Problematica (L’emeroteca di Babele)

(testi tratti da Manuale di problematica per principianti, autore ed editore sconosciuti, circa 2150)

La problematica è la branca della matematica che si occupa della ricerca di tutte le possibili strategie per venire a capo (non necessariamente risolvendolo) di un problema […]

dall’Enciclopedia Treccani, CCXXVIII ed., anno 2093. Corsivo dell’autore

-Sento che dei ragazzini giocano in cortile- disse Jones. -Sotto tutti vostri?

-Per l’amor del Cielo, no! – esclamò il professor Smith. – La nostra famiglia è la più numerosa, ma coi nostri bambini giocano i figli di altre tre famiglie. I Brown hanno meno figli di noi, i Green meno dei Brown, i Black meno di tutti.

-Ma in totale quanti bambini ci sono? – chiese Jones.

-Sono meno di 18 bambini, ed il prodotto dei figli delle quattro famiglie coincide, guarda caso, con il mio numero di casa, che ha visto venendo.

Jones prese carta e penna, e si mise a fare dei conti. Ad un certo punto, chiese: – Ho bisogno di sapere se i Black hanno più di un figlio.

Smith rispose e Jones, sorridendo, disse il numero dei bambini di ogni famiglia.

Sapreste fare altrettanto, pur senza sapere il numero di casa di Smith?

adattato da Martin Gardner, Enigmi e giochi matematici, BUR

Potrebbe cominciare tutto così, con un professore appassionato di Gardner (esistono anche tra i matematici degli appassionati di testi classici) che proponga questo enigma ai propri alunni: o, con un briciolo di cattiveria, nel testo di un compito in classe, o  come semplice sfida che potrebbe portare alla vincita di un premio (un bel voto? Un dono? Un occhio di riguardo alla prossima interrogazione?).

La problematica ha dimostrato che, per venire a capo di questo problema, i suoi alunni non potrebbero che adottare una di queste strategie:

  1. ignorarlo completamente: accettabile per chi ritiene prendere un 4, o non prendere un 9, un prezzo adeguato, di fronte al crollo di autostima che conseguirebbe all’affrontare il problema e venirne sconfitti;
  2. coprire di improperi il problema, chi se l’è inventato, chi l’ha proposto e, soprattutto, chi ancora si ostina a difendere l’utilità di simili inutili atti di onanismo intellettuale. Questa strategia si prefigge lo stesso fine di quella illustrata al punto 1, ma è più raffinata, perché allontana la colpa da sé e la sposta sul problema;
  3. aggredire il professore, dargli una botta in testa e sperare che dimentichi di aver proposto una simile astrusità. Strategia poco performante, perché potrebbe trasformare quello che, a ben vedere, era un piccolo difetto (un professore simpaticamente sadico) in una catastrofe (un grandissimo bastardo, che per altro potrebbe aver perso ogni virtù eventualmente posseduta in ragione del trauma cranico);
  4. mettersi di buzzo buono e cercare di venirne a capo, ricordandosi che i problemi si risolvono dalla radice (ad esempio, scrivendosi tutti i possibili numeri il cui prodotto dia 18) verso i rami.

Le quattro strategie proposte prendono, rispettivamente, il nome di:

  1. evitamento;
  2. proiezione;
  3. attacco;
  4. soluzione propriamente detta.

Qualunque problema, di qualunque tipo (matematico, fisico, psicostorico, sociale, politico, economico) può essere affrontato ricorrendo ad una di queste strategie. Possiamo fare degli esempi per dimostrarlo […].

Altro caso notevole è quello di come i governanti dell’Italia (uno Stato affacciato sul Mediterraneo, oggi non più esistente) affrontarono il problema dell’immigrazione […]. Di fronte ad un tale stato di cose, inizialmente, i governanti decisero, semplicemente, di ricorrere all’evitamento: trattarono il problema come un non problema, non considerarono minimamente i numeri sempre maggiori di persone che (anche e soprattutto per alcune loro scellerate scelte di politica estera) si riversavano sulle loro coste, anche perché la loro presenza costituiva manodopera a basso costo che poteva essere vantaggiosamente sfruttata, in un momento (gli anni 80 e 90 del XX secolo) in cui pareva che fosse parte del “destino manifesto” del popolo italiano divenire ricchi attraverso l’industria […]. In seguito, tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio, per tutta una serie di motivi, questa strategia cominciò a mostrare i suoi limiti, per due ordini di motivi: intanto, perché gli italiani iniziarono a considerare gli immigrati non più (anzi, per meglio dire, non solo) come una risorsa, ma come una minaccia (gli psicostorici e gli psicologi si interrogano ancor oggi sui motivi di questo cambiamento di prospettiva: probabilmente, la causa preponderante fu una massiccia opera di propaganda); in secondo luogo, perché, come in tutti i casi di proiezione, il problema veniva da questo atteggiamento vieppiù ingigantito. Numerosi, per altro, furono i casi di vere e proprie stragi, in cui morirono centinaia di persone che tentavano una pericolosa traversata, del Canale di Sicilia o dell’Adriatico […] per raggiungere le coste italiane […].

Questa strategia prosperò a lungo: univa, infatti, ai lati positivi insiti nella strategia della proiezione (non ultima, quella di allontanare le responsabilità da sé) l’invidiabile pregio di essere un efficace mezzo di controllo sociale (l’opposizione su base etnica impediva o quantomento ostacolava conflitti di altro genere). Tuttavia, verso la metà degli anni 10 del XXI secolo, i governanti italiani, con una decisione che lasciò molti di stucco, decisero di usare la forza per risolvere il problema migranti, e presero a bombardare le navi che trasportavano queste persone […].

Questo è un esempio estremo di attacco: non solo perché, per utilizzare una frase del musicista Frank Zappa, “pretendeva di risolvere il problema della forfora tagliando le teste”, ma anche perché (come la botta in testa al professore) finì per aggravare il problema: è noto, infatti, che, da che mondo è mondo, le bombe creano profughi (e quindi immigrazione) […].

Oltre a ciò [al fatto che non venne fatto nulla per risolvere realmente il problema], c’è anche da sottolineare una curiosa imprecisione lessicale. Quand’anche il bombardamento dei barconi avesse fermato gli sbarchi, questa, appunto, sarebbe stata la conseguenza: sarebbero finiti gli sbarchi. Ma il problema immigrazione non avrebbe potuto affatto dirsi risolto […].

Scusate per il giochino infantile. Ma quando leggo certe proposte, non posso fare a meno di domandarmi: cosa penseranno di noi i posteri?

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