Neurosurgery Kid – Episodio 1 – La sindrome di Gibson

(Avevo promesso nuove storie. Ecco la prima)

Come medici, c’è una cosa con cui non possiamo evitare di incontrarci quotidianamente. Quella cosa non è la Malattia, non è la Sofferenza, non è neppure la Morte; no, quella cosa è il Tempo.

Due dei termini che definiscono la nostra professione provengono dal campo semantico del Tempo. “Anamnesi” significa ricordo, e la memoria non è che la scoria lasciata indietro dai secondi che passano; “prognosi”, viceversa, ha più o meno lo stesso significato di “profezia”: profezia, di fatti, viene da un verbo che significa “parlare in anticipo”, e prognosi, a sua volta, potrebbe essere tradotto come “conoscenza anticipata”. E chiunque (ed a maggior ragione uno che si occupa del sistema nervoso), può dirvi che non c’è parola, senza pensiero (e viceversa, ma non è questo il momento di stare ad indagare su questo argomento) (No, i molti esempi di profeti che parlano senza pensare non valgono come controesempio).

Ogni giorno, facciamo domande che si allungano nel regno misterioso di Padre Tempo: “si ricorda da quanto tempo ha questi sintomi?”, “da bambina ha avuto le malattia dell’infanzia, morbillo, varicella, eccetera?”, “ah, quindi vuole sapere che prospettive di sopravvivenza da questa malattia?”.

Non possiamo fare altrimenti, è ovvio: il nostro nemico è il Tempo. No, non il nostro avversario: il nostro nemico. Avversario è qualcuno con cui puoi confrontarti lealmente, qualcuno che sai che rispetterà le regole del gioco, qualcuno che hai qualche possibilità da battere. Noi non abbiamo nessuna possibilità, di sconfiggere il Tempo.

Ci umilierà come professionisti, anche quando le nostre menti sono da Nobel e le nostre mani, diversamente applicate, avrebbero potuto scolpire un Michelangelo (il primo giorno di lezione, ad una platea di ragazzini pieni di belle speranze, il mio professore di anatomia disse: “ricordatevi che i vostri pazienti muoiono, tutti. Perché tutti muoiono”); e, cosa più importante, ci trascinerà nella disfatta come persone.

Questa, a ben vedere, è una fortuna, e male fa chi non riesce ad accettare (forse più per amor di un singolo essere umano, lui stesso, che dell’umanità) che il Tempo sia destinato a stravincere. D’altronde, facendo questo lavoro, è impossibile non essere ossessionati dai ticchettii, dalle lancette che scattano un secondo dopo l’altro, dai delicati meccanismi che le muovono e da Time dei Pink Floyd: tutte cose che io amavo, già da prima di diventare medico ed anche studente di medicina. Non è destino: è semplicemente che anche io, fossi nel Tempo, sceglierei un avversario che mi ama.

È questo il reale male del nostro lavoro, quest’ossessione; ossessione che, c’è da dirlo, riguarda soprattutto il tempo passato. Ci spacchiamo la testa a ricostruire storie, e passiamo più tempo a fare gli archeologi, che a curare malattie. Le prognosi ci interessano meno delle anamnesi; quello che i nostri pazienti faranno, meno di ciò che hanno fatto.

I fisici d’avanguardia ci dicono che l’impressione che gli istanti si succedano non è che un’illusione; ma i medici, pur avendone contezza, continuano con testardaggine a far finta che non sia così. Eppure, dovrebbero sapere che vivere nel passato (che credere che esista, un passato) è, oltre che infantile, pericoloso.

Sono più di trent’anni che vanno in giro le descrizioni della sindrome di Gibson. Nel 1981 William Gibson (che, come me, era uno che si occupava di cose che portano il prefisso neuro) descrisse il curioso caso di un fotografo ingaggiato per immortalare relitti di edifici che erano stati costruiti negli anni Trenta per illustrare come si sarebbe vissuto nel Duemila. Costretto a vivere gomito a gomito col passato, l’anonimo fotografo aveva cominciato a vivere in quel passato: ed era così che, ad un certo punto, aveva cominciato a vedere macchine volanti e scintillanti città di metallo; a vedere, cioè, il suo presente come il futuro che si immaginavano Hugo Gernsback e gli ideatori di Futurama.

