Uno strano effetto

Chiunque mi conosca sa che sono ossessionato dal tempo. E a ben vedere, pure chi non mi conosce non dovrebbe avere troppi problemi a rendersi conto di questa mia fissazione: insomma, basta dare uno sguardo alla home page di questo blog, ed a quello di cui ho scritto nelle ultime settimane (in cui per altro, il tempo mi sta letteralmente sfuggendo dalle mani).

Penso che la mia passione per Ritorno al futuro non sia del tutto indipendente da questo: certo, c’è anche che uno dei film della trilogia (il terzo, se non ricordo male) è stato probabilmente uno dei primi film con attori “veri” che abbia mai visto nella mia vita. Ma (e questo è un giudizio puramente professionale) credo anche che tra le molte circonvoluzioni del mio cervello ce ne sia qualcuna deputata al “pensare al tempo”. O qualcosa del genere.

No, tranquilli, questo non è uno dei molti articoli che avete avuto modo di leggere in questi giorni sulla saga con protagonisti Cristopher Lloyd e Michale J. Fox (perché ha ragione boudoir: non sono molti, sono troppi), anche perché io avrei molto poco da dirne. Quella saga è un capolavoro dal primo all’ultimo minuto, che altro vuoi dire? No, questo è più che altro un articolo sul ritorno al passato.

Io vivo a L’Aquila. E penso che una città più congeniale alla mia natura non avrei potuto trovarla.

Non solo perché, in città e tutt’attorno, ci sono una serie di borghi ed edifici che paiono usciti da un libro di storia medievale (ad esempio Castel del Monte, la città in cui è stato girato Ladyhawke), ma anche perché il terremoto del 2009 ha reso questi luoghi un museo. E non solo di quanto male possa fare la stupidità umana (tra le foto dei ragazzi appese fuori dalla Casa dello studente, dove sono morti, a distanza di sette anni, scolorita, ma presente, continua a campeggiare quella di una ragazza che conoscevo), ma anche di cosa era quotidiano nel 2009. Aggiungeteci che la gran parte delle cose che c’erano in città non erano state concluse la mattina del 5 aprile, e vedrete che L’Aquila è una specie di ricettacolo di quel che era la vita di inizio millennio. Quando ancora ci sembrava che il 2000 fosse un secolo di promesse, e non di minacce.

La settimana scorsa passeggiavo tra vicoli che non avevo mai avuto modo di esplorare, prima di quel giorno maledetto. VIcoli che oggi sono talmente deserti che ci si potrebbe girare un western, e non dei più “puliti”, ma uno di quelli zozzi, in cui i buoni non ci sono e non ci sono parole per dire quanto cattivi sono i cattivi, o meglio ancora un horror: una cosa tipo un’azienda senza scrupoli che vuole trasformare quei luoghi in un’attrazione turistica (un qualche modo un bravo addetto al marketing potrebbe inventarselo), e che si ritrova a dover gestire un’invasione di fantasmi. O di zombie, che oggi va più di moda.

Passeggiando passeggiando, sono arrivato al palazzo degli anni Trenta, i cui portici conducono alla basilica di San Bernardino. Palazzo che è una delle più brutte architetture che si siano mai viste, e che mi pare bello solo perché sotto i suoi portici, il primo anno che stavo qui, venivo a comprarci i libri usati. Di fronte, un palazzo ancora più brutto (probabilmente costruito nei tardi anni Sessanta, a giudicare dal color marrone dei suoi muri), in cui avevano trovato posto vari negozi ed uffici di altro tipo. Vedo un negozio eBay, il posto da cui tutti compravano sotto costo quando facevo il liceo, e che sembrava dovesse essere immortale, prima che Amazon ed il suo sfruttamento dei lavoratori uccidessero definitivamente il mercato e le fregassero tutti i clienti. D’altronde, anche MSN ci sembrava non dovesse chiudere mai, prima che arrivasse Facebook. Eppure.

Non pensavo che avrei mai potuto avere nostalgia, di quei giorni in cui la risposta universale ad ogni problema dell’umanità sembrava essere “E cercalo su eBay!”. Ma, a parte che io sono uno che preferirebbe non avere nostalgia di nulla, non pensavo neppure che avrei mai potuto avere nostalgia del CEPU, delle pubblicità con i calciatori che volevano elevarsi culturalmente e delle battutine che si facevano su quei calciatori (di cui ricordo quella del mio idolo Alberto Patrucco: “Che cos’hanno fatto, queste bombe per essere più intelligenti? Hanno fatto il CEPU con Bobo Vieri?”).

E però, mi ha fatto davvero uno strano effetto (a cui preferisco non dare un nome), vedere quella malinconica insegna CEPU, appesa giusto accanto a quella eBay, ricoperta di polvere (non tutta proveniente dalle macerie, sicuro), ed il giorno dopo venire a sapere che CEPU, ormai, non esiste più.

Preferisco non dargli un nome perché, se in passato ho cercato di dare una definizione del termine crescere, questo potrebbe portarmi a dare una definizione del termine invecchiare.

(Che poi pare che CEPU non chiuda più. Ma questo non cambia nulla, ovviamente)

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3 thoughts on “Uno strano effetto

  1. Certo, è un gran “sollievo” sapere che CEPU non chiude più… almeno per i poveri “telemarketer” che chiamano a casa e di fronte alla risposta i mia madre : “Guardi, non mi interessa, i miei figli sono entrambi laureati”, rispondono: “Sa darmi il numero di qualcuno che potrebbe avere bisogno di noi?”…
    Ma lasciando stare Cepu, la consapevole, triste amarezza (soprattutto da un certo punto in poi) che permea questo tuo scritto vale più di tutte qualsiasi cosa si possa dire.

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