A Roma andai, a te pensai (Cartoline dalla Capitale)

(La verità è che il mio cosiddetto smartphone non ha una fotocamera digitale, dentro, ma un qualche tipo di macchina per i dagherrotipi, per di più con l’obiettivo sporco. Aggiungete a questa incontrovertibile realtà il fatto che come fotografo valgo ancor meno che come disegnatore, e capirete perché per le immagini che utilizzerò in questo post non possiedo alcun diritto. Questi ultimi, infatti, appartengono ai loro proprietari)

Degrado è una di quelle parole su cui bisognerebbe mettersi d’accordo. E non lo dico solo io, ma pure Christian Raimo. Ad esempio: io sono sicuro che, se qualcuno in quel momento avesse fatto una foto a San Giovanni dei Fiorentini e l’avesse mostrata a Salvini, lui non avrebbe esitato nel definire, via Facebook, quello che vedeva come “un bivacco”. Anzi, meglio, un BIVACCO!!!

Parliamoci chiaro, non sarebbe stata colpa sua. Quelle quattro persone avevano la pelle veramente scura e, per di più, stavano sedute fuori dalla bella chiesa con la facciata del Maderno proprio come dei richiedenti (elemosina o asilo, è lo stesso) qualsiasi. Pensate un po’, non avevano nemmeno le scarpe (sì, d’accordo, stavano là davanti a loro, ma si sa come fanno questi finti mendicanti, per farti un po’ di pietà e spillarti qualche euro). L’immagine sarebbe rimbalzata dai social network ai telegiornali, le forze di opposizione si sarebbero chieste cosa fa Marino mentre gli zingari gli degradano (appunto) la città. Nessuno avrebbe trovato da ridire sul fatto che, ancora una volta, si equiparavano delle persone a della monnezza (basta che stiano appoggiate per terra ed è subito degrado); i soliti giornali cripto-progressisti (e solo in Italia Vice poteva diventare tale) avrebbero gridato alla bufala, ed avrebbero cercato di dimostrare con vuoti argomenti che quelli non erano affatto zingari, bensì sudamericani; nessuno, però, avrebbe potuto produrre una prova convincente di questo fatto e, insomma, per un paio di giorni avremmo avuto un nuovo virtual pogrom contro un’intera etnia, per via di persone che a quell’etnia nemmeno appartengono. Perché sì, posso giurarvelo sulla mia testa (perché c’ero anch’io), che quelle quattro persone parlavano un fluente spagnolo. Motivo per cui, pur se stavano lì seduti esattamente come ci sarebbero stati dei rom, non stavano affatto contribuendo al degrado che affligge la nostra splendida capitale.

San Giovanni dei Fiorentini

Sia chiaro, però: non voglio dire che la colpa di questo quanto mai ipotetico abbaglio del segretario della Lega debba ricadere su quei quattro degnissimi visitatori; al limite, si potrebbe rimproverare il peccato veniale di essersi fermati proprio lì, davanti ad una basilica semisconosciuta, e non davanti al Colosseo, o a San Pietro, o a piazza di Spagna, o a fontana di Trevi. Lì sarebbero stati immediatamente riconosciuti come ciò che erano, e nessuno si sarebbe mai sognato di scambiarli per zingari. Uno, perché il Comune e lo Stato di Città del Vaticano e le Forze dell’Ordine tutte e probabilmente anche la Nobile ed Antica Casata degli Stark provvedono ad allontanare da questi luoghi i rom con la stessa solerzia con cui ne allontanano i piccioni. E due, perché sarebbe apparsa subito evidente, lì, la loro qualifica di turisiti stranieri, o, se preferite, di salvatori del nostro paese.

Se un marziano appena sceso della sua astronave dovesse chiedermi cosa gli consiglio di vedere a Roma, penso che risponderei: piazza Navona, con la Fontana dei Fiumi (l’opera migliore di Gian Lorenzo Bernini) e Sant’Agnese in Agone; piazza dell’Orologio; piazza Sant’Agostino con la chiesa omonima che contiene la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio e, poco lontano, San Luigi dei Francesi con il ciclo dedicato a San Matteo, opera sempre del grande artista lombardo; piazza Pasquino, che manterrebbe tutto il suo interesse anche se la statua che ospita non fosse, da secoli, interprete del malcontento dei romani (c’era qualcosa attaccato anche quando l’ho vista io, e voglio sperare irridesse la nostra contemporanea ossessione per il degrado). Poi gli direi che scendendo a corso Vittorio Emanuele ed attraversando il Tevere lasciandosi a destra Castel Sant’Angelo, sulla sinistra si ha l’ospedale di Santo Spirito, all’interno del quale c’è un museo di anatomia che, purtroppo, in questi tre giorni che ho trascorso a Roma per sostenere il concorso di cui parlavo nel post precedente, non sono riuscito a vedere (la mattina ero diversamente impegnato, sapete). Lì dietro, ci sono le chiese di San Lorenzo in Piscibus e Santo Spirito in Sassia; proseguendo sul Lungotevere, invece, si raggiunge piazza Della Rovere, e poco più avanti via della Lungara, che porta dritti dritti alla Farnesina (non il ministero degli esteri, una villa a cui ha messo mano Raffaello).

