Tempi difficili per tutto

Lo so bene: solo i fortunati

piacciono. Le loro voci

vengono ascoltate volentieri. Sono belli.

L’albero storto nel cortile

indica il terreno cattivo, però

i passanti dicono che è storpio

e hanno ragione.

Le navi verdi e le allegre vele del Sund

non posso più vederle. Di tutto

riesco a vedere solo la rete sdrucita dei pescatori.

Ma perché io parlo soltanto

della bracciante quarantenne che cammina tutta curva?

I seni delle ragazze

sono sempre caldi

(Bertolt Brecht, Tempi difficili per la poesia, strofe I, II e III, traduzione personale)

Settecento morti, se calcoliamo un peso medio per ciascuno di 40 chilogrammi (stima non totalmente campata in aria, e anzi forse un poco per eccesso: perché senza dubbio tra gli annegati nel canale di Sicilia non saranno mancati i bambini, ed i denutriti, ed i divorati dalla dissenteria, e…), fanno 2800 chili di peso totale: equivalgono al peso di un bell’esemplare di rinoceronte bianco, il secondo animale più grande esistente sulla faccia della Terra.

Bisogna ricorrere ad esempi di questo genere, per avere un’immagine (ancora distorta, sbiadiata, forse anche vagamente insultante) della tragedia che è accaduta ieri tra le coste della Libia e quelle di Lampedusa. Perché settecento morti sono un peso che la mente umana non può sopportare: si può elaborare il lutto di una morte, di due; forse, ancora, di venti o trenta persone. Ma quanti sono settecento morti? In nome di Dio, quanti sono? Quante famiglie dovranno piangere? Quanti orfani dobbiamo contare? Quante vedove e quanti vedovi? Quante radici private del proprio fusto e delle proprie foglie? Cominciate a contare ad alta voce: uno, due, tre… Se vi fermate prima di venti, potreste avere la miastenia gravis. Se non riuscite a farlo fino a settecento, be’, è normale. Il vostro sistema nervoso non è preparato per questi numeri, sotto nessun aspetto.

Se li mettiamo tutti in fila per il lungo, supponendone ciascuno alto un metro e mezzo, settecento morti coprono più di un chilometro. Ecco, l’ho fatto di nuovo.

Una rima in una mia poesia

mi sembrerebbe quasi un eccesso.

In me si combattono

l’entusiasmo per il melo che fiorisce

con l’orrore per le parole dell’imbianchino.

Ma è solo quest’ultimo

che mi spinge alla scrivania.

(Bertolt Brecht, Tempi difficili per la poesia, strofe IV e V, traduzione personale)

Chissà: forse i nostri tempi sono peggiori di quelli in cui scriveva Bertolt Brecht. A lui, riusciva difficile solo scrivere poesia (e nemmeno di quella: una splendida poesia intitolata Tempi difficili per la poesia è un paradosso di rara bellezza); a noi, riesce difficile anche la prosa. Noi un cazzo: riesce difficile a me. E non solo quella.

Volevo partecipare a Cita un libro, che questa settimana raggiunge la conclusione della sua vita ufficiale (tifiamo tutti per una continuazione ufficiosa). Volevo iniziare a mettere giù un paio di racconti che mi frullano per la testa. Volevo rispondere al ministro Del Rio, che ha proposto, geniale, di sospendere il diritto di sciopero per il periodo dell’EXPO (evidentemente, nell’intento di continuare la nostra già gloriosa storia di sospensione dei diritti civili durante i grandi eventi). Non riesco a fare nulla di tutto ciò. E vi prego, non crediate che lo dica per retorica, come forse faceva Brecht. Perfino il migliore degli articoli che potrei tirare fuori (che non è molto, me ne rendo conto) sparisce, in un momento in cui l’unica cosa da fare è starsene zitti in un angolo, non dico a piangere, ma quanto meno a riflettere. Meditate che questo è stato, vi comando queste parole, avete presente?

Perché l’unica cosa su cui sarebbe sensato scrivere, in questo momento, è questa tragedia; e, dicevamo su, questa è un’impresa che un cervello normale non può fare; di più: non pensa neppure di poter fare. Salvini, che ha bisogno di prendersela con i clandestini perché sa che i suoi elettori ne hanno bisogno; Renzi e compagnia, che vorrebbero far cavare a qualcuno privo del diritto di sciopero i cadaveri dal mare, uno ad uno, per risolvere beghe europee; anche il Papa, che ancora una volta da dei morti prende forza per la propria parte (d’altronde, che ci si aspetta da una religione che spinge a pregare un povero crocifisso perché ci aiuti? Lui? A noi?), traggano le loro conclusioni. Ed anche tutti coloro che si sono uniti all’indegno chiacchericcio, più falso delle condoglianze, che ha accompagnato queste roboanti dichiarazioni: settecento morti richiedono tempo. Non sono un argomento da mandare su Facebook per l’aggiornamento dello stato della sera.

Chi ha qualcosa da dire, che si faccia avanti e taccia.

(Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità)

Non credo che sia un caso, che le poche cose sensate che si riescono a dire in questo momento, siano frasi che, ottant’anni fa, hanno scritto persone che, oltre che dal loro genio, furono accomunati da un’altra caratteristica: quella di essere fieri oppositori del nazismo.

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