Il grande cerchio della morte

Lo ammetto: non ho condiviso molti dei giudizi e delle opinioni che Richard Feynman esprimeva nel suo bestseller “Sta scherzando, Mr. Feynman!“. Nonostante ciò, ho trovato quel libro tanto stimolante per l’intelletto, da averlo segnalato come “libro più bello letto questo mese” nella Vertigine della classifica di settembre.

Mi è successa più o meno la stessa cosa con Bill Bass, il padre dell’antropologia forense, ed il suo “La vera fabbrica dei corpi”, che può essere considerata a buon diritto la sua “autobiografia professionale” (colgo l’occasione per ringraziare Ivan Cenzi, di Bizzarro Bazar, per averlo segnalato nella sua Piccola Biblioteca Lunare ed avermelo fatto conoscere). Bass da a volte l’idea di considerarsi una specie di “giustiziere”, uno che con le sue indagini deve raddrizzare i torti commessi sulla terra da quei mostri che sono gli omicidi, per cui, pare di capire da certi passi del libro, la pena di morte è una punizione ancora troppo lieve. Opinioni che, inutile sottolinearlo, trovo aberranti.

Pure, il tono complessivo del volume, il modo in cui vengono raccontate le indagini, le scoperte stupefacenti fatte da questo signore su ciò che sentiamo più nostro (il nostro corpo) mi hanno fatto letteralmente adorare “La vera fabbrica dei corpi”. Tanto che, in questi giorni, così come mi è avvenuto per il libro di Feynman, sto pianificando alcuni piccoli “esperimenti” ispirati dalle sue pagine (tranquilli, non ho intenzione di uccidere nessuno, né di andare per cimiteri a dissotterrare cadaveri). E, in un capitolo almeno del volume, Bass ha espresso il mio pensiero molto, molto meglio di quanto avrei saputo fare io. Parlo dell’ultimo capitolo del volume, che si intitola Quando verrà la mia ora.

Qui, l’autore parla del rapporto problematico e conflittuale che ha con la Morte, che rappresenta l’oggetto del suo studio e della sua professione. Bass ammette che l’idea della morte non l’ha mai particolarmente ossessionato, ricorda di come giunse a fare l’antropologo forense praticamente per caso, nega che tutto ciò che ha visto nel corso della sua carriera professionale abbia avuto la minima influenza sul suo modo di vedere il mondo e la vita; quindi, passa a raccontare di come abbia perso due mogli per cancro, di come si sia sposato una terza volta, dell’ironico patto fatto con la sua nuova compagna, per cui “lei non può andarsene prima di me” (non so se il patto sia stato rispettato, perché il professor Bass è un arzillo vecchietto di 87 anni, vivo e vegeto). E di come la morte della sua seconda moglie lo abbia allontanato, ad oltre settant’anni, dalla religione e dalla fede in una vita oltre la morte.

O meglio: Bass continua a professarsi credente in una vita oltre la morte, solo che ormai non la vede più come un qualcosa di metafisico, proiettato in un mondo che sta al di fuori del nostro, ma come qualcosa che resta fermamente legato a questa realtà di terra, acqua, sangue, merda. Bass descrive il brulicare di vita che origina da un corpo morto, le migliaia di uova che vengono deposte su un cadavere e che si schiudono in larve, che diventano mosche o farfalle, che forse impollineranno nuovi fiori che daranno frutti che nutriranno animali che nutriranno noi, parla del mondo come di un tutto connesso, dove la morte di un uomo consente la vita di migliaia di altri esseri viventi. In breve, ricalca quasi pari pari le parole che Mufasa dice a Simba ne “Il re leone”, quando gli descrive come funziona il cerchio della vita.

Di questa riflessione, mi piace soprattutto un fatto: quello di insistere sulla generosità di un evento come la morte.

Nel corso dei secoli, gli uomini hanno elaborato sistemi di credenze e religioni proprio per sfuggire all’idea del disfacimento che segue alla morte. Unico animale in grado di percepirsi come individuo, singolarmente distinto, oltre che dagli altri animali, anche da tutti quelli con cui condivide la specie, l’uomo deve vivere come un vero e proprio incubo l’idea che il suo Se vada distrutto, dopo che il suo cuore ha smesso di battere ed il suo cervello di funzionare.

Non sono un antropologo, ma credo che nasca proprio da questo terrore l’idea di anima, nonché il carattere egoistico che hanno molte religioni, specie quelle occidentali, per cui si fa il Bene perché così si “mettono da parte” un po’ di buone azioni che possono tornare utili per la vita dopo la morte. Ogni favore è un debito, diceva un certo signor Corleone.

La “religione” di Mufasa e del professor Bass, invece, ci dice che sono le parti che costituiscono il nostro corpo, ciò che più di ogni altra cosa consideriamo una nostra proprietà, a sopravviverci: e lo faranno, donando la vita a ciò che consideriamo più infimo (gli scarafaggi, le mosche, i vermi). Senza che noi ne riceviamo nulla in cambio.

Vedete, anche nei posti più inaspettati si trovano sorprese. Non avrei mai creduto, quando l’ho preso in mano, che “La vera fabbrica dei corpi” mi avrebbe insegnato che la morte è rivoluzionaria.

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6 thoughts on “Il grande cerchio della morte

  1. Minchia! Gran bella recensione… scritta bene e anche sentita… di quelle che mi fanno venir voglia di leggere il libro di cui si parla. P.s. Mia ha fatto morir (giusto per restare in tema) dal ridere la specificazione: “sto pianificando alcuni piccoli “esperimenti” ispirati dalle sue pagine (tranquilli, non ho intenzione di uccidere nessuno, né di andare per cimiteri a dissotterrare cadaveri).” …già ti immaginavo armato di vanga in giro per cimiteri! :)))

  2. Oh, mamma! Che argomentino! Confermo che una delle cose che mi spaventa di più è proprio quello che succederà al mio “involucro” dopo la morte. Tu dici che se leggo questo libro mi potrei convincere che è proprio lì il bello??? Ci sto 😉
    O.T. Come fa troppo freddo per scavare, stai molto al nord? O in montagna…. (Perché io sto molto al nord, ma non fa così freddo ancora!)

    • No, non è quel genere di libro: è piuttosto del genere che ti fa capire che anche un cadavere può essere affascinante, per la quantità di storie che sa raccontare. È un libro che apre una crepa nell’immagine che abbiamo della morte e, come dice Ivan Cenzi di Bizzarro Bazar citando Leonard Cohen: c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che la luce riesce ad entrare.

      P.S.: montagna!:-)

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