Il Pensatoio

Noia. I più grandi crimini del passato dovevano essere stati, era certo, commessi per noia.

Nulla c’entrava il Messia che pareva fosse nato dalle parti di Bethlem: Erode dovette dare il via alla strage degli innocenti perché ben pochi dovevano essere i momenti esaltanti che poteva offrire, la carica di re della Giudea, a parte quello in cui si poteva dare libero sfogo al proprio arbitrio, ordinando qualcosa di tanto crudele quanto inutile (ed infatti, il soggetto del desiderio di quella dissennata ricerca aveva finito per salvarsi).

Di fronte a quello, ed ai molti altri che potevano essere descritti in termini analoghi, il suo piccolo peccato, pur esso figlio del tedio, scompariva; e ad un esame condotto con rigorosa obiettività, Marcus Atkins sarebbe risultato essere l’uomo più a posto con la propria coscienza al mondo. Ah, se solo fosse esistito un macchinario capace di scandagliare la mente di un uomo e rendere una mappa del suo senso di colpa, così come ne esisteva una (e, casualmente, lui era tra i pochi Eletti che l’avevano vista ed il cui lavoro consisteva, anzi, nell’usarla) che faceva lo stesso per la memoria!

Gli uomini del passato avevano più volte sognato un simile prodigio. Ne avevano ricavato storie di spie che volevano venisse loro reimpiantato un ricordo che il loro governo aveva ritenuto meglio dimenticassero, o di amanti abbandonati che chiedevano alla scienza di strappar via ogni traccia di quei giorni in cui erano stati così illusoriamente felici. Forse, qualche scrittore mediocre aveva anche già narrato la storia che lui stava vivendo, e l’aveva raccontata immaginando che lui avrebbe fatto quel pensiero… Tutti quegli uomini, probabilmente, sarebbero rimasti delusi dalle risposte che la fantasiosa scienza aveva opposto alla loro fredda immaginazione.

La macchina aveva un complicato nome in codice, che chiariva come poteva funzionare e di quale principi teorici, giudicati inutili dai più, si serviva per compiere il suo compito; nonostante ciò, loro, gli Eletti, le si riferivano come al Pensatoio, in ossequio ad un vecchio classico che tutti avevano letto. Non richiedeva assolutamente di collegare alcunché alla calotta cranica del soggetto, ma assomigliava piuttosto ad un enorme frigorifero alimentato ad energia atomica, dentro cui si doveva entrare tutti interi. Soprattutto, non consentiva all’esaminatore di visualizzare a schermo impressive immagini che gli mostrassero, come se assistesse ad un film particolarmente indiscreto, quali fossero gli eventi che l’esaminato aveva provveduto a celare in quella disordinata soffitta che è la memoria, ma si limitava a restituire una griglia di numeri apparentemente casuali, a cui solo cinque anni di studio ed almeno venti di esperienza potevano dare un vago senso (e comunque, nessuno se ne sarebbe potuto servire per appurare se, davvero, quell’uomo avesse tradito sua moglie o compiuto un assassinio).

Il senso era uno dei due motivi per cui Atkins (ingrato, se ne rendeva conto) si annoiava a lavorare al Pensatoio. Certo, aveva sempre sognato di lavorare coi numeri. Alla fine ci era riuscito, benché certe voci oscure sul futuro l’avessero avvicinato alla medicina ed allontanato dalla matematica; tuttavia, non erano quelli i numeri con cui lui voleva avere a che fare.

Perché quei numeri dovevano essere interpretati e, quindi, significavano qualcosa; quelli che lui sognava, invece, erano astratti, metafisici, lontani da qualunque concretezza e dall’illusione di essere indizio di alcunché. Proprio per questo, giocandoci, si poteva giungere ovunque.

