Il miglior neurolettico al mondo

Forse è difficile spiegare ad uno che non suona la chitarra (intendo, nemmeno ai livelli vergognosi a cui tento di suonarla io) perché Tommy Emmanuel è il più grande chitarrista del mondo.

Proviamo con la strada dell’aneddotto.

Racconta la leggenda che il mondo del blues, a quei quattro buzzurri dei Rolling Stones, lo fece conoscere Brian Jones. Jones, sia detto per inciso, è stato probabilmente uno dei più grandi geni musicali del XX secolo, prima di fare una fine da imbecille, annegato nella sua piscina a soli 27 anni (fondando così il Club dei 27). Insomma, un giorno Jones si presenta e mette su un disco; gli altri lo ascoltano, rapiti, ed ad un certo punto Keith Richards esclama: “Cazzo, bellissimo! Chi sono?”; e Jones risponde, guardandolo sornione: “Non sono, è uno solo. Si chiama Robert Johnson“.

Ecco, io la prima volta che ho ascoltato Tommy Emmanuel sono caduto nello stesso equivoco in cui è caduto Richards. Non fosse che io non ho pensato che a suonare fossero due chitarristi: no, io ho pensato che i chitarristi fossero almeno sette o otto.

Visto che viviamo in tempi disgraziati, so che, molto probabilmente, qualcuno di voi che guarda il video penserà: “Eh, ma sicuramente c’è qualche trucco, qualche inganno, qualche effetto speciale prodotto col computer o con qualche altra diavoleria tecnologica”. Posso giurarvi a nome suo che non è così. E posso giurarvelo perché ieri sera sono andato a sentirlo dal vivo, Tommy Emmanuel. Che suonava con Dodi Battaglia (a sua volta uno dei migliori chitarristi che abbiamo in Europa, e lo dice uno che strapperebbe le note vocali a chiunque accenni le prime note di Piccola Katy) in una festa di paese, organizzata evidentemente da un comitato di illuminati.

E la sapete una cosa? Dopo aver sentito Tommy suonare il suo leggendario Beatles Medley a meno di dieci metri da me (se me l’avessero detto a sedici anni, che a ventisei avrei sentito il miglior chitarrista del mondo in mezzo a bancarelle di giocattoli e zucchero filato…), be’, di dover partire oggi alle tre per Roma, e di dover affrontare domani la prima delle tre prove che decideranno chi io sarò nel mio futuro, non me ne frega nulla. Porca troia, c’è qualcuno là fuori che usa il suo immenso talento non per farsi adorare come un dio, ma per regalare un po’ di bellezza a chiunque voglia starlo a sentire. E che è capace di far passare ogni fisima ad uno che, prima dell’una di ieri notte, temeva di doversi attaccare ad una fiala di aloperidolo.

E quindi niente, l’articolo è un po’ sconnesso ed una chiusa spiritosa non mi proprio viene in mente. Ma si sa, quando si guarda il sole negli occhi, si finisce per rimanere accecati. Anche se lo si guarda con le orecchie.

Questo post partecipa a Un disco per il mercoledì, anche se di dischi specifici non ne ho consigliato nessuno (ma fate un po’ voi, tanto sono bellissimi tutti) ed oggi è lunedì e non mercoledì. Ma mercoledì sarò lì a chiedermi se per una cirrosi alcolica è meglio un TIPS o una derivazione chirurgica open, quindi mi sa che sarò impossibilitato a pubblicare. Ci sentiamo quando torno, con un articolo moooooolto più lungo. Promesso (ehi,non scappate tutti!)

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