John Ray

Mi chiamo John Ray. Il mio cognome non vi interessa, tanto sono sicuro che non abbiate mai sentito parlare di me.

Eppure ero famoso, qualche tempo fa. Scrittore dell’orrore. Ho scritto storie che hanno fatto tremare le mutande alla gente da Chicago giù fino a Miami. Tenevo gli editori per le palle ed il mio pseudonimo era sulla copertina delle riviste più vendute.

Il mio pseudonimo, già. Mio padre non voleva che io facessi lo scrittore; di quella robaccia, poi!

A me della cosa non è mai fregato nulla. Ma, per quieto vivere, ho deciso di chiamarmi in un altro nome, di non sporcare il suo preziosissimo buon nome per fare quella professione indegna che mi ero scelto e che mi faceva guadagnare tanti soldi (dove andremo a finire, si chiedeva). Ho preso il nome di battesimo del nonno, ed il cognome da nubile della mamma. Credevo bastasse. Mi sbagliavo.

Mio padre non mi ha perdonato. Ed io sapevo che me l’avrebbe fatta pagare. Ha avuto modo di farlo, il giorno in cui è morto: da quel giorno, ho smesso di scrivere. Proprio come voleva lui.

In tutte le belle storie dell’orrore, c’è una porta: questo non fa eccezione. Ed io la sto fissando. Oggi no, mi dico. Oggi non ho il coraggio. Oggi passo. Non cambierà nulla, tanto, che io entri lì oppure no. Che vada là dentro, a sacrificare un altro mio giorno a quel mostro. Ripeto queste, e simili stronzate: per me, ormai, è una specie di rito. Poi, abbasso la maniglia ed entro.

Mia madre ed il suo mostro sono sedute in poltrona. Alza la testa, ed il mostro, travestito da speranza, compare tra le sue palpebre.

“Sei tu, Mike?”, chiede. Mike era mio padre.

I primi tempi, credevo fosse giusto rispondere sì. Ma i dottori me l’hanno sconsigliato, e comunque non sarebbe servito: non sarei riuscito a fingere di essere mio padre, anche se gli somiglio tanto. E mi sarei sentito un verme. Per cui, quattro anni fa, ho cominciato, ogni giorno, a dirle la verità.

“Sono John Ray, mamma. Papà è morto” le dico anche oggi. E poi resto lì, a sentirla piangere, per questo dolore inatteso che le scaravento addosso, ogni giorno, da quattro anni.

Mio padre è finito sotto quella macchina, due mesi dopo che alla mamma avevano diagnosticato… qualcuno venne a dirmi che non era stato un incidente. L’ho rimandato a casa senza due denti. Credevo mi sarebbe servito. Ma no, neppure quello mi ha spinto a tornare alla scrivania a scrivere.

A miei editori, ho detto che l’ho fatto per mia madre, per starle vicino, che scrivere è un lavoro a tempo pieno, ad accudire una vecchia demente come lei pure, ed una delle due cose dovevo mollarla, e mi sarei accontentato di quel po’ di rendita… cazzate. Non sono più stato capace di scrivere una riga, da quando papà è morto. Meglio: da quel giorno di quattro anni fa.

Io, uno scrittore dell’orrore?, mi chiedo anche oggi, fissando la porta, visualizzando la persona che c’è dietro, a cui anche domani andrò a dire che Mike è morto, e che anche domani piangerà calde lacrime.

Io, uno scrittore dell’orrore? Per favore. Sono un dilettante.

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