I numeri del Pensatoio, invece, non potevano che condurre ad una diagnosi di Alzheimer, o di sindrome di Korsakoff, o, e questo era più probabile, a rendersi conto che non poche erano le persone che accettavano sei ore di viaggio, e due di esame, ed altre sei di ritorno, solo per provare questa nuova, grande novità scientifica, che non poteva dir loro che erano perfettamente sani e che quei vuoti di memoria che di tanto in tanto avevano, considerata la loro età e la loro storia… Troppo poche possibilità, sempre le stesse.

L’altro motivo, ovviamente, erano le sei ore. Come si erano dovute sgradevolmente accorgere le due o tre università in cui ne erano stati testati i prototipi, i circuiti che facevano funzionare il Pensatoio avevano la sgradevole abitudine di far saltare come lampadine fulminate tutti gli aggeggi elettrici (esclusi, imperscrutabilmente, quelli che a loro erano connessi) nel raggio di miglia. Nessuno era ancora riuscito a capire cosa producesse quel capriccio egocentrico, e quindi di approntare un qualsiasi sistema di schermatura ancora non si parlava neppure; in più, c’era anche la questione dei liquami, in grado di rendere inutilizzabili ricchissime falde acquifere in meno di due mesi.

Da tutto ciò, sorgeva la necessità di allontare il più possibile quel miracolo da… be’, da tutto. Il Pensatoio in cui lavorava lui (sapeva che ce n’erano altri sei o sette, al mondo, in paesi abbastanza fortunati da avere un deserto da mettere a disposizione) sorgeva ad appunto sei ore di distanza dal più vicino avamposto della civiltà, una cittadina di ottocento abitanti tutti troppo vecchi, in un modo o nell’altro, per illudersi che il turismo sanitario avrebbe potuto portare loro qualche beneficio. La distanza veniva coperta quotidianamente da vecchi carretti da tiro rimessi in attività; tutti i motori, infatti, celano in sé un qualche componente elettrico o elettronico, e la strada in mezzo al nulla che conduceva al Pensatoio era costellata qui e là dalle carcasse delle auto di chi si era creduto più furbo di una macchina che era letteralmente in grado di leggere nel pensiero.

Nel complesso, quello scenario era post apocalittico, ma comunque meno desolante di quello che si sarebbe parato davanti a chi fosse entrato, dopo il tramonto, nel palazzone che ospitava il Pensatoio, con gli Eletti (che ovviamente dovevano dividere la loro dimora con la macchina) che giravano per i corridoi afferrati a vecchi mozziconi di candela, tenendo sotto il braccio la copia, vecchia di una settimana, di uno dei pochi giornali che ancora venivano stampati su carta.

D’accordo: in questo contesto, la noia avrebbe dovuto essere vista come una benedizione, perché rassicurava sullo stato della propria sanità mentale. Non di meno, si sa, anche l’eccesso di bene porta al male, e più di una volta Atkins si era detto che, alla fine, sarebbe stata proprio la noia a farlo uscire di senno. Doveva trovare una soluzione. Una soluzione che consistesse in questo: qualcosa di divertente da fare.

La prima volta che lo fece fu un giovedì.

Non conosceva negli intimi particolari il funzionamento del Pensatoio, ma sapeva, più o meno, che esso acquisiva talune informazioni dal cervello dell’esaminato, poi le scriveva nei suoi dischi rigidi, poi ritrasmetteva quegli stessi dati, ne acquisiva di nuovi e così via. Tra un passaggio e l’altro, comparivano sullo schermo davanti al quale era seduto delle serie numeriche che costituivano una prima, imperfetta mappa della memoria del soggetto.

Cosa sarebbe successo, si chiese quel giovedì, mentre osservava una lunga sequenza di 1 che sapeva presentarsi identica in tutti gli uomini, se, al posto di questo 1 qui, in posizione 48, io inserissi un 2?

Tecnicamente, l’operazione non presentava difficoltà. Capitava, talvolta, che il paziente non riuscisse a stabilire una comunicazione col Pensatoio, ed allora era la macchina, o per meglio dire gli Eletti, a doverla stabilire con lui, inviandogli una sequenza più o meno sensata da loro decisa; d’altronde, capitava pure che il treno d’informazioni partito da dentro il cranio, per un calo di corrente o per chissà quale volontà del Pensatoio, non raggiungesse affatto l’elaboratore, o lo raggiungesse mutilo di alcune parti, che dovevano essere integrate a mano. Questo difetto era proprio quello che faceva al caso suo.

