Utilità (reloaded)

Fino a ieri, apparentemente, tutti ci eravamo dimenticati di Giulio Tremonti.

Capiamoci: la cosa non mi dispiaceva mica. Però, ecco, fa abbastanza strano, pensare che uno che in passato è stato tanto famoso da guadagnarsi una spassosissima imitazione di Corrado Guzzanti, piombi, in soli quattro anni, nell’inferno dell’illustre anonimato.

Eppure, il ministro dell’economia in cui Berlusconi ha riposto maggior fiducia deve pure aver lasciato qualcosa, nelle nostre vite. E no, non parlo dei tagli verticali allo stato sociale, quanto piuttosto di un’espressione: la famosissima “proviamo a farci un panino di Divina Commedia“.

Quest’espressione echeggia infatti nei due articoli (questo, di Giovanna Cosenza, e questo, giuntomi con la mediazione mai abbastanza lodata di alcuni aneddoti sul mio futuro) che mi hanno messo a parte del fatto che, no, l’antica, noiosissima questione non si è sopita. Gli italiani continuano ad avere la stessa mentalità piccolo impiegatizia di Tremonti (che, pure, tutti a parole hanno rigettato insieme al ventennio berlusconiano) ed a domandarsi: ma a che serve studiare le materie umanistiche?

Il quesito non smette di generare risposte demenziali (“non servono a niente, quindi aboliamole!”) e reazioni sdegnate; queste ultime soprattutto (ed è ovvio), da parte di chi ha fatto il classico e poi archeologia, o beni culturali, o scienze della comunicazione. Reazioni sdegnate che, a mio modesto parere, mancano completamente il bersaglio, nel momento in cui tentano di dimostrare l’utilità economica di questo o quel ramo collaterale del dipartimento di lettere: invece di rispondere orgogliosamente, infatti, “è vero, in questo contesto le materie umanistiche non servono a nulla”, filosofi, storici dell’arte e semiologi non fanno altro che ripeterci quanto possa essere utile all’industria il loro operato, e quanta parte del PIL dell’Italia derivi da “cose” culturali (il solito, logoro esempio del nostro patrimonio artistico).

Come ho avuto modo di dire già qui, io credo che un tale approccio alla questione sia perdente. Perché un laureato in discipline umanistiche, per quanto rispettabile, non ha la competenza per affrontare i problemi della sua disciplina dal punto di vista economico: e, per quanta retorica possa dispiegare, si troverà sempre impotente di fronte ad un finanziarista che inizi a snocciolare a manetta cifre di cui lui (ed il pubblico) non comprende il reale significato. Sintetizzando: non devi competere con un idiota, perché ti porta nel suo campo e poi ti batte di esperienza.

Diverso sarebbe invece il caso di un umanista che affrontasse il problema dell’utilità dal punto di vista sociale, ed insinuasse il sospetto che le vite di tutti noi sarebbero povere ed insensate, senza l’apporto di tanti umanisti.

La musica può essere ben considerata una materia umanistica, giusto? E come potremmo affrontare un lungo viaggio in autostrada, senza le canzoni di Fedez e Moreno (scritte spesso da professori d’orchestra, ai quali il clima di cui sopra rende impossibile trovare altro impiego), e le trite polemiche da talent show?

Come farebbero i Dan Brown e le Stephanie Meyer a scalare le classifiche, senza critici letterari che ci spiegassero perché e per come i loro libri sono delle bestiali cagate? Come potrebbero tanti giovani wannabe romanzieri, che nella vita hanno letto solo le istruzioni del loro smartphone, illudersi di poter realizzare il loro sogno, senza i molti corsi di scrittura creativa, tenuti da filologi che dopo aver sgobbato come asini devono darsi la laurea sui denti, per colpa di baronie universitarie e Tremonti assortiti?

Senza tanti (e bravi) laureati italiani in storia dell’arte, come potrebbero imbastirsi tante ridicole polemiche, nel momento in cui a dirigere un museo italiano viene chiamato uno straniero, che evidentemente, grazie ad una diversa mentalità, nel suo paese ha potuto accumulare più esperienza di uno che in Italia ha fatto una tesi sul Guercino e poi ha dovuto lavorare quindici anni da McDonald’s (eccolo, un panino di cultura!)?

