Una vera macchina del tempo (Lunedì film)

Le DeLorean sono davvero delle macchine del tempo. Posso testimoniarlo con certezza, perché dieci giorni fa sono salito a bordo di una di loro.

L’occasione me l’ha data la Notte Europea del Ricercatore. Nella mia città, tra le altre iniziative con cui la si celebrava, ne è stata organizzata una che si intitolava Ritorno al futuro. Immagino che la maggior parte dei ricercatori che operano a queste latitudini fosse bambino, negli anni Ottanta, e che quindi, in fase di organizzazione, dev’essere saltata fuori in tempo zero, l’idea di chiamare i baldi giovanotti di The props maker, perché allestissero una scenografia adeguata, che ruotasse attorno alla mitologica autovettura.

Penso di aver avuto modo di dire, qualche volta (l’ultima è stata questa) che sono un fan accanito della serie di film incentrati sulle vicende di Marty e Doc (questo è stato uno dei regali che ho ricevuto alla mia laurea, per dire); logico, quindi, che sia voluto andare a vedere dal vivo quella macchina su cui avevo tanto fantasticato, fin da quando, a tre o quattro anni, la vidi per la prima volta raggiungere le fatidiche ottantotto miglia orarie e sparire con un botto, lasciandosi dietro solo due strisce di fuoco, diretta verso un tunnel dello spazio-tempo che l’avrebbe condotta nel 1955, o in questi giorni che io mi trovo a vivere.

Fortuna ha voluto che la DeLorean non fosse lì solo per essere ammirata: no, alla modica cifra di due euro (devoluti in beneficienza, per altro all’associazione tra le cui fila ho militato per quattro anni), era possibile salirci a bordo, e farsi scattare una foto che immortalasse il momento.

Sì, lo so, in passato ho ironizzato su una situazione del tutto simile. Ma erano altri tempi, ero più giovane di due anni, rispetto a quanto sia ora, e comunque allora la prospettiva di poter poggiare le chiappe su una DeLorean era lontana quanto quella di vedere Tommy Emmanuel dal vivo in un paesino che fa massimo massimo mille abitanti, e quindi potete immaginare bene come è andata: venerdì sera ho fenduto (sarà fenduto, il participio passato di fendere?) le folle, sgomitato per scansare bambini di cinque anni che stavano in fila da prima di me, e quasi malmenato bambini di quaranta. Dovevo arrivare lì. Dovevo sedermi dove stava seduto Emmet Brown, quando un fulmine lo colpì e lo scaraventò nel 1855.

Mi sentivo entusiasta, eccitato, contento, mentre attendevo che venisse il mio turno; e mi piacerebbe dire, per conservare un po’ dell’immagine con cui mi rappresento a me stesso, che, quando ho poggiato lo zainetto sotto il volante e, stando attento a non sbattere la testa, mi sono seduto al posto di guida, tutti questi sentimenti sono scomparsi, per lasciare il posto ad una viva delusione e ad un po’ di vergogna. Mi piacerebbe, ma non posso dirlo, perché sarebbe falso.

Cioè, tutti quei sentimenti sono scomparsi, intendiamoci. Ma per lasciare il posto a qualcosa che non pensavo avrei provato: vogliamo chiamarlo commozione? Ma sì, dai, che ci importa.

Stavo lì, e fissavo il ragazzo che teneva in mano la macchinetta fotografica, e non riuscivo a sorridere, e mi rivedevo treenne, seduto sul divano della mia vecchia casa (o forse sul pavimento?) che fissavo a bocca aperta quello skateboard che sognavo ci sarebbe stato davvero, quel giorno, lontano, in cui sarei stato grande, in cui avrei avuto, che so, venticinque o ventisei anni; mi rivedevo, un po’ più grandicello, la prima volta che quel film l’avevo visto con mio fratello; mi rivedevo, quasi maggiorenne, spulciare i listini prezzi online, per vedere quanto mi sarebbe costata, la mia personale macchina dei sogni.

Ecco perché dico che le DeLorean sono davvero macchine del tempo, e perché, da quel venerdì, il terzo film della saga di Ritorno al futuro mi sembra ancora più bello di prima.

In passato, mi è capitato più volte di dover difendere quel capitolo della trilogia dai detrattori, che sostengono che sia un mezzo passo falso, un episodio debole, meno bello del primo e, soprattutto, del suo idolatrato (a ragione) seguito. La mia linea di difesa, in passato, era molto semplice: d’accordo, gli altri possono forse essere più belli sotto molti punti di vista, ma nel terzo episodio Zemeckis fa qualcosa che solo i grandi artisti sono capaci di fare. Maneggia il Mito.

Ma il western, e particolarmente quello di Sergio Leone (citato nel terzo film fin dal nome d’arte scelto da Marty), per il nostro Robertino non è solo Mito: è anche Sogno, Desiderio, Bisogno, in una parola Infanzia.

Come tutti i registi della sua generazione, Zemeckis sarà cresciuto (cinematograficamente, si intende) guardando e riguardando lo Straniero senza nome che fa rimangiare a Gian Maria Volonté la sua boria insieme ad una buona dose di piombo, o l’inquadratura che passa dal volto dagli occhi di Clint Eastwood a quelli di Eli Wallach a quelli di Lee Van Cleef e poi da capo, fino al BANG! più atteso della storia del cinema.

In Ritorno al futuro Parte III, Zemeckis viene a patti con la propria Infanzia, dimostra di saper quanto meno rifare Sergio Leone, e di saperlo rifare con la sua propria voce, omaggiandolo ma senza scimmiottarlo. Ritorno al futuro Parte III è il film con cui Zemeckis dimostra di essere diventato grande, e di esserlo diventato senza uccidere il bambino che guardava Tuco correre nel cimitero mentre l’Estasi dell’oro suonava in sottofondo, e si diceva: “Un giorno, quello lo farò anch’io”.

E fare questo, è una cosa ancor più difficile che confrontarsi col Mito: perché, ammonisce Zerocalcare, “nessuno guarisce dalla propria infanzia”.

Ed infatti, Zemeckis ci è riuscito, ed io, che con questo articolo speravo di fare più o meno la stessa cosa, mi sa proprio di no.

Advertisements

13 thoughts on “Una vera macchina del tempo (Lunedì film)

  1. Perché avresti dovuto provare delusione e vergogna, scusa? In circostanze simili, secondo me quasi tutti ci commuoviamo, entrano in gioco tutti quei ricordi, quelle emozioni, quella parte di noi così intensa e preziosa, mi sembra molto più “giusto” (se così si può dire), o se non altro più “bello” provare quello che hai sentito tu, e raccontarlo. E’ come un pezzo d’infanzia che dà al presente quella scintilla in più. (sempre belli i tuoi post)
    Un saluto
    Alexandra

  2. Non vorrei deluderti ma anch’io sono montato sulla DeLorean… ce n’è una una (o almeno c’era qualche anno fa) al parco Movieland sul Garda… e dentro era proprio attrezzata come quella del film!
    Comunque col post ci sei riuscito alla grande!

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s