Comunicò al Pensatoio che riteneva la matrice gli fosse giunta con alcuni errori. Accedette alla funzione modifica, portò il mouse sul fatale 1, fece un profondo respiro, premette backspace, scrisse 2, poi schiacciò enter. Per qualche folle istante, temette di veder comparire un qualche messaggio di errore o, magari, di rifiuto; per un momento, uno solo, giunse a credere che il monitor gli sarebbe scoppiato in faccia, per punirlo della sua insolenza.

Nessuno di questi banali eventi si verificò. L’esame fu portato a termine con successo; Victor Booth (si stampò il nome in mente, affinché non la lasciasse più) uscì dalla macchina e venne a ringraziarlo (era uno di quelli che avevano bisogno del Pensatoio quanto lui di una Ferrari). Con la scusa del protocollo, Atkins gli pose le stesse domande che gli aveva posto prima di iniziare a frugare nella sua mente: nulla, neppure una sfumatura, faceva sospettare che egli fosse un Booth diverso da quello che era entrato in quella stanza, due ore e mezza prima. Eppure, Atkins lo sapeva: in modo impercettibile, certo, ma l’aveva fatto. Gli aveva modificato un ricordo.

L’idea lo eccitava. Per questo motivo, per qualche tempo, si astenne dal ripetere quello che genericamente definiva l’esperimento. Era sufficiente il semplice rammentarlo, per rendere più sopportabile la lunga apatia dei pomeriggi in cui non era di turno (accorciare le mattine era più semplice: bastava alzarsi pochi minuti prima del pranzo), e talvolta si stupì del fatto che fosse un ricordo, il rimedio alla noia che gli causava uno strumento indagatore di ricordi.

Col tempo, il suo sbiadire lo spinse verso nuove occupazioni. Divenne un frequentatore assiduo dell’emeroteca, e compulsava ogni pubblicazione che la raggiungesse, temendo ed al tempo stesso desiderando trovare qualche notizia su quell’uomo, indicato solo con le sue iniziali, V. B., che d’un tratto aveva chiesto alla moglie sposata trent’anni prima chi lei fosse, o dove si trovasse il suo ufficio, o quale fosse il nome dei suoi figli.

Al pari di quella di Erode, la sua quest non fu coronata da successo; la cosa più interessante che rinvenne fu un articolo di spalla, firmato da qualcuno che aveva trovato divertente darsi il nome di Phil Connors, come il protagonista di un vecchio film, che si occupava di loro e che definiva il Pensatoio “fomite di ogni male” e “fonte possibile e probabile di crimini ed abusi”. Leggendolo, Atkins rise il riso del giusto. Non fu per ripicca, dunque, se decise che era giunto il tempo: no, fu perché, per qualche motivo, Connors era riuscito a porre nella giusta luce quel fruscio di carta che ormai lo accompagnava da mesi; una routine artificiale creata per sfuggire ad una noia che aveva ripreso ad assediarlo da presso. Doveva rifarlo.

Per seconda, toccò ad una donna, il cui tracciato mostrava alcuni lievi reperti anomali probabilmente ascrivibili ad un trauma, su cui non era suo compito indagare. Lei pure, come Booth, emise la lunga sequenza di 1; a lei pure, la sequenza tornò indietro col quarantottesimo 1 raddoppiato in 2; in lei pure non furono ravvisate grossolane differenze (cosa diceva: non fu ravvisabile alcuna differenza) tra il prima ed il dopo. Anche nel suo caso, la notizia che apparve sui giornali e che la riguardava più da vicino fu un livoroso editoriale di Connors, che lamentava che, nonostante le sue denunce, il Pensatoio rimanesse “in attività, non gravato neppure da un lieve sospetto”. In breve: l’unica cosa che la rese diversa da Booth fu il fatto che Atkins ne ricavò soddisfazione per soli dodici giorni.

