Una benedizione dal cielo

Il posto dove vivo, la domenica pomeriggio, si trasforma in un buco nero. Almeno per chi non è automunito.

Se attraversi l’orizzonte degli eventi in autobus, o in treno, dopo le quattro, quattro e mezza, allora non c’è nessun modo per lasciare i confini di questa cittadina e tornare indietro. Sembra la città in cui vive Truman di The Truman Show, ti ritrovi a girare sempre per le stesse vie, forse ti sembra perfino di stare pian piano avvicinandoti alla fine di quest’incubo, ma poi no, ti ritrovi in una specie di paradosso di Achille e la tartaruga, e niente, non ci riesci mica, ad entrare nel comune confinante (che, per altro, fa parte di un’altra regione).

Ieri pomeriggio, io e la mia amica Anita, nostro malgrado, abbiamo tenuto una lectio magistralis su questo tema. Nostro uditorio: due poveri ragazzi di meno di trent’anni, che non sembravano molto felici di stare a ventisette chilometri da dove sarebbero dovuti tornare a dormire, senza poter tornare indietro perché erano finiti in quella che dava tutta l’impressione di essere una puntata di Star Trek, solo vera (e vi assicuro che, per uno che sa parlare solo inglese, come loro, la mia città è molto peggio di un pianeta alieno).

Ad un certo punto, dietro esplicita richiesta, abbiamo voluto che i nostri discenti toccassero con mano che quanto stavamo dicendo non erano pure speculazioni di fisici sognatori, ma una realtà tangibile: per questo, li abbiamo accompagnati in un’esercitazione pratica.

Prima tappa, la stazione ferroviaria, dove per tutta l’estate i binari tacciono, ed i romantici treni olezzanti cherosene vengono soverchiati da prosaici autobus di “servizio sostitutivo”. L’ultimo dei quali era passato giustappunto cinque minuti prima che noi andassimo a controllare (questo fatto che il mezzo che stai aspettando è sempre passato cinque minuti prima che tu giunga sul posto deve avere qualcosa a che fare col gatto di Schroedinger).

Secondo esperimento: la mia città, come ho detto, sta a cavallo di due regioni, ciascuna servita da una diversa azienda di trasporti. Vuoi che non ci sia un autobus, un pullman, un omnibus, un carretto trainato da schiavi, che venga a fare sosta qui? Pia illusione. Non c’è nulla di tutto ciò; e, seppure ci fosse, l’autista non è autorizzato a fare i biglietti a bordo, e chiunque potrebbe venderli, nei paraggi, è chiuso.

Extrema ratio: chiamiamo l’unico tassista della città. Gli parlo io, nell’incertezza: hai visto mai, non capisse l’inglese. Lui mi dice che sì, è possibile portare i nostri allievi (che assistono alle dimostrazioni di cotanti docenti sempre più interdetti) dove devono andare, ed ad un prezzo tutto sommato accettabile (30 euro), ma c’è da aspettare un’ora e mezza, che sta a Roma e deve tornare indietro.

Rassegnati, gli scolari riconoscono che sì, anche se è controintuitivo, sono finiti in un buco nero; ci dicono che chiameranno un loro amico per venire a farsi riprendere e ci salutano. Io ed Anita auguriamo loro in bocca al lupo, e li lasciamo nel piazzale della stazione, per continuare la nostra passeggiata.

A metà strada, d’improvviso, la nostra conversazione si interrompe. Io la guardo; lei mi guarda. Sappiamo tutti e due cosa sta per succedere. Sono io a dirlo.

“Andiamo a casa e prendiamo la mia macchina. Li accompagniamo noi”

“Ok. Dovevamo pensarci prima”, mi risponde lei.

In questi momenti, capisco perché siamo amici.

Abbiamo capito tutti e due che non gliel’abbiamo offerto subito, il passaggio, perché quei due ragazzi (che probabilmente avrebbero dovuto dormire all’addiaccio, se non li avessimo ritrovati e portati a destinazione dopo un’ora e mezza di ricerche) hanno la pelle nera. Tutti e due ci siamo sentiti delle merde per questo. Tutti e due abbiamo riflettuto sulla distanza che passava tra quello che diciamo e quello che facciamo. Tutti e due abbiamo pensato che questa distanza avremmo dovuto accorciarla.

I due ragazzi ci hanno detto “God bless you!” tante di quelle volte che, se solo la metà di queste benedizioni raggiungerà quell’Essere cui io non credo, vivrò libero e felice almeno fino a duecentoquindici anni. Ma loro non sanno che, se esiste, il Signore, a me ed ad Anita, ci aveva già benedetto. Permettendoci di sentirci un po’ meno ipocriti.

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5 thoughts on “Una benedizione dal cielo

  1. Leggo soltanto adesso e non posso che farvi i complimenti e… magari, per quel poco che può valere, aggiungere anche la mia benedizione…
    A pensarci non lo so mica se anch’io sarei andato a prendere la macchina… magari ci avrei pensato il giorno dopo, a tempo scaduto!

    • Non mi ricordo se l’ho scritto nell’articolo, ma, ad ogni modo, io credo che, nel clima che si respira in Italia attualmente, già PENSARCI, è un atto di benemerenza. E non lo dico solo perché, se non li avessi ritrovato, sarebbe stata l’unica cosa che io ed Anita avremmo potuto fare.

  2. Ma, non so: siete proprio sicuri che con due bianchi l’idea di scarrozzarli per 27 km più il ritorno che, per forza di cose, è di altrettanti 27 km vi sarebbe venuto in mente subito?
    Se ne siete sicuri, prima di fustigarvi per il vostro deplorevole razzismo dovreste rallietarvi di riuscire ad essere assai altruisti, almeno con qualche categoria di persone – che mi sembra comunque un dato non dei più comuni, col clima che si respira attualmente in Italia…

    • Ti dirò la verità: è in effetti un pensiero che ho fatto anch’io. Ma c’è da dire anche che è diverso il contesto: è probabile che per una persona che si trovi in un posto in cui, almeno, può farsi capire, sia più facile andare dove deve andare. Se fossero stati ucraini o rumeni appena arrivati nella mia città, probabilmente avrei fatto lo stesso; se fossero stati italiani o inglesi in vacanza, avrei pensato che potevano ricorrere ad altre soluzioni. Se poi nessuna fosse stata praticabile, be’, forse avrei fatto lo stesso.

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