Carnefici e vittime

Non l’avevo mai visto, prima dell’altra sera. Portava una sdrucita maglietta della Roma d’altri tempi (lo sponsor sul petto era ancora la Barilla), un paio di pantaloncini corti d’altri tempi ed un paio di infradito che avevano conosciuto tempi migliori.

Un’ora fa, quando l’ho incontrato davanti alla banca, portava ANCORA la stessa maglietta, gli stessi pantaloncini e le stesse infradito. Sospetto che, se lo incontrassi altre cento volte (anche in dicembre), andrebbe vestito sempre nello stesso modo, e mi chiederebbe sempre la stessa cosa.

“Ehi, amico, c’hai un euro?”.

L’altra sera, davanti ai miei genitori (che non hanno apprezzato), un euro l’ho preso e gliel’ho dato. Oggi, non ho potuto perché davvero non ce l’avevo. Lui, dopo aver un poco insistito, ha stretto le spalle e si è allontanato, reiterando la stessa richiesta a tutti gli altri che passavano (poca gente, alle tre meno dieci di un giorno d’agosto).

Certamente, non ci vuole Cal Lightman per capire che quel ragazzo (quanti anni avrà?, mi sono chiesto. Massimo quindici in meno di mia madre che va per i cinquanta, mi sono risposto) è un tossicodipendente. Anzi, lasciamo da parte i mezzi termini: per capire che quel ragazzo è un drogato, uno dei molti per i quali la cura delle comunità (o dei ghetti travestiti da comunità: chi nel futuro scriverà la storia dei nostri tempi, probabilmente parlerà di alcuni di questi luoghi come noi parliamo dei lazzaretti medievali) non ha funzionato. E per capire, pure, che quell’euro che gli ho dato io, insieme a quello che molti altri gli hanno dato, se ne andrà in una dose.

Pure, se lo rincontrassi, se lui me lo richiedesse e se io potessi, un euro glielo darei di nuovo. Forse anche qualcosa in più.

Se uno vuole aiutare un alcolista, gli riempie il bicchiere; se vuole aiutare un drogato, gli compra una dose

scriveva Bukowski in una poesia della raccolta “Il primo bicchiere è sempre il migliore”, e secondo me ci vedeva più lungo di quanto voleva ammettere. E quella frase, sicuramente, è una delle cose più intelligenti che siano state dette sulla droga almeno negli ultimi cinquant’anni.

Non perché sia particolarmente arguta, ma perché spicca in un paesaggio desolante. Il discorso sulla droga, soprattutto quello “istituzionale”, ed ancora di più in questi giorni in cui la morte per overdose è tornata di moda sui giornali (come se la gente prima del caso del Cocoricò non morisse più per via della droga dal 1980), nasconde infatti (almeno in Italia) una dose inquietante di vittimismo: sembra che le vittime della droga siano i bravi cittadini che devono sorbirsi questi rompipalle (che vengono presentati come i carnefici) che contribuiscono al degrado della loro città e vanno ad importunarli per chiedere loro un euro, mentre loro si stanno rilassando con lo Spritz pre-apericena a base di sangria (“ehi, non ti drogare! Drogati solo con le droghe su cui lo stato mette una tassa!”, cit.) dopo una giornata di duro lavoro (ho parlato dell’eh-ma-con-l’elemosina-guadagnano-più-di-me qui).

Confondere vittima e carnefice, onde rappresentarsi sempre come vittima, è un habitus mentale tipico degli italiani, e non c’è da stupirsene: “ehi, io sono buono, sono gli altri che sono cattivi! Sì, vabbè, per saltare quella fila d’attesa lunghissima ho chiesto aiuto proprio a quell’onorevole che è indagato per aver fatto affari con quel tizio che spacciava la droga, ma è una cosa che fanno tutti. Mica pretenderete che il problema della droga lo risolva io, che dovrei fare, prendermi qualche drogato in casa? Ci deve pensare la polizia! Deve andare ad arrestarli!”.

Mettete derubato (o assassinato, o truffato, o… no, violentata no, che si sa che lì la colpa è tutta della donna che provoca, no?) al posto di drogato, e vedete se la frase vi sembra ancora condivisibile.

2 thoughts on “Carnefici e vittime

  1. mi ricordo quel post. capisco la difficoltà in questo caso. di base, rimane il discorso del superamento dei dubbi sul fatto che la persona che hai di fronte stia o meno dando una comunicazione, chiamiamola, “sincera” (mi è capitata la medesima cosa oggi incontrando un rifugiato politico nigeriano arrivato in italia tramite lampedusa per «escape from boko haram, do you know?».
    (l’altra settimana, per contro, ho incontrato un punk nordeuropeo che si è piazzato seduto in pieno centro di via dante a milano, con una scatoletta vuota appoggiata su un cartoncino di fronte a lui con scritto: «for ticket and beer». l’ho adorato)

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