Martin Gardner e la realtà aumentata (Cosa diavolo dico oggi?)

Ho comprato Dracula, Plaone e Darwin di Martin Gardner sulla fiducia.

Il libro raccoglie “venti saggi inediti in Italia” dello scrittore americano; non ho ancora avuto tempo di leggerne alcuno, ma ho scorso l’indice: l’ultimo saggio si intitola “Perché non sono ateo”. Anni fa, questo sarebbe stato abbastanza per farmi giurare di non comprare più alcuna pubblicazione su cui ci fosse il nome di Gardner visto che, ecco, in effetti io sono ateo.

E si sa che fino a diciannove, vent’anni, si è parecchio integralisti nella scelta di compagnie, letture, film da vedere, dischi da ascoltare e financo zerbini per l’ingresso di casa. O amici, fidanzate, scrittori, registi, musicisti (e produttori di zerbini) confermano perfettamente la visione che abbiamo della vita, del mondo e di simili sciocchezze, o ciao, accomodati fuori, quella è la porta, brutto stronzo!

Poi, il tempo passa, ed inizi a renderti conto che i motivi per cui leggi ed apprezzi Borges non hanno nulla a che vedere col fatto che lui fosse un conservatore, e che le (molte) iniziative che Wu Ming allestisce non c’entrano con la musica che piace ai membri di quel collettivo e che tu, ecco, non apprezzi minimamente (fermo restando che Bioscop è un gran bel disco). Anzi, ti accorgi anche che stai bene in compagnia di certe persone con cui hai al massimo due o tre cose in comune e che, anzi, consideri quelle persone tuoi amici nonostante le altre tre o quattrocento cose che non condividete.

In poche parole, ti rendi conto che l’essenza di una persona è quella che si dice una proprietà emergente rispetto alle opinioni, ai gusti, ai difetti, alle idiosincrasie che quella persona ha; o, detto in termini meno filosofici (ma che diavolo mi è pigliato oggi?) che quella persona è più della somma delle cose per cui dovremmo ritenerla insopportabile (ed anche delle cose per cui adoriamo stare con lei).

Io penso che Gardner sia stato uno dei più straordinari divulgatori del Ventesimo Secolo: ma questa sua straordinaria capacità non era “disincarnata”, ma dipendeva anche dal fatto che lui fosse un deista, posizione teologica che personalmente trovo un poco ingenua. Allo stesso modo, trovo divertente chiacchierare con i miei amici di Avengers vs. X-Men (attenzione: da qui in poi, tutti gli esempi che farò saranno a tema fumetto), benché sappia che con quegli amici non condividerò i punti di vista, quando arriveremo (e ci arriveremo) a parlare di calciomercato, o di donne.

Forse, comprendere che sono soprattutto quelli che noi vediamo come difetti a rendere ciò che è una persona che ci piace per qualche aspetto, fa parte di ciò che chiamiamo, con un termine reso necessario dall’economia della lingua, crescere.

Non so perché, ma fare queste riflessioni mi fa pensare a Facebook. Da quando è giunto su questa Terra, improvvisamente, il numero di flame sulla Rete (già elevato) è ulteriormente aumentato, di anno in anno, in una progressione esponenziale: basta che uno dica che Sirio il dragone è un personaggio migliore di Pegasus, o che Alan Moore è più bravo di Frank Miller, benché a tutti e due vada ascritto il merito di aver rivoluzionato il fumetto negli anni Ottanta, e d’improvviso ti ritrovi la bacheca invasa di scimmie terminatrici dell’Internet (cit.), che ti spiattellano in faccia la tua insipienza in termini di carisma, character design, storia del fumetto e, soprattutto, ti informano che non hanno più intenzione di essere tuo amico. Nonostante tu gli abbia battezzato tutti i figli e salvato la vita dieci volte.

Non so se qualcuno ha mai esplorato questo aspetto, ma forse Facebook ha avuto, tra le persone di mezz’età, il successo che ha avuto perché fa sentire le persone ancora giovani, ad un livello più profondo rispetto a quello “faccio quello che fanno i miei figli” (senza avere la minima contezza di quel che si sta facendo, spesso). Le fa tornare a quei giorni in cui ancora credevano che buono e cattivo fossero grandezze discrete, e non estremi di un continuum.

Mi sembra ovvio, alla luce di quanto ho detto, che non avrei nessun problema ad avere un amico con questa visione del mondo (purché, ovviamente, la trovassi piacevole per qualche altro motivo); d’altronde, ritengo che una tale visione del mondo sia limitativa. Vedere una persona come il puro giustapporsi delle cose che scrive e di quello che pensa, e frequentarla solo se, ad una ad una, tutte queste cose collimano con le nostre, non mi sembra avere nulla a che fare con quella realtà aumentata che i social network ed i Big Media dicono di star creando: mi sembra, piuttosto, una realtà diminuita.

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