Altri piccoli appunti sulla Cookie Law, una settimana dopo

Di ritorno da una settimana in cui sono stato (più o meno) offline, vengo a scoprire che “l’emergenza” Cookie Law (nuova legge europea su cui ho espresso la mia opinione qui) pare essere rientrata.

Il Garante per la Privacy ha infatti spiegato a Wired che, tanto per cominciare, ci vorrà del tempo, prima che comincino ad essere spiccate delle multe, e che, comunque, ad avere l’obbligo del banner che informa i lettori che il sito che si sta visitando contiene dei cookie, saranno solo i siti che li usano per la profilazione degli utenti: detto in termini molto molto semplici, quelli che utilizzano i cookie per piazzare della pubblicità mirata. Per tutti gli altri, basta un semplice link ad una pagina che spiega la policy del sito sui cookie (nel mio caso, la policy di WordPress sui cookie, che può essere consultata qui).

Un chiarimento che, mi sembra, lascia un poco il tempo che trova: intanto, perché, per dire, capita che WordPress “piazzi” sotto alcuni degli articoli che scrivo dei bellissimi banner pubblicitari, per eliminare i quali io non posso fare nulla… a parte consigliarvi ADBlock, o pagare (e proprio la questione dei pagamenti, diceva un po’ di mondo commentando il mio precedente articolo sull’argomento, sembra essere il vero motivo per cui la piattaforma che ci ospita non mette a nostra disposizione dei comodi banner “già pronti”, che ci risparmierebbero parecchie ambasce). Dei cookie che senza dubbio vengono usati per dare in pasto le pubblicità “giuste” agli utenti “giusti”, chi deve essere considerato responsabile? Io o chi mi sta ospitando?

Ad ogni modo, per quanto, tutto sommato, poco rassicuranti, le parole del Garante sono bastate per far cessare (o quanto meno per calmare) l’agitazione che aveva percorso un po’ tutta la blogsfera (ma si dirà ancora, la blogsfera?) man mano che il 2 di giugno, giorno dell’entrata in vigore della legge, si avvicinava. Una petizione è stata lanciata su un sito appositamente creato, bloccailcookie; contemporaneamente, non pochi blogger (tra gli altri, mazzetta) proclamavano orgogliosamente che non avevano alcuna intenzione di piegarsi alle prescrizioni che, con la legge entravano in vigore. Insomma, sembra che la parola d’ordine sia: se non fermiamo noi questo scempio, nessun altro lo farà.

E, intendiamoci, questo è giusto, oltre che dolorasamente vero; e senza dubbio tutti i blogger che hanno deciso, scientemente, di comportarsi come mazzetta, meritano grande rispetto: d’altronde, è dai tempi di Gandhi che la disobbedienza civile viene considerata un nobile metodo di lotta.

Tuttavia, penso che applicare una simile politica su larga scala è, nei fatti, una sconfitta per tutti noi. La battaglia contro la Cookie Law dovrebbe servire ad affermare che ad essere chiamato ad avvertire di cosa si sta facendo dei loro click e delle loro visite è chi da quei click sta ricavando dei soldi, non coloro che sono, per così dire, gli “utilizzatori finali” (è incredibile come in questa storia stiano ricicciando fuori un sacco di espressioni rese celebri dal berlusconismo…). In questo caso non è (ancora) accaduto, per fortuna, ma, visti i precedenti, non è del tutto peregrino pensare che, prima o poi, qualcuno finirà per prendersela, invece che con chi se lo merita, con quelli che, spaventati dalla “consistenza” delle sanzioni (ribadisco, si parla anche di centinaia di migliaia di euro), finiranno per aggiungere dei banner al proprio sito; e quindi, fare la stessa cosa che sta facendo WordPress: scaricare su chi non le ha le responsabilità.

(Nota personale: per il momento ho deciso di non aggiungere ancora nulla, ma sappiate che mi sto attrezzando nel caso in cui servisse fare qualche modifica. Sto attraversando il difficile periodo di transizione tra lo studio ed il lavoro, con piccoli lavoretti riesco ad alzare abbastanza da essere almeno parzialmente indipendente, ma questo ancora non basta. E questo mi induce alla riflessione che trovate poco più sotto).

Proprio la “consistenza delle sanzioni”, dicevo anche nel precedente articolo, dovrebbe spingere a riflettere: facendo i conti della serva, si può ipotizzare facilmente che, grazie ai cookies, i colossi della navigazione Internet guadagnino cifre che sono nell’ambito non delle migliaia, ma dei milioni di euro. Centoventimila euro (la sanzione massima prevista per chi non si adegua) per simili aziende sono spiccioli, quand’anche si trovassero nelle condizioni di essere costretti a pagarli (fattispecie che con ogni probabilità mai si verificherà, visto che la maggior parte di essi sono “residenti” all’estero); non lo stesso, per i privati cittadini (come il sottoscritto) che stanno vivendo questa situazione in uno stato che è prossimo all’impotenza.

Scrivere una legge così, significa non avere la minima contezza di come va il mondo, o non aver avuto (o non aver voluto avere) il coraggio di fare qualcosa di realmente utile per la prevenzione della privacy dei cittadini. Messa così, questa legge rischia pericolosamente di diventare una versione 2.0 del reato di diffamazione, utile per zittire, colpendoli nel portafoglio, coloro che esprimono opinioni sgradite.

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