Il paziente tre era affetto da una grave demenza multi – infartuale; la quale, tuttavia, non aveva sfiorato neppure da lungi la teoria di 1. La modifica di Atkins non fu in grado di migliorare di un’unghia la sua sintomatologia. Gli sperimentati dal quarto in poi iniziavano a sovrapporsi, e forse confondeva quello che si era annegato il cervello nell’alcol con quello che, con la più sciocca delle domande, lo aveva terrorizzato.

“Dottore, c’è qualcosa che non va?”.

Si era dato più volte dello stupido per il modo in cui le sue mani avevano iniziato a sudare ed il suo cuore a tremare per quell’innocente quesito. Primo, per non averlo compreso. Secondo, perché lo sapeva: il rischio di essere scoperti era pari a zero. Non prossimo a: proprio uguale a zero. C’erano ancora degli studi in corso, su quell’argomento, ma i dubbi erano abbastanza leciti da spingere molti a sconsigliare energicamente un uovo esame; e, in più, troppa era la sproporzione tra aspettative riposte e sforzi fatti, e quanto effettivamente si riusciva a scoprire sullo stato della propria memoria, perché qualcuno desiderasse di essere di nuovo infilato dentro la macchina e lasciato lì due ore circa. Non si entra due volte nello stesso Pensatoio. E neppure in un altro, se è per questo.

Fu per questo che la mappa di Joshua Gallagher lo fece quasi urlare di gioia. Non aveva minimamente pensato a fare di lui un esperimento; pure, quando giunse a controllare la sua sequenza, dovette rendersi conto che egli non aveva un 1, nella quarantottesima posizione di quella lunga serie, ma un 2.

Era un’evenienza decisamente improbabile che qualcuno, decidendo di compiere il suo stesso gioco, fosse andato a compiere le modifiche proprio in quella zona; questo doveva quindi significare che quel 2 stava lì spontaneamente. O, per meglio dire, che, nonostante le apparenze, il cambiamento che aveva compiuto doveva aver portato a qualcosa, e che quel qualcosa si trasformava in un ricordo assolutamente indistinguibile da tutti gli altri, e che di quel ricordo le persone parlavano con tanta passione e trasporto da farlo prendere per buono anche a qualcun altro, il quale lo trasformava in un suo ricordo, che impacchettava e piazzava nello stesso posto in cui lui, artificialmente, aveva voluto infilarlo in principio. Peccato che quello che aveva fatto fosse così drammaticamente illegale, oltre che impopolare, in quel periodo in cui “Phil Connors” era particolarmente attivo (l’ultima sua fatica parlava apertamente di “un’opera ispirata dal demonio”), altrimenti, là fuori, ad attenderlo, ci sarebbe stato un incontro ravvicinato col signor Alfred Nobel.

Dal giorno in cui conobbe Gallagher a quello in cui morì, Atkins non ebbe più bisogno di vincere la noia giocando coi numeri. La percentuale dei pazienti che presentavano l’anomalia iniziò a crescere in modo esponenziale, ed ogni volta che dove si aspettava un 1 trovava un 2, doveva farsi violenza per non saltare in piedi sulla sedia. Finirono per accorgersi della cosa anche gli altri Eletti, e per la fine di quell’anno su una rivista dal nome prestigioso comparve un articolo, in cui, all’insaputa di tutti, Atkins riceveva lusinghieri attributi, come ad esempio “il misterioso fattore eziologico che ha dato il via a questa modificazione delle mappe”. Ironicamente, lui stesso (che dell’articolo era il secondo firmatario) aveva contribuito a coniare la definizione. Aveva anche insistito perché si facesse qualche accenno alla “polemica montante e del tutto destituita di fondamento” sulla possibile origine infernale del Pensatoio.

