Di nuovo Trauma (I venerdì del libro)

All’interno de I venerdì del libro, avevo già avuto modo di parlare di Trauma: era il 19 dicembre dello scorso anno, e potete trovare la mia “recensione” qui.

Ho scritto recensione tra virgolette perché l’articolo in cui parlavo dell’albo a fumetti in questione (decimo della serie Disney Italia Paperinik New Adventures o, per gli amici, PKNA) non era affatto una recensione, quanto un mini – racconto che avrebbe dovuto lasciar trasparire un po’ delle emozioni che avevo provato io, leggendolo. Avrebbe dovuto, già: perché il mini – racconto in questione era una vera schifezza, ed è per questo che oggi ne sto riparlando. Per far giustizia ad una delle cose più belle che abbia letto negli ultimi dieci anni (almeno). Scritta da Tito Faraci e disegnata da Lorenzo Pastrovicchio, Trauma è, come detto, il numero 10 (ma in realtà la quattordicesima storia prodotta, per una serie di casini di numerazione che non sto qui a spiegare) di una delle serie più ambiziose che si siano mai messe in cantiere dalla Disney Italia (e, probabilmente, dalla Disney a livello mondiale).

Tracciare un quadro di come sia nata, questa serie, sarebbe cosa lunga; riassumendo al massimo: a metà degli anni Novanta, l’allora direttore di Topolino, Paolo Cavaglione, decide che è ora di dare una decisa svecchiata all’immagine che il popolo italiano ha del fumetto Disney. Per far questo, si circonda di una serie di autori allora giovanissimi (Faraci, Artibani, Cordara, Sisti per quanto riguarda gli sceneggiatori; Pastrovicchio, Guerrini, Mastantuono, Mottura, Celoni per quanto riguarda i disegnatori: e sto citando solo i più importanti) e da loro una missione: avvicinare un pubblico maturo ad un personaggio, Paperinik, che sulle pagine della testata ammiraglia di casa Disney era ormai diventato l’ombra del “vendicatore mascherato” che era all’origine, con le sue armi sempre più assurde e le sue missioni sempre più ridicole.

Il riferimento per questa squadra di baldi giovanotti (che assumeranno presto il nome di PK Team) diventa, ovviamente, il fumetto supereroistico americano, tanto per le ambientazioni (Paperopoli smette di essere la tranquilla cittadina immaginata da Carl Barks e diventa una tentacolare metropoli col fumo che esce dai tombini, come Gotham City o la New York di Spiderman e Daredevil) quanto, soprattutto, per i temi.

Paperinik viene proiettato in un mondo tutto nuovo: Paperina e zio Paperone, con le sue monete da lucidare, non compaiono praticamente più; Archimede, autore delle bislacche “armi di difesa” di Paperinik, si fa da parte (commovente l’addio tra lui e l’eroe nell’albo speciale del ’98) per lasciare il suo posto ad Uno, l’intelligenza artificiale più avanzata del pianeta; perfino la 313 viene messa in garage, sostituita dallo scudo Extrasformer, comandato da Uno e capace di trasformarsi in armi ben più realistiche della pistola esilarante.

Soprattutto, vengono forniti al papero mascherato dei nemici degni di questo nome: Paperinik non deve più affrontare, sulle pagine di PKNA, i Bassotti o simili ladruncoli, ma passa a vedersela con pericoli seri. Criminali viaggiatori nel tempo, ricercati in almeno tre secoli diversi; scienziati intenzionati ad uccidere (sì, in un fumetto Disney si parla di morte) in nome di un loro preteso fine superiore; militari corrotti; industriali privi di ogni scrupolo; e, ovviamente, loro: gli Evroniani, tra gli alieni invasori della Terra più pericolosi (e per questo interessanti) mai creati da ingegno umano.