La vista dello scempio operato, con la costruzione di via della Conciliazione, al quartiere Borgo ed allo spettacolare “effetto sorpresa” architettato dal Bernini per colpire al cuore il pellegrino alla vista della prima chiesa della cristianità, però, potrebbe offendere il senso estetico del viaggiatore giunto da Marte. Ed allora forse sarebbe meglio se andasse nella direzione opposta, si inerpicasse per i vicoli che portano fino a via del Corso, la ignorasse bellamente, risalisse via del Tritone, raggiungesse piazza Barberini e da lì San Carlino alle Quattro Fontane, che è posto su quello che senza dubbio è l’incrocio stradale più bello del pianeta. Svoltando a sinistra, arriverebbe fino a piazza San Bernando, su cui si affaccia Santa Maria della Vittoria, con l’Estasi di Santa Teresa. Andando dritto, invece, sbucherebbe su via Nazionale, con la basilica di San Vitale.

Piazza dell’Orologio

Con ogni probabilità, con un abitante del pianeta rosso potrei anche permettermi di osare: che, se ad un terrestre dovessi dire di andarsi a fare un giro al Quadraro, quello, influenzato da certi romanzi fantasy spacciati per cronache del degrado, mi guarderebbe come se avessi bisogno di una robusta dose di Serenase. In quel quartiere popolare, infatti, come ho avuto modo di scoprire grazie all’amico Francesco (che ringrazio), si può compiere un viaggio nel futuro, ed ammirare (qui, ora, gratis, senza alcuno schermo) delle opere d’arte che, tra qualche secolo, russi, tedeschi, inglesi e giapponesi pagheranno almeno trenta euro (ciascuno) per poter distrattamente spiare da dietro un vetro antiproiettile.

Una delle opere d’arte gratuitamente fruibili al Quadraro.

(A certi teorici della pulizia delle città, sarebbe interessante provare a spiegare che ogni colpo di spugnetta tira via centinaia di migliaia di euro potenziali per le generazioni del futuro. Forse un discorso di questo genere lo comprenderebbero).

Io non lo so, se il marziano seguirebbe i miei consigli. Forse no. Che in questi tre giorni, mi pare di aver capito che ogni straniero che giunge a Roma non fa che seguire un mistico itinerario, che va da San Pietro al Colosseo e da qui a piazza di Spagna ed a Fontana di Trevi, e poi da capo. A via di Ripetta, davanti all’Ara Pacis, mi ha fermato una famigliola di inglesi: madre, padre e figlio o, forse, nonno, nonna e nipote. Disperati, e forse ingannati dalla mia faccia che qualcuno mi ha assicurato essere proprio “da classico romano” (non so se la cosa debba essere considerata come un complimento), mi hanno chiesto di aiutarli a raggiungere fontana di Trevi. Si vedeva che erano almeno venti minuti, che giravano attorno al capolavoro di epoca augustea, perfettamente visibile anche dall’esterno grazie alla “gabbia” di vetro costruitagli attorno da Richard Meier; pure, non lo hanno degnato di uno sguardo. Ho detto loro di proseguire per via Tomacelli, indicando loro una strada che via Tomacelli non era. Spero che la Madonna dei Pellegrini li abbia aiutati.

L’Ara Pacis all’interno della “gabbia” di Meier

Anche qui, va a sapere di chi è la colpa: del poco tempo a disposizione, della pubblicità, delle informazioni carenti sui molti altri tesori che la capitale può offrire. Sospetto che qualcosa c’entrino le riflessioni fatte da Wu Ming a proposito del ruolo sempre più preminente che si sta dando al turismo nella nostra politica del lavoro. L’ultimo giorno che sono stato a Roma, mi sono fermato a pranzare in una paninoteca, poco più grande della mia stanza, in uno dei borghi dietro San Pietro. Mentre ero lì che consumavo, in piedi, un hamburger con provola, speck e rucola, pagato una cifra tutto sommato onesta, ho sentito un tramestio dietro le mie spalle: una anziana donna rom stava rovistando nel secchio dell’immondizia, alla ricerca di qualcosa da mangiare. Come possiamo sperare che vengano qui tedeschi e svedesi, abituati ad una cultura di legalità e pulizia, se permettiamo che accadano scene come questa?, deve aver pensato la ragazza che aveva cucinato il panino per me, prima di provvedere a cacciare la donna. Non in malo modo, che si sa che a questa gente del Nord Europa non piacciono le scenate. Tutte le riflessioni che ho fatto vedendo la scena sono facilmente intuibili, e quel giorno ho avuto un compagno di viaggio, a Roma: il mio senso di colpa. Che almeno andare dalla ragazza, darle tre euro e cinquanta e dirle: ed ora porta un panino alla signora, potevo farlo. Ed invece niente.

Ah: i tipi che ci hanno sorvegliato durante i tre giorni di test sono stati decisamente più gentili della signora dello sportello orientamento di cui ho parlato qui. Ma non ci sono cascato, mi spiace: per me, l’istruzione privata è o ingiusta, o inutile. E non c’è segretaria che mi chiami dottore e mi dia del lei che possa farmi cambiare idea.

Con incredibile senso della sincronia, quasi nelle stesse ore in cui io scrivevo queste Giovol ha scritto altre, splendide parole sulla stessa città, e su quanto truffaldino sia l’uso della parola degrado.

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9 thoughts on “A Roma andai, a te pensai (Cartoline dalla Capitale)

  1. Sono fiorentina, e quindi sui turisti con l’itinerario standard so tutto. Fare il turista è un lavoro difficile quando vai nelle città d’arte e di arte non ne sai poi tanto. Soprattutto quando è caldo.
    E sorvoliamo sui giornalisti che è meglio.

  2. Quelli che si lamentano dei piedi scalzi dei mendicanti fuori dalle chiese poi entrano dentro le medesime a vedere analoghi piedi scalzi e sudici dipinti dal Caravaggio nel ‘500. Ma si sa, come le stagioni, anche i mendicanti non son più quelli di una volta…

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