Che la sindrome di Gibson sia un’entità nosologica autonoma (insomma: che questa malattia esista per davvero) è uno degli aspetti più controversi della medicina; io, francamente, sono sempre stato dalla parte di quelli che pensavano che no, non lo fosse. Ad ogni modo, non mi sono mai soffermato particolarmente su questa patologia, e non ho certo intenzione di farlo oggi che, sfruttando un breve periodo di ferie, ho deciso di tornare al paese in cui sono cresciuto (in fin dei conti, sono a soli cento chilometri), di farmi coccolare dai miei genitori e di fare le cose che più mi piacciono.

Ora, sto camminando. Adoro camminare, è una delle cose che preferisco al mondo dopo scopare. E dunque, quando non devo lavorare, quella è una delle cose che faccio. E quindi cammino, senza avere un posto dove andare, e mi guardo intorno. Ad un certo punto mi fermo. Entrare lì, certo, e perché no? Quasi mi pare di essere uscito apposta, per venire qui.

“Un pacchetto di carte Magic” dico, e la faccia dell’onesto esercente a cui mi sono rivolto così (dopo aver detto buongiorno, ovvio) parla chiaro. E dice: guarda che se ho aperto un negozio di animali, è proprio per non avere a che fare con la gente come a te.

Ci fissiamo sopra l’espositore di mangimi per pesci. La gente come a me? E chi sarebbe, la gente come a me? E dai, cazzo, dico (dico spesso cazzo, ultimamente, soprattutto dentro la mia testa) è il 2001, giusto? E qui siamo in una fumetteria, o no? Sicuro, non una fumetteria grande come quella che Alberto dice che stanno a Roma, ma comunque sempre in un posto dove ci si aspetta che queste cose ci siano, in vendita. E allora forza, che cazzo!, tira fuori il mio pacchetto di Settima edizione, che questa nuova espansione di Magic, l’adunanza (semplicemente Magic per me ed i miei amici e compagni di classe Luca e Andrea, che ha appena trovato un Nokia 3310, cazzo che culo!) è appena arrivata dall’America e noi non vediamo l’ora di giocarla, pure in classe durante l’ora di musica, se servisse, e…

Calo le palpebre, attendo un attimo di troppo a riaprirle. Il vecchio che assomiglia al brutto bulldog che tiene in vetrina sono sicuro mi stia fissando, e mi pare lo facciano pure tutti i maledetti pappagalli e i criceti e i cuccioli in cerca d’amore e perfino i pesci rossi sopra il tubetto di mangime. Aspettano. Aspettano che dia al vecchio un motivo per chiamare la polizia, o almeno un’ambulanza. Mi scuso, mi giro, me ne vado. Sì, qui nel 2001 c’era una fumetteria. Nel 2005 ha chiuso, e ci hanno messo un negozio di animali.

Gibson, se non ricordo male, nella sua descrizione di quel caso clinico (che contribuì a renderlo famoso a livello mondiale) avanzava anche una proposta di terapia, per la sindrome che ha poi preso il suo nome: al fotografo che si era rivolto a lui, consigliò di fare un’immersione nella contemporaneità, per uscire dal garbuglio di Tempo in cui era finito. Per il fotografo, funzionò; non dubito che funzionerebbe anche per me. Ma dove lo trovo, io, uno che mi faccia vivere qui, ora, senza distrazioni? Come potrei farlo, io che devo chiedere ogni giorno: “e quando l’ha fatta, questa TAC?”. Ma, soprattutto, lo vorrei?

Perché, che cazzo, se solo riuscissi a raccontare, di quel momento preciso in cui le cucce impilate sono diventate albi di Dragonball e primi numeri di One Piece, se solo sapessi far capire anche a voi la metamorfosi di quel soriano in un Rhox, se solo anche voi, attraverso le mie parole, vedeste me scherzare di nuovo con Andrea (che studiava a Torino, e poi chissà che fine ha fatto) e Luca (che so vivere in Germania)… e chi diavolo ne avrebbe più bisogno, di fare il neurochirurgo?

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