Però poi mi ti sposi

Nessuno tocchi Milano“. Una STUPENDA iniziativa SPONTANEA, con cui ventimila* BRAVI milanesi hanno risposto alle DEVASTAZIONI che sono conseguite (ma era PREVIDIBILE, si sa come finiscono QUESTE COSE) alla manifestazione di BIECO OSTRUZIONISMO che venerdì ha accompagnato l’apertura del GRANDE EVENTO che tutti ci salverà: l’EXPO. Se vi mettete alla mano alla mano e spulciate tutti i giornali che hanno parlato dell’argomento, probabilmente, non troverete nessuna notizia più neutra e super partes di queste mie parole (parodiche, ovviamente).

Nella storia dell’Italia, probabilmente, ci sono state poche altre manifestazioni, tanto buoniste e piccolo borghesi (andando così a memoria, mi viene in mente solo la marcia dei quarantamila); impossibile, dunque, che non raccogliesse l’approvazione non solo della massima carica cittadina (Giuliano Pisapia, che vi ha partecipato di persona), ma anche di quella dello Stato; nonché di qualche testimonial buono per tutte le stagioni (Roberto Vecchioni). Come se la macchina da guerra mediatica non bastasse, a trasformare quello che sta accadendo intorno ad EXPO nell’ennesimo scontro dove i buoni stanno tutti da una parte ed i cattivi tutti dall’altra.

Lo chiedessero a me (nessuno lo farebbe, ma ragioniamo per assurdo), cosa me ne è parso di Nessuno tocchi Milano, risponderei con queste parole (brutali, maschiliste, forse perfino offensive): “Sì, va bene, te la do, però poi mi ti sposi”.

Perché, checché vogliano farne credere i giornali, la stragrande maggioranza dei milanesi ha negli ultimi anni accettato, e di buon grado, che qualcuno toccasse la loro città, e con mano ben più pesante, rispetto a quella di chi ha fatto qualche scritta sui muri, incendiato qualche auto, infranto qualche vetrina e causato undici contusi (per ogni considerazione sulla violenza, vedi più sotto).

Per permettere che l’EXPO avesse luogo, Milano è stata resa una giungla di cemento peggio di quanto già non fosse. Sono stati deviati corsi d’acqua. Sono morte delle persone. Il logo colorato che rappresenta il Grande Evento è stato appiccicato, letteralmente e/o metaforicamente, dappertutto (ieri, in una puntata davvero patetica di Linea Verde, persino sul Cenacolo di Leonardo). Sono state portate ad un nuovo livello di parossismo le strategie per sfruttare (e diffamare) le persone.

Tutto ciò non ha causato la stessa risposta appassionata che abbiamo visto nel weekend; Dio mio, nessuno ha protestato con tanta veemenza neppure per chiedere che, se proprio si doveva fare, questa cosa, almeno la si facesse bene, e si evitasse la figura di palta in mondovisione, con un pezzo di padiglione che si stacca il secondo giorno di apertura (il secondo giorno di apertura, su sei mesi previsti) e rischia di uccidere qualcuno (anzi, qualcun altro). Perché? Perché EXPO ha promesso, a Milano ed all’Italia tutta, che l’avrebbe sposata, dopo essersela portata a letto.

Fuori dalla metafora: sì, d’accordo, alcuni inconvenienti sono inevitabili, ma l’Esposizione Universale sarà per tutti noi una vetrina irripetibile. Che mostrerà a tutto il mondo quanto abbiamo da offrire. Rilancerà il turismo. Ci sarà un immenso ritorno economico. Se l’EXPO andrà bene, tutto il resto andrà bene: la crisi finirà, il lavoro miracolosamente tornerà a fiorire, i preti potranno sposarsi sposarsi, ma soltanto ad una certa età (cit.). Insomma, un bel miscuglio di “idee senza parole” e della solita, stanca retorica da Grande Opera. Cui continuiamo a credere, senza possibilità di salvezza: perché nulla ci interessa (più) della giustizia, dell’uguaglianza, della libertà; tutto ciò che vogliamo è il nostro benessere, il nostro piacere. Fa nulla se ciò significa accettare contratti di lavoro che non offrono un lavoro (perché il lavoro viene pagato) e piegarsi a ripulire la nostra città per essere brutalmente strumentalizzati dal potere: l’importante è il sogno che, un giorno, di quella stessa catena che ci lega, noi potremo stare dall’altra parte.

Ora, mettiamolo in chiaro (lo scrivo in grassetto, così evitiamo che qualcuno venga qui a dirmi che sono un black bloc): io ritengo che ricorrere alla violenza sia eticamente inconcepibile; farlo per propagandare le proprie idee è, per di più, perdente in partenza: se devi uccidere qualcuno per affermare le tue opinioni, significa che le tue opinioni non sono così forti come ti piace pensare. Ritengo pure, tuttavia, che quello che è capitato venerdì a Milano non possa essere ascritto alla voce violenza. Credo che per utilizzare questo termine ci voglia qualcosa in più, di undici contusi e qualche danno alle cose: possiamo chiamarla imbecillità, possiamo chiamarlo vandalismo. Ma non violenza.

Comunque, ammettiamo che lo fosse: io comprendo che in passato l’utilizzo della violenza aveva un suo scopo (per quanto deprecabile). I movimenti che si opponevano alla visione dominante della realtà, quella propagandata dal potere, non trovavano altro mezzo per far venire il “pubblico” a conoscenza delle proprie idee che far parlare i giornali di se: gli anarchici fanno saltare in aria… Ohibò, e chi sono questi anarchici? Fammi vedere. Un po’ come Houdini, che rischiava la vita perché i giornali parlassero di lui ed i teatri lo assumessero.

Oggi, “utilizzare” la violenza a questo fine non serve più a nulla: intanto, perché i giornali non danno alcun peso alle opinioni di chi, eventualmente, vi ricorre (se spacchi una vetrina o rovesci un cassonetto sei del “partito della violenza”, potenzialmente un brigatista rosso); in secondo luogo, perché che l’opposizione all’EXPO è un’opposizione ai “valori” del turbocapitalismo di cui essa è la rappresentazione più appariscente è chiaro a chiunque, così chiari a chiunque sono quei “valori” e quelli di chi vi si oppone. Il problema è che, nel grande pubblico, nessuno vuole opporsi al turbocapitalismo.

Per questo motivo, le sinistre sono in crisi: perché, mentre noi ci interrogavamo sul crollo delle ideologie, “quegli altri” hanno occupato, oltre che le posizioni di comando, l’immaginario. Nessuno di noi vuole più un mondo più giusto (anche perché crediamo che allo stato delle cose non sia proprio più possibile, un qualsiasi altro tipo di mondo): vogliamo solo un posto (anche piccolo, di rappresentanza) nel Consiglio di amministrazione.

Con inaspettata onestà, lo disse Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo: “Sì, è vero, c’è in corso una guerra di classe. Ed è la mia classe che la sta vincendo”.

(*E devo dire che trovo paradigmatico che siano più i milanesi che hanno deciso di partecipare ad una manifestazione – quindi un’attività in cui bisognava fare qualcosa, che quelli che accettarono, semplicemente, di firmare per la preservazione del Bosco di Gioia, raso al suolo per costruire il Palazzo Lombardia)

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10 thoughts on “Però poi mi ti sposi

  1. Expo è stata una cosa stolta oltre che in termini etici, sociali, ambientali proprio in senso economico. Cioè non va a stimolare l’economia medesima, fallendo così il suo senso ultimo. E ha ragione amme. Ottima analisi davvero

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