Da grande avrei dovuto fare l’ingegnere

Giovedì mi sono accorto che la casa in cui vivevo il primo anno che stavo a L’Aquila è stata abbattuta.

La storia dell’architettura non ne soffrirà: era un orribile coso rosa, costruito sul fianco di una collina un quaranta o cinquant’anni fa, nel contesto di quelle opere di cosiddetta edilizia popolare che in realtà servivano o a rinchiudere poveracci in prigioni pietosamente chiamate condomini, o a fornire a burocrati ed altre appendici del corpo dello Stato qualcosa con cui, in futuro, arricchirsi alle spalle di ignari studenti che non avrebbero saputo in che trappola si stavano infilando (e senza contratto d’affitto, ça va sans dire).

Non ne ha sofferto in maniera consistente nemmeno il mio cervello emozionale: non posso dire che mi dispiace che finalmente abbiano tirato giù quel palazzo. Ogni volta che ci passavo davanti, tremavo al ricordo di quello che ci avevo visto dentro la mattina del 9 aprile del 2009, quando ero andato a recuperare libri e documenti; ancora di più, avrei tremato di fronte alla prospettiva che qualcuno ci potesse andare a riabitare, con le crepe coperte da una botta di stucco ed il rosa sostituito da un bel giallo carico, decisamente più à la page (e se credete che non sia successo, siete degli illusi). “Certo, il giallo è colore portante!”, ebbe a dire una volta mio fratello.

Tuttavia, non posso fare a meno di sentirmi strano. Lo sbarbatello diciannovenne che voleva fare il dottore è morto insieme con quei muri; ed ora rimane solo lo sbarbatello ventiseienne che è dottore. Con tutte le paure e le paranoie del caso.

Ieri, invece, sono andato a Roma, vicino San Pietro. Per via dell’enorme distanza (no, non parlo di geografia) che intercorre tra il centro e la (vasta) periferia di quella splendida città, non ho ricevuto neppure un eco smorzata, nulla, di quanto è accaduto a Casale San Nicola. E non ho intenzione di parlarne, di quei fatti: perché se tu, che vivi in un quartiere disagiato (splendido eufemismo per non dire quartiere di merda) pensi che il tuo più grande problema siano DICIANNOVE immigrati, allora, di che stiamo parlando?

Ma tornando a noi: sono andato a Roma, vicino San Pietro. Perché è lì che il MIUR mi ha detto che devo andare a fare quel test per l’accesso alle scuole di specializzazione in medicina e chirurgia di cui mi pare di aver parlato, qualche volta. Della zona non sono pratico, quindi sono andato a controllare dove si trova quest’università (privata) in cui per tre giorni dovrò rispondere a domande sul rene policistico, la sindrome di Lambert – Eaton e (è sicuro) le diverse forme di porfiria.

Ora: senza dubbio le università private sono frequentate dalla creme della nostra classe studentesca, ed i servizi che offrono non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli che può offrire la lercia università pubblica. Non di meno, sono abbastanza certo che se qualcuno avesse chiesto al portiere della mia università dov’era che si facevano i test per le specializzazioni di medicina, avrebbe ricevuto in risposta aula, giorno, ora e probabilmente pure le risposte ai quesiti. Io (che ho fatto precisamente questa domanda), invece, mi sono dovuto accontentare di un “Boh, chieda allo sportello orientamento”.

Allo sportello orientamento, l’anziana signora con cui parlo cade letteralmente dalle nuvoleSi attacca al telefono, chiede a questo e quello, e comunque non riesce a nascondermi che, nella recondita ipotesi che davvero il test debba svolgersi lì, per loro sarebbe davvero una gran seccatura, che manco ce l’hanno, medicina. Per quei pochi spiccioli che senza dubbio il MIUR gli paga per il disturbo, poi! (siamo su per giù allo stesso livello degli italiani che si lamentano dei 35 euro “regalati” agli stranieri, sono d’accordo)

Mentre io mi scoccio visibilmente, ed Anita, che mi ha accompagnato e che di solito è molto silenziosa, inizia a parlare con l’anziana signora, perché si rende conto che altrimenti passerò a coprirla di sarcasmo ed insulti, quest’ultima ha la pessima idea di dirmi: “E mi raccomando, si faccia un esame di coscienza sul perché vuole essere medico”.

Ed io penso agli economisti che stanno decidendo il futuro dei greci, ai geologi che danno il permesso per mettere una discarica su una falda acquifera, agli esperti che si prendono una mazzetta per dare per buono un quadro che è una crosta. E penso agli ingegneri che hanno detto che, ok, vai!, tiratelo su, questo orrendo coso rosa che dobbiamo preoccuparci se tira vento un po’ più forte, figuriamoci se fa un terremoto!

A loro, nessuno l’ha mai detto, di farsi un esame di coscienza; personalmente, invece, è la frase che mi sono sentito ripetere più spesso, in questi sei anni. Ecco perché, da grande io non avrei voluto fare l’ingegnere. Ma avrei dovuto farlo.

P.S.: sì, è lì che devo fare il test. Ed all’anziana signora ho risposto: “Signora, non si preoccupi, ho avuto sei anni per farmi esami di coscienza”. Avrei voluto dirle cose molto, molto brutte sulla gente che laureano loro, ma mi sono trattenuto.

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2 thoughts on “Da grande avrei dovuto fare l’ingegnere

  1. Farsi un esame di coscienza è pratica di pochi(ssimi) e non mi viene in mente un mestiere per il quale sia superfluo usare la coscienza ció detto il colore portante è il grigio e ogni giorno ringrazio tutti e sette gli dei di non essere passata a ingegneria

    • Sono d’accordissimo con te, ma per qualche motivo gli unici a cui tutti si sentono in diritto di dire di “farsi un esame di coscienza” siamo noi studenti di medicina (perché, ad un medico vero, nessuno si azzarda).

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