccitante non avrà nulla? Qualcuno dice che è merito della musica, una musica che punta alla pancia e, coadiuvata dall’alcool (non facciamo finta di non sapere, su), è capace di sciogliere le inibizioni che le persone si portano addosso fin sulla porta del locale.

Ma questa spiegazione mi sembra semplicistica: è socialmente accettato che in discoteca ci sia un contatto fisico e si rimorchi; la morale non solo accetta, ma pretende che sia così, perché un tale sfogo è necessario. Chi davvero abbandona un’inibizione, entrando in una discoteca, è chi non sente il bisogno di “scatenarsi”, di “perdere la testa”, di “portarsi a casa qualcuno”, e pensa, semplicemente, a divertirsi.

Sì, lo so, sembro il solito vecchio che si lamenta dei tempi andati sulla panchina del parco (ma c’è poco da lamentarsi dei tempi andati: ai tempi dei nostri bisnonni c’erano i bordelli, che assolvevano alla stessa funzione sociale): ma, parrà incredibile, questo è ciò cui pensavo mentre tornavo a casa.

Che poi, magari, il problema è solo questo: ad altri, la musica da discoteca scioglie le inibizioni riguardanti il sesso. A me, scioglie l’inibizione che di solito ho nel dire che qualcosa che non mi piace (tipo quella musica disinibente) mi fa cagare a spruzzo.

Ma abbandonando quella sala quelle inibizioni, prepotente, è tornata ad impadronirsi di me: ed ecco spiegato il motivo di questo bel papiro.

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14 thoughts on “Inibizioni

  1. Comunque, anche in alcuni primati è presente la dimensione di gioco nel sesso. Anche negli animali, il sesso non è solo finalizzato alla riproduzione… Figuriamoci per noi!
    Io sono over 50 e le discoteche sono fuori dal mio orizzonte da un bel pezzo. Per quel pochissimo che le ho frequentate, mi hanno sempre messo tristezza. Caos e solitudine, quanto di più lontano dal divertimento…
    Ciao,
    Chiara

  2. Ma solo io andavo (circa 20 anni fa, ai tempi, appunto, dell’Università) in discoteca solo per ballare, per sentire musica, per divertirmi (non per fare sesso) con le amiche e gli amici? O erano altri tempi? O era già come adesso e io forse non me ne accorgevo? Mi spaventa (per i nostri figli) quello che racconti, e non sei il primo che me ne parla. Ho avuto testimonianze proprio da ragazze (anche piccole, 14 anni!) che vanno in discoteca la domenica pomeriggio e fanno la gara a chi bacia più ragazzi. Cioè, questi si baciano così a caso, con chi capita, e poi fanno i conti. Lei si lamentava perché in una sera ne aveva baciati solo 15 mentre la sua amica 26. Inquietudine.

  3. non mi ricordo chi dicesse “l’essere umano, ballando, sfoga in verticale quello che vorrebbe fare in orizzontale”. per il mio approccio, mi trovo molto vicino alla prima parte di ciò che scrive chiara. poi, boh, ti confesso che stavolta mi sembra un po’ forzato come discorso.
    a me alcune discoteche non piacciono perché non mi piacciono i luoghi in cui la musica è a volume tale da non riuscire a sentirsi se non a 4 millimetri di distanza tra bocca e padiglione auricolare (concerti esclusi, nei quali contemplo rare eccezioni luogo-dipendenti). ma poi, per il resto… “chi sono io per giudicare?” (cit. 😀 😀 😀 ),

  4. Mi ricordi una stagione (ma era il millevocentonovantadue) in cui ci andavo di venerdì e di sabato. Ma le due discoteche erano due locali splendidi a picco sul lago, la musica era revival e io mi trovavo a ballare sugli status quo, su bennato e sul solito simone che alza le mani. Se non fosse un ricordo, non mi divertirebbe, lo ammetto.

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