Una possibile attenuante per furto aggravato di intellettuale

Negli ultimi giorni hanno deciso di farlo un poco tutti, complice il quarantesimo anniversario della sua morte. Quindi, non vedo perché non dovrei mettermi pure io ad esprimere ipotesi improbabili su Pierpaolo Pasolini: in fin dei conti, lo leggo e stimo da quando avevo sedici anni, ed è uno di quegli artisti che, non ho paura di dirlo, mi ha cambiato la vita. Forse ne ho più diritto di molti altri.

E dunque: secondo me Pierpaolo Pasolini non è morto davvero.

No, non sto usando una metafora, non sto intendendo che vive nella memoria e nelle lotte di chi lo ha ascoltato e letto e visto e magari ha declamato le sue poesie. Io dico che Pasolini, quella notte tra il primo ed il due novembre di quarant’anni fa, proprio non è defunto. Dico che Pino Pelosi (o chiunque volete pensare che l’abbia ammazzato) non va incolpato di quell’omicidio, perché quell’omicidio, semplicemente, non avvenne. Io dico che Pierpaolo Pasolini assoldò Pelosi (il quale non ne era consapevole, ovviamente) per mettere in scena il suo assassinio; dico che prima se lo scopò (perché era frocio, e si sa che i froci non sanno tenere a bada i propri istinti), e che poi gli fece guidare la sua macchina per il lungomare di Ostia per incastrarlo. Dico che quello che trovarono sulla spiaggia era un sosia, o, perché no, un manichino molto ben fatto. Dico che poi Pelosi non ha mai detto niente perché Pasolini era Gran Maestro dell’Ordine Framassonico del Caprone Orientale e quindi sapeva (Pelosi, non Pasolini) che avrebbero potuto suicidarlo in almeno trentanove modi diversi. Dico che “l’intellettuale” (che a questo punto le virgolette sono d’obbligo) fece tutto questo per crearsi un alibi inattaccabile.

Voi direte, a questo punto: e a che gli serviva, un alibi inattaccabile? È presto detto: per commettere quegli omicidi, che da qualche tempo premeditava e che nel decennio successivo avrebbe cominciato a compiere a Scandicci e dintorni. Sì, insomma, non so se ve ne siete resi conto, ma vi sto rivelando che Pierpaolo Pasolini era il mostro di Firenze.

Me la sono inventata, non credo di doverlo precisare. Ma vi assicuro che non è l’idea più offensiva che si è sentita in questi giorni. E ve ne renderete conto da soli, se confrontate “Pasolini era il mostro di Firenze” con :
• “Pasolini era amico della polizia” (tutto quello che c’era da scrivere su questo l’ha scritto Wu Ming);
• “Pasolini era cattolico”;
• “Pasolini era fascista”;
• “Pasolini rimpiangeva i bei tempi andati”.
Mi fermo qui per il rispetto che porto all’intellettuale friulano (sì, lo so che era nato a Bologna), ma vi assicuro che l’elenco potrebbe continuare a lungo: che, da quando è morto, chiunque e sua sorella cercano di far abitare Pasolini in case che lui non avrebbe abitato neppure nei primi tempi in cui si trasferì a Roma, spiantato ed umiliato. Borghesi, cattolici, conservatori, fascisti (del terzo millennio e non), perfino qualche omofobo, insomma, in una parola, la destra, tira Pasolini per la giacchetta e, con la stessa violenza (non solo figurata) con cui mentre era in vita lo combatté, cerca di appropriarsene, di dare ad intendere che Pasolini può anche essere passato alla storia come tifoso di “quegli altri”, ma che alla fine, sotto sotto, senza che neppure lui, forse, lo sapesse, ha sempre parteggiato per loro.

Perché questo improvviso amore per PPP? Per la sua lucidità, la sua capacità analitica, la descrizione che diede del mondo, tanto precisa e corretta da risultare profetica (oggi che viviamo il futuro che lui preconizzava possiamo dirlo)? Non credo. Il motivo penso sia piuttosto da ricercare nella frustrazione.

Tanti uomini di spessore, con un passato da pasionari di sinistra, sono andati, man mano che gli anni passavano, a rimpolpare le file della destra: come esempio paradigmatico, si può citare Giovanni Lindo Ferretti, che negli anni Ottanta era leader di una (storica) band che si chiamava CCCP e che oggi è autore di corsivi per Il Foglio di Giuliano Ferrara (a sua volta, altro grande scavalcatore di barricate) e di inni per i partiti della Meloni. Queste persone hanno spesso raggiunto i placidi lidi del conservatorismo più integralista in età matura, quando ormai anche artisticamente erano più delle “vecchie glorie” che dei “giovani che possono cambiare la storia della loro arte”; ma, quello che è importante, è che quei lidi li hanno raggiunti, facendo il buon gioco di quanti dicono che la sinistra è una cosa da ragazzini. Da ragazzini dotati, certo: ma pur sempre da ragazzini. Gli uomini, forse non più geniali come lo erano in gioventù, ma pur sempre degni di considerazione (perché Ferretti continua a scrivere della musica ottima, pur usandola per diffondere messaggi discutibili), stanno a destra. Forse si convertono in tarda età, ma prima o poi capiscono cos’è meglio per loro.

Ecco: quando Pasolini è morto, aveva oltre cinquantatré anni, e di questa conversione non si vedevano ancora neppure i più pallidi indizi. Pasolini è morto da avversario implacabile del sistema, è morto sordo alle sirene suadenti del Palazzo, è morto, diciamolo, comunista. Ed è morto senza aver perso un briciolo della sua grandezza.

Io credo che le destre non possano accettare che un gigante del pensiero come lui fu resti a loro totalmente estraneo. Io credo che anche quando demandavano a Pierfrancesco Pingitore ed ai suoi amici di merende di Specchio il compito di umiliarlo a cadenza settimanale, speravano che un giorno Pasolini “si ravvedesse”, e finisse a scrivere infuocate reprimende contro “i comunisti” sulle pagine del Giornale.

Questo non è potuto accadere (ed io penso non sarebbe mai accaduto), perché Pasolini è morto per davvero, quella notte, ad Ostia: ed è così che la destra è rimasta orfana di Pasolini. E, come un bambino che ha perso il padre e che prende in mano le sue foto e si immagina tutto quello che non è potuto accadere, così oggi borghesi e conservatori e cattolici eccetera eccetera prendono in mano gli Scritti corsari, o le Lettere luterane, e credono di vedervi quello che non c’è, per riempire un vuoto che hanno nel cuore.

Quasi (quasi, lo sottolineo) ci sarebbe da averne compassione.

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5 thoughts on “Una possibile attenuante per furto aggravato di intellettuale

  1. Reblogged this on i discutibili and commented:
    pasolini non è morto. no, non in senso metaforico, non è morto per davvero. è con elvis e jim morrison a bersi cocktail di maracuja e rhum sulle spiagge di copacabana, non ci credete? leggete questa riflessione di gaberricci e scoprirete che è proprio così.

  2. Bella riflessione, ricorda un pò quella -non dissimile- fatta da Wu Ming riguardo Furio Jesi.
    Il che, peraltro, evidenzia la disarmante pochezza intellettuale della destra italiana (altrove, perlomeno, hanno un minimo di produzione propria…)

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