Neurosurgery Kid – Episodio 2 – Da grandi poteri…

Eppure sono appassionato di fumetti. Dovrei saperne qualcosa, dei “momenti in ci si scopre di avere dei superpoteri”.
Invece, Cristo, se mi fossi ritrovato a penzolare giù da un palazzo appeso ad una ragnatela, o a volare sopra la mia città mentre con la mia vista a raggi X osservavo cosa accadeva nelle case, be’, non sarei stato così sorpreso.

Il fatto è che io non avevo fatto proprio un bel niente. Mi ero limitato a starmene lì, con le braccia conserte, a guardare un mio collega (molto più esperto) che visitava questo signore con i dolori qui e qui e faceva la manovra di Lasegue e gli testava l’Hoffman e gli cercava il Babinski (erano negativi tutti e tre, per la cronaca), e faceva tutte quelle altre cose a cui tanti neuroqualcosa hanno dato il loro nome in passato. Quelle cose, sapete, che fanno sembrare che noi non parliamo la stessa lingua di tutti gli altri (fidatevi, la parliamo. Specialmente quando siamo soli).

Insomma, me ne stavo fermo lì e guardavo e cercavo di imparare (che ho letto in un libro che pare che il modo migliore per imparare sia quello con cui si impara a parlare: stare a guardare e poi cercare di imitare). E ci sono stato finché quel neurochirurgo molto più esperto non si è alzato, non ha detto “Arrivederci” e non se n’è andato stringendo la mano al signore che aveva i dolori qui e qui ed alla nipote (la figlia? La nuova moglie? La vecchia moglie?) che l’aveva accompagnato.

Me ne stavo andando, quando loro hanno deciso che c’era bisogno di stringere la mano anche a me, e di dirmi: “Grazie, dottore”. Lo ripeto: io non avevo fatto niente. Dio mio, non avevo neanche detto niente.

La confusa intuizione di questo mio dono l’avevo già avuta in passato (d’altronde, è un po’ che sono Neurosurgery Kid), ma solo ieri, quando questa storia è capitata, ho dovuto riconoscere che, sì, se sono un supereroe (come il mio nome fa sospettare), non faccio parte della famiglia di Batman, di quei supereroi che sono solo uomini su per giù comuni che decidono di mettersi un costume più o meno ridicolo (il mio è verde, e comprende un paio di ciabatte, fate voi). No, io faccio parte della famiglia di Devil, di Hulk, di Flash e dei Fantastici Quattro: ho qualcosa che agli altri uomini non è concesso: un superpotere. Il mio è che, senza alzare un dito, posso suscitare sentimenti negli altri. Gratitudine in certi pazienti (ieri), insofferenza in altri (due giorni fa), ad esempio.

Nell’altra famiglia sarei stato più a mio agio: ci sono comunque mostri da sconfiggere, ma, almeno, c’è pure un comodo rifugio di rassegnazione in cui andare a rintanarsi quando tutto va storto: qualcosa sulla cui porta c’è scritto “in fin dei conti, sono solo un uomo”. Bruce Wayne è andato in pensione per dieci anni, prima di tornare ad indossare gli scomodi abiti dell’Uomo Pipistrello in “Il ritorno del Cavaliere Oscuro”. E lui era Batman.

Ma quando hai un superpotere, be’, gli altri hanno il diritto di aspettarsi qualcosa di più da te. Avete presente, no, quella storia che da grandi poteri derivano grandi responsabilità. E questo potrebbe essere un problema per quelle persone (non faremo nomi) che possono pure mettersi la mascher(in)a, il mantello (o il grembiule sterile) ed impugnare una pistola paralizzante (o un bisturi), ma continuano a sentirsi solo…

Pikappa ha sempre le parole per dirlo.

Pikappa ha sempre le parole per dirlo.

Mi consola un poco sapere di essere in buona compagnia: perché questo è con ogni probabilità il superpotere più diffuso al mondo. Tutti i medici ce l’hanno. E solo i medici, tra parentesi: i telegiornali hanno coniato il neologismo malasanità, mica malaedilizia o malascuola (che sarebbe sempre meglio della Buona Scuola, siamo d’accordo). Mi consola molto meno, sapere che decisamente in pochi, si sono posti il problema di cosa farci, di questo potere.

Molti paiono limitarsi ad utilizzarlo per fare quello che io ieri ho fatto con quel signore e con la ragazza che stava con lui: un bel bula bula ad uso e consumo di quelli che curano (o dovrebbero curare). Io ho una scusante: l’ho fatto contro la mia volontà. Ma chi se ne approfitta, non fa solo qualcosa di inutile: fa qualcosa che lo fa appartenere al genere di personaggi cui appartiene il Dottor Destino. O, meglio, lo Spiderman che sfruttava i poteri donatigli dal ragno radioattivo per mettere insieme un bel po’ di dollaroni.

Il fatto è che nei fumetti è facile: i cattivi ce l’hanno scritto in fronte (qualche volta anche letteralmente) che sono cattivi. Molto meno nei fumetti moderni, certo; ma, in quelli classici, c’è poco da indagare. Il più delle volte, sono i cattivi che vanno a cercare l’eroe per farsi prendere a legnate.

Ma in questo fumetto di cui, bene o male, noi siamo, se non i protagonisti, quanto meno dei comprimari di primo piano, be’, le cose non sono così facili. Tutta questa Justice League of America di nuovi medici pieni di belle speranze (io, ed i miei amici V. e T. che spero che leggano questa storia, ad esempio) con chi dovrebbero prendersela? Come potrebbero mettere alla prova i loro poteri, e quello che io ho scoperto ieri di avere, in particolare?

Di questo fumetto non sono ancora riuscito a diventare lo sceneggiatore, ma una mezza idea l’ho avuta. Leggo spesso le storie che avvengono nelle altre testate di questa linea editoriale, e mi sono reso conto che non c’è ospedale al mondo in cui questa nuova generazione non si scontri con la vecchia guardia dei supereroi. Quelli, per comprenderci, che trovavano normale malmenare i criminali appena coperti da ridicoli KAPAW! E BADABUM! e lavorare sedici ore per giorno, ed otto ogni notte, per avere un minimo di considerazione da parte dei propri superiori.

Bene, forse potremmo usare quel potere che abbiamo appena scoperto di avere per suscitare in questa vecchia guardia un po’ di rispetto. E no, non venitemi a dire che, per ottenerlo, ci basterebbe lavorare duro: perché quello lo facciamo già, e non ci sta servendo a molto. Ragazzi, rispondetemi, siete con me? E voi, vecchia guardia di supereroi, siete disposti (almeno) a farci credere che quel superpotere funziona, su di voi?

È una sfida in cui c’è qualcosa di importante, in palio: qualcosa tipo il futuro del mondo. Perché, forse voi non lo sapete, ma anni fa è stato raccontato (in Kingdom Come) cosa succede, quando i supereroi vogliono imporre le loro regole ai loro discendenti: un gran casino, succede, che porta minimo minimo alla nuclearizzazione del Kansas.

E, badate, quello è lo scenario migliore: perché potrebbe anche capitare (e sarebbe davvero la fine) che vi ritroviate tra le mani una nuova classe di supereroi che non sono più minchietti, ma sono adulti cinici (cit.). E quella sarà la classe di supereroi che dovrà curare voi.

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