Quando accadde, la frazione di coloro che si presentavano con un 2 in posizione nota aveva sforato il 40%. Fu di notte, ovviamente, e dovettero giungere, gioco forza, alla luce delle fiaccole, come in quei film che ricordava di aver visto da bambino.

Atkins (che da qualche tempo dormiva, come si sarà compreso, il sonno migliore della sua vita) fu svegliato dal sordo rimbombo delle martellate. Si alzò, a tentoni cercò i fiammiferi e la candela, l’accese ed inforcò gli occhiali. Come se le lenti avessero migliorato il senso sbagliato, solo allora distinse i rumori che provenivano dalla sua porta. Qualcuno tentava di forzare la serratura magnetica.

Rapidamente, vagliò tutte le ipotesi: ladri. Spie. Un esercito nemico incaricato di prendere il controllo dei centri nevralgici del paese (o dei centri economici: costruire e tenere in attività il Pensatoio non era cosa da poco). Mentre le valutava una per una, ben conscio della loro assurdità, qualcuno urlò di spavento.

Gli parve di riconoscere la voce di uno degli altri Eletti. Questo, invece di atterrirlo, lo riempì di calma. Ok, ora so che ci stanno attaccando, si disse, senza trovare l’idea ridicola come invece avrebbe dovuto sembrargli. Potenzialmente, può essere chiunque, ma una cosa è certa: sono in molti. Più di noi, sicuro, e ciò significa che finiranno per soverchiarci. Tanto vale aprire la porta, piuttosto che fare la fine del topo.

Le facce che lo accolsero oltre la porta, quando decise di dare corso a questa risoluzione, sarebbero probabilmente apparse meno stupite se davanti a loro fosse comparso un drago, o un orribile ibrido uomo-bestia. Mani sconosciute, meno inclini alla sorpresa dei volti, fecero tuttavia rapidamente ciò per cui erano giunte lì: lo afferrarono e lo tirarono fuori. Forse, era stato anche loro detto di utilizzare la forza, se necessario, ma non lo fu affatto. Atkins mostrò che non c’era nessun bisogno di spingerlo o trascinarlo, perché voleva seguirli. Dopo le prime svolte, non dovettero neppure più dirgli che direzione prendere, perché comprese perfettamente dove stavano andando: verso la stanza del Pensatoio.

La maggior parte degli Eletti era già stata radunata lì. Alcuni schermi giacevano infranti al suolo, ed i tavoli su cui erano stati poggiati erano stati spostati al centro della stanza, a costruire una fila dietro la quale stavano delle persone che non aveva mai visto, senza dubbio componenti della folla che aveva invaso l’edificio, e della quale sembravano rappresentare la parte dall’aspetto più intellettuale. I più robusti, invece, stavano finendo di fare a pezzi il Pensatoio con martelli (il rumore che l’aveva destato), picconi, scalpelli. Gli strumenti di fortuna battevano la tecnologia sei a zero.

Atkins guardò la scena per pochi secondi, piuttosto indifferente. Non sentì alcun bisogno di scoppiare in pianto, come alcuni dei suoi colleghi. Piuttosto, la sua necessità più impellente era un’altra.

“Perché ci avete portati qui?” domandò ad uno degli uomini seduti dietro al tavolo a cui aveva lavorato, senza alcuna necessità di affettare il tono tranquillo che spontaneo gli uscì dalle labbra.

Quello guardò prima lui, poi i due che gli sedevano vicino. Uno si strinse nelle spalle, l’altro fece un cenno con la testa.

“Per processarvi per i vostri crimini” rispose, con una voce meno autoritaria di quanto avrebbe dovuto e voluto.

“Processarci? Siamo medici, non criminali”. Non si innervosì: aveva detto processarvi, non processarti. Non era con lui in particolare, che ce l’avevano.

“Non faccia finta di non capire. Questa macchina, che abbiamo appena finito di distruggere, rappresentava un pericolo ed un male per tutta l’umanità”.

“Non è vero”. Con gesto imperioso spense un’obiezione. “Ma seppure fosse, noi questa macchina l’abbiamo solo usata, non inventata”.

