Il nuovo che avanza

“Il tuo problema è che sei vecchio”.

“Sarebbe difficile darti torto: è vero, sono vecchio. Ma questo non c’entra nulla, con ciò di cui stiamo parlando”.

“Io penso di sì, invece. Alla tua età, si guarda sempre con sospetto, a quello che fanno i giovani. Non te ne faccio una colpa, lo fanno tutti i vecchi. E credo anche di sapere perché”.

“Spiegamelo, allora”.

“Credo sia una questione di disinteresse”.

“Cosa vuoi dire?”.

“Che, in capo a pochi anni (o forse addirittura a mesi), i giovani potranno fare tutto quello che vogliono, e comunque la cosa non ti riguarderà più, perché sarai…”.

“Non esagerare. Vecchio, sì, ma non così tanto. E sappi che potrei avere anche la tua età, ma comunque continuerei ad insistere: quello che fate tu ed i tuoi amici ha poco a che vedere con l’arte”.

“Mi stai riservando un trattamento di favore”.

“In che senso?”

“Credo che, se io fossi uno qualsiasi di quelli che tu chiami, con un certo disprezzo, i miei amici, diresti piuttosto che quello che facciamo non ha a che vedere nulla con l’arte”.

“Temo tu abbia ragione di nuovo. Ma cerca di comprendermi: sono stato il tuo maestro”.

“Lo so. E te ne sono grato”.

“E ti voglio bene. Per questo devo dirti che secondo me (e non sono l’unico a pensarla così) quello che state facendo è…”.

“Sbagliato?”.

“Non è la parola che stavo cercando. Ma, se ti piace pensarla così, puoi dire che secondo me… secondo noi, voi state sbagliando. Ma non è questo il punto”.

“E qual è il punto?”.

“Il punto è, te lo ripeto ancora sperando che tu lo capisca, che non potete pretendere che riconosciamo che voi siate artisti. Siete bravi, e sapete dare scandalo, nessuno lo nega. Ma le vostre capacità si fermano qui. Purtroppo”.

“Avete detto le stesse cose di…”.

“Io non ho mai detto le stesse cose di nessuno: ho sempre fatto il mio lavoro senza pretendere di andare in giro a dare patenti. Ma in questo caso la cosa è talmente evidente, che non posso evitare di prendere posizione”.

“Sarei proprio curioso di sapere che cosa manca a quello che facciamo, perché le si riconosca che è arte. Provoca emozioni, giusto? La gente grida e strepita, davanti alle nostre opere!”.

“Sarebbe più esatto dire che ride a crepapelle… e non credo sia questo, che voi vogliate ottenere”.

“Almeno, otteniamo una qualche reazione. Al contrario di voi, che state lì ore ed ore a meditare ed a farvi calcoli, prima di tracciare una linea o di mettere un tocco di colore qui o lì”.

“Ecco, bravo, sei proprio arrivato al punto: sono proprio quelle ore lì, che tu consideri buttate, quelle che distinguono l’arte da ciò che non lo è”.

“Bah. Il vostro lavoro non ha più senso. Rassegnati…”.

“Se vuoi chiamarmi vecchio, fai pure. Lo hai già fatto tante volte”.

“Ed allora rassegnati, vecchio. Noi forse facciamo ridere il pubblico. Ma non tutto. E comunque, far ridere chi viene a vedere quello che facciamo è già molto, molto di più di quanto potete vantarvi di ottenere voi”.

“Quello che non riuscite a comprendere è che l’arte non deve parlare solo agli occhi, ma anche alla mente. Cosa c’è di mentale, in quel che fate? Vi limitate soltanto…”.

“Limitate? Limitate? Hai idea di quanto possa essere difficile quello che facciamo noi? Hai mai provato?”.

“No, ma non dubito che potrei riuscire facilmente. E come me, anche qualsiasi bravo falegname o fabbro. E se vogliamo concedere che il falegname, o il fabbro, sia un artista, be’…”.

“Be’, che ci sarebbe di male? Cos’è, temi di essere superato? Hai paura che tutti, domani, abbiano dimenticato quelle quattro o cinque risibili opere con cui sei diventato famoso in gioventù, e che ancora oggi continui a ripetere, identiche a se stesse?”.

“Non alzare la voce. E non mi sembra che la pensassi così, quando sei venuto a lavorare con me”.

“Erano altri tempi. Tutto evolve”.

“O involve. Lisandro, non puoi davvero credere che quello che fate voi, mettervi davanti una persona e copiarla in tutto e per tutto…”.

“Oh no, certo, dovrei forse credere che è arte quella che fai tu, Pitagora, che tiri linee nere su fogli bianchi, e poi spruzzi qui e lì macchie di colore! Cosa dovrebbe dire?”.

“La proporzione, il giusto accostamento dei colori, la creazione degli spazi…”.

“Bah! Proporzioni, accostamento, creazione… parole, vuote parole! Guarda una qualsiasi di queste sculture: la carne palpita sotto quel marmo. I muscoli che ne tiriamo fuori sembrano pronti a guizzare per scagliare un giavellotto da un momento all’altro. Conosciamo ogni valle, ogni colle, ogni imperfezione che possa avere il corpo di uomo; passiamo ore ad osservarli, e poi a riprodurli, e poi a levigarli, in una continua marcia verso la Bellezza! Qui c’è della vita! Non come in quel che fate voi, vecchi parrucconi dell’accademia! Non come nel vostro astrattismo!”.

Traduzione di un dialogo avvenuto nel 500 a. C. circa, tra il famoso pittore e scultore Pitagora di Samo, esponente di primo piano dell’astrattismo greco, ed il suo ex allievo Lisandro, che capeggiava un gruppo di giovani artisti che volevano, invece, rifarsi all’osservazione e riproduzione della natura, sia pure nelle sue forme più belle. Pitagora dovette alla fine cedere di fronte al nuovo che avanzava, si ritirò dal mondo dell’arte e si diede alla filosofia; di Lisandro non è rimasta alcuna opera, ma la scuola da lui fondata fiorì e raggiunse il suo apice con le opere di Prassitele e Fidia.

In questa trascrizione, potrebbero essere state compiute, a fini divulgativi, alcune semplificazioni. Ce ne scusiamo con gli storici di professione.

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