Proprio da un Evroniano prende il nome l’albo in questione: Trauma è infatti un enorme alieno, già in passato eroe per il suo popolo e guerriero pluridecorato, che ha accettato di sottoporsi agli esperimenti del capo – branca Gorthan, che lo hanno trasformato in una sorta di “combattente perfetto”. A causa degli esperimenti, tuttavia, Trauma ha acquistato una sorta di autocoscienza, che è inconcepibile, per l’Impero Evroniano, che si basa su un sistema di caste che portano l’intero popolo ad agire, praticamente, come un unico individuo; per questa sua ribellione è stato rinchiuso nel Pozzo, un pianeta – prigione.

Qui va a prelevarlo proprio Gorthan: Trauma, di fatti, rappresenta l’arma segreta per gli Evroniani, che già si sono visti respingere un paio di volte da PK, coadiuvato da Xadhoom (unica sopravvissuta di un pianeta in passato conquistato dall’Impero). Egli, infatti, oltre ad essere molto forte, ha un potere che lo rende davvero un avversario temibile: è capace di stimolare la paura del proprio avversario, e di fargli rivivere i momenti più drammatici della propria vita.

Si vede bene, dunque, che questo albo solleva l’interrogativo centrale di tutta la letteratura supereroistica: non sarà che il vero nemico del supereroe è il supereroe stesso, con le sue paure, i suoi difetti, il suo senso di inadeguatezza? Sarà proprio quest’ultimo, che Trauma susciterà in Paperinik (anzi, in Paperino): cosa può fare un “povero, piccolo papero”, contro un alieno alto come un palazzo a sei piani, che potrebbe spazzarlo via con uno starnuto, e che per di più è coadiuvato da una tecnologia avanzatissima e, al contrario di lui, può fare tutti i danni che che vuole, senza preoccuparsi, mentre combatte, di dover salvaguardare la salute dei paperolesi?

La risposta, ovviamente, la lascio scoprire a voi (l’albo non è difficile da reperire, su Internet, in qualche fumetteria ben fornita, o ad una delle molte fiere del fumetto che si tengono nel nostro paese). Anche perché, ho una piccola digressione da fare.

Penso che nessuno ignori il fatto che il supereroe sia una proiezione del divino: i supereroi, alcuni in particolare (Superman, il Dottor Manhattan), ma in generale tutti, sono divinità o, quanto meno, sacerdoti (alcuni anche esplicitamente: vedi ad esempio il Dottor Strange), esseri superiori che scendono tra gli uomini per salvarli, dai pericoli “esterni” ed anche da loro stessi. Ma i supereroi sono anche essi stessi uomini (sì, anche quando sono paperi), e con questa loro umanità devono fare i conti.

Un simile “dilaniamento” affligge anche i medici, che sono figure sacrali fin dalla notte dei tempi (sugli dei compie il Giuramento di Ippocrate il medico), come si può vedere, ad esempio, considerando che gli indiani d’America chiamavano “uomo di medicina” lo sciamano, e che ancora oggi più di qualcuno considera alla stregua di “punti di unione” tra l’umano ed il divino. Quando entrai a medicina, mio zio la mise più o meno in questi termini, dicendomi. “Tu sei più vicino a Dio, perché lui la vita ce l’ha data, e tu la puoi salvare”.

Mettete insieme questo, ed il fascino che esercita su di noi il cervello (perché è misterioso, perché tutto ciò che siamo sta lì, perché non può ricostruirsi quando viene danneggiato…) e capirete perché i neurochirurghi sono, probabilmente, considerati i più “divini” tra i medici. Ebbene, però, anche i neurochirurghi sono uomini; anche loro hanno paure, dubbi, vizi, difetti. Anche loro si sentono come Paperino di fronte all’immensità di Trauma. Anche loro hanno paura di essere “poveri, piccoli paperi”, che non potranno mai fare nulla per chi chiede loro aiuto e che, anzi, potrebbero addirittura far loro (ulteriori) danni.

Da ieri, anche io faccio parte ufficialmente di questo piccolo gruppo di supereroi: in questa graduatoria, sono il numero 39, assegnato all’ospedale de L’Aquila. Mi guardo intorno, e vedo che tutti mi guardano come se dovessi esserne felice. E lo sono, badate bene. Ma, oggi, comprendo un po’ di più le paure di Paperino.

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