“Questo basta a rendervi complici!” si intromise quello che aveva stretto le spalle. “Voi, voi avete mantenuto in funzione questa macchina figlia del Maligno, cui non avreste dovuto neppure avvicinarvi!”.

“Macchina del Maligno? Non avrete letto troppi articoli di Phil Connors?”.

“Io non ci scherzerei troppo sopra, se fossi in te” rispose il primo che aveva parlato, passando dal lei al tu. “Si da il caso che stiamo aspettando giusto Phil Connors, per dare inizio alla requisitoria”.

“Connors è avvocato, quindi? Sorprendente!”.

“Ti ho detto di smetterla di parlare così del nostro Illuminato Comandante! Vedrai cosa vi combineremo quando arriverà lui, porci!”.

“Continuo a non capire cosa vi abbiamo fatto” rispose Atkins, cominciando a trarre un ineffabile divertimento da quella conversazione grottesca e, se possibile, ancor più tranquillo di quando si era alzato dal letto. Se era con un buffone come Connors che avevano a che fare, allora, nonostante l’isolamento, nonostante la minoranza numerica, nonostante l’evidente follia di chi aveva invaso l’edificio e devastato il Pensatoio, avevano buone probabilità che per loro le cose andassero meglio di come erano andate per quella povera macchina.

“Ma guardalo, guardalo come fa finta di nulla… tu pensi davvero che noi pensiamo che tu non sappia a cosa servisse questo arnese malefico?”.

Non sapendo se avrebbe dovuto rispondere sì o no, si limitò a rispondere, come se leggesse da un testo universitario: “Serve ad acquisire mappe…”.

“Balle! Questo è quello che ci avete raccontato per nasconderci la verità! Ma noi, ah, noi sappiamo che utilizzate queste macchine per farci il lavaggio del cervello, instillarci idee laide, perverse, malvagie…”.

“Ma di che idee state parlando?” lo interruppe, con voce ferma, Atkins, che a sentir parlare di lavaggio del cervello aveva tremato. “Noi neppure possiamo saperlo, quello che stiamo guardando, non vediamo altro che numeri!”.

“Menzogna! Puoi negare finché vuoi, ma noi sappiamo che è così!”.

“E come fareste a saperlo?”.

L’uomo dietro la scrivania rispose come se leggesse da un testo sacro: “Così ci ha raccontato chi, per primo, entrato in questa vostra macchina, udito quanto gli sussurravate e riuscito, con grande sforzo di volontà, a resistervi, ha voluto rendere tutti noi partecipi di quanto voi criminale osavate”.

Atkins, cui di fronte a quel tono riusciva sempre a stento a trattenere un sorrisetto, domandò ironico: “E cioè chi? Phil Connors?”.

“Proprio io, dottore” disse una voce dietro di lui. Atkins si voltò, e non appena i due furono faccia a faccia, quella voce proseguì: “Proprio lei mi ha infilato in quella macchina, dottore. Lei ha vigilato sul mio, mmm, esame. Lei ha armeggiato coi comandi di questo orrore, perché nella mia mente si formassero idee che non ho il coraggio di riferire. Se lo ricorda, dottore?”.

Gli diede una spintarella, per farlo reagire, ma Atkins cadde all’indietro e si sedette sul pavimento. Passarono lunghe ore di tortura e dolore, tra quel momento e quello in cui, finalmente, una precisa martellata, vibrata forse dalla stessa mano che aveva spento il Pensatoio, non pose fine alla sua vita. Eppure, per tutto quel tempo, egli non parlò più, se non per mormorare, come un ferale mantra: “Siamo spacciati. Siamo spacciati”.

Perché Phil Connors era Victor Booth, e Victor Booth era Phil Connors. E, prima di affidarlo al tribunale che lui stesso aveva creato, volle congedarlo dicendo: “Oh, io me lo ricordo, dottore, altroché se me lo ricordo!”.

 Chi controlla il passato controlla il futuro.

George Orwell

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