Gli esempi potrebbero continuare, e per ogni ambito. Ammetto che avrei problemi a trovare un’utilità soltanto ai filosofi.

Devo confessarlo, infatti: io ho scarsissimo rispetto per la filosofia. Ogni volta che leggo del pensiero di un filosofo, che rimprovera questo e quello ai suoi predecessori, non posso fare a meno di pensare ad un’isterica studentessa di primo superiore (uscita da un luogo comune, d’accordo), che elenca al suo nuovo fidanzato tutti i difetti delle sue ex, questa aveva il culone, questa le tette mosce, quest’altra era un’oca e via dicendo. Moltiplicate per quattromila anni ed avrete una visione d’insieme più o meno fedele di cosa sia la storia della filosofia.

Questa mia idiosincrasia personale, tuttavia, non deve impedirmi di guardare alla questione con serenità: e, a ben vedere, i filosofi un’utilità sociale ce l’hanno. Eccome se ce l’hanno.

Più o meno, la stessa utilità che hanno gli uomini che chiedono l’elemosina fuori dai centri commerciali. Ti senti un fallito? Non sei felice della tua vita? Ti sembra di non servire a nulla, di essere solo un ridondante ingranaggio nel meccanismo stritolante di questo mondo? Tranquillo, non è così! Tu ci servi, sei molto utile! Sicuramente più di un filosofo, che non fa un cazzo dalla mattina alla sera e non capisce niente di quello che gli succede attorno! Dai, smettila di pensar male del mondo, vieni anche tu su Facebook a prenderlo in giro! E continua, finché non decideremo che anche tu sei inutile!

Comunicazione di servizio: la prossima settimana, dovrei avere accesso ad una connessione a targhe alterne. Se non rispondo ai vostri commenti, non sentitevi troppo tranquilli: non ho lasciato la Rete, è solo una piccola pausa.

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10 thoughts on “Utilità (reloaded)

    • Va bene, spero almeno che chi se l’è mangiato ne abbia tratto gusto e nutrimento.
      In sintesi, ti ringraziavo per l’approccio finalmente originale a una questione che a me, pur col mio liceo classico e laurea in latino medievale e tutto!quel che ne è seguito e ne segue ancora ha sempre fatto venire il latte ai piedi oltre che una certa sonnolenza.
      Quanto al panino con Dante, si potrebbe forse chiedere a Benigni, e ascoltare la risposta. io comunque sarei dispostissima a farmi un panino con Tremonti, e perfino a mangiarmelo.

      • Dobbiamo concluderne che la rete ha fame?
        Trovo la cosa un po’ inquietante, ma mal che vada possiamo darle il panino con Tremonti (sperando che non me lo risputi sulla tastiera, nel qual casop vale il tuo commento più sopra)

      • Forse dobbiamo concluderne che dietro la presunta amicizia tra WordPress e Blogspot si cela in realtà un odio insanabile…

        Credo che Internet non troverebbe la cultura particolarmente nutriente.

  1. Aldilà della questione particolare abbiamo un problema più generale… Stiamo “economizzando” tutta la società. Basta partire dalla scuola per notare che gli studenti non hanno più i “voti” ma “debiti” o “crediti”, che i “Pof” non sono altro che cataloghi con l’offerta formativa… come il vecchio Postalmarket! … e che gli “open day” altro non sono che una fiera dove le scuole cercano di accaparrare nuovi “clienti”.
    Basta andare in Comune o all’Ospedale per notare che quelli che si presentano non sono più “cittadini” o “pazienti”… No! Sono tutti diventati “clienti” e gli “ospedali” (almeno qui in Toscana) sono diventati prima “Aziende” Sanitarie e adesso “Società” della Salute!
    Ecco se gli umanisti oggi hanno un ruolo… è proprio quello di ricordarci che non dobbiamo “economizzare” tutto!

    • Ed io tutte le volte penso a quella scena di Schindler’s List in cui un nazista chiede ad un professore di filosofia: e a che serve la filosofia?

      Che poi fa il paio con quella di Indiana Jones e l’ultima crociata: cosa dice a lei questo libriccino che a noi non dice? Che gli idioti che fanno il passo dell’oca come voi dovrebbero leggerli i libri, non bruciarli.

      P.S.: da medico, l’aziendalizzazione della salute mi nausea.

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