Io non sono uno a cui piace dare nomi alle cose, ma…

Scrivevo, qualche giorno fa, nei commenti a questo breve (ma non per questo meno intenso) articolo di ammennicolidipensiero:

Dovremmo trovare un nome per indicare quella particolare figura retorica che consiste nell’iniziare una frase con “non sono […], ma”, e completarla con parole che farebbero arrossire il più smaliziato dei […].

La mia, ovviamente, era solo una battuta brillante (modestamente); tuttavia, dato che la mia idea sembra aver trovato qualche apprezzamento (non ultimo, quello dell’autore dell’articolo che me l’ha ispirata), eccomi qui a discuterla.

Preveniamo un’obiezione: un nome autonomo, questa figura retorica, non dovrebbe averlo, dal momento che non è altro che una forma particolare di preterizione. La preterizione è quella figura retorica che consiste nell’affermare: “Io non voglio dire che…”, e contemporaneamente, mascherati da questa premessa, dire proprio quello che si vorrebbe tacere. Esempio celebre è il monologo di Antonio nel “Giulio Cesare” di Shakespeare, che inizia con le parole: “sono venuto a seppellire Cesare, non a lodarlo”, e contemporaneamente copre di lodi il dittatore appena defunto.

Questa obiezione è senza dubbio corretta. Tuttavia, anche la sineddoche è una forma di metonimia; pure, ha un suo nome specifico. La metafora è “solo” una similitudine che non fa uso del come (sì, lo so che non è propriamente così), ma si merita di essere chiamata metafora e non “similitudine comepriva”; lo stesso si può dire dell’oggetto della nostra discussione, di questa figura-retorica-priva-di-nome, che ha almeno due caratteristiche che la rendono indipendente dalla preterizione.

Tanto per cominciare, la preterizione non ha neppure lontanamente la diffusione capillare che ha la figura-retorica-priva-di-nome. Diffusione che anzi è tanto ampia, che ormai, soprattutto in Rete, risulta impossibile dare alle parole “non sono […], ma” altro significato rispetto a quello di “in realtà sono un […] fatto e finito”. Prendete il titolo di questo post: non sentite in esso una vibrazione, qualcosa che vi spinge a pensare che io, in realtà, adoro dare i nomi alle cose? Eppure, non è così. E per altro, non ne sono neppure capace.

Un’altra prova di questo l’ho avuta proprio questa mattina, leggendo questo articolo di Massimo Polidoro, che tratta della “morte sospetta” (eufemismo) di Pier Paolo Pasolini.

Ora, chiunque conosca Polidoro (e io lo conosco) sa che è presidente del CICAP e che ha collaborato con Piero Angela e James Randi nella loro campagna di debunking delle affermazioni su paranormale e dintorni; sa che è, in poche parole, la persona più anti-complottista sulla faccia della Terra. Eppure, leggendo le prime parole del suo articolo, “Sapete che diffido delle teorie della cospirazione”, la mia mente non ha saputo fare a meno di prepararsi al profluvio di prove traballanti e argomentazioni ridicole che di solito fanno seguito ad una tale premessa. Per non parlare della spocchia che le accompagna.

Perché, esattamente come la preterizione, anche la figura-retorica-priva-di-nome è un procedimento espressivo che serve ad affermare con orgoglio che si fa parte di qualcosa; tuttavia, mentre chi usa la preterizione rivendica con orgoglio che di questo qualcosa si fa parte, e si limita alla strizzata d’occhio dell’ironia, la figura-retorica-priva-di-nome è un “vorrei ma non posso”, un modo per affermare qualcosa di cui ci si sente fieri benché, d’altra parte, si sa che di quel qualcosa ci si dovrebbe vergognare. Questa è la seconda differenza tra la figura-retorica-priva-di-nome e la preterizione.

Leggevo proprio ieri, nel Memorandum sul New Italian Epic di Wu Ming 1, che le neuroscienze

hanno appurato che il metaforico è corporeo, è una dimensione non astratta ma concretissima, descrivibile nella letteralità dei processi cerebrali

Ecco, io penso che questo sia vero di tutte le figure retoriche. Che cosa ci dice, dunque, della nostra mente, quest’uso così insistito della figura retorica di cui stiamo parlando?

Ci dice, a mio parere, che nella nostra mente c’è una gran voglia di dire: “Fanculo gli altri, l’unico di cui mi interessa sono io!”; ci dice che vogliamo che i nostri simili restino nella condizione di inferiorità imputabile solo a noi; ci dice che ce ne stracciafreghiamo il cazzo del dolore, della sofferenza, del male che provano gli altri. Non per nulla, spesso, nella frase “Io non sono […], ma”, al posto dei puntini di sospensione ci sono razzista, leghista, omofobo.

Ma ci dice pure che anni ed anni di “avvicinamento al centro” in politica ci hanno convinto che tutto questo non si può dire così, apertamente; che ci si deve mostrare moderati; che si deve nascondere il proprio desiderio di mostrarsi visceralmente di destra.

(Da un certo punto di vista, è una fortuna, anzi, che la figura-retorica-priva-di-nome si sia diffusa come si è diffusa, perché questo dimostra che:

  1. una vera forza politica moderata non può esistere;
  2. cosa si agita sotto la superficie del moderatismo)

Per questo motivo, io propongo di chiamare la figura-retorica-priva-di-nome “estremizzazione moderata”. Lo so, è un nome di merda. Ma io l’avevo detto, che non sono uno a cui piace dare nomi alle cose.

9 thoughts on “Io non sono uno a cui piace dare nomi alle cose, ma…

      • Si, so che quanto detto può non propriamente pertinente, intendevo “paraculismo” per l’intento di base dei costrutti “non sono…ma…” di non voler scontentare nessuno. Alla fine, parlando questa volta in maniera un po’ più seria, quello di cui parli tu è un fine artificio ben conosciuto dai retori di tutti i tempi che si basa su una captatio benevolentiae al fine di “ammorbidire” l’interlocutore su quanto di realmente sentito si sta per affermare.

  1. ‘spetta, mi sembra che qui nessuno tenga conto del fatto che ogni figura retorica deve avere un nome possibilmente greco, e assolutamente incomprensibile, mentre sia “estremizzazione moderata” che “paraculismo” si capiscono benissimo. “Anentia ottativa” potrebbe forse avvicinarsi pallidamente ad una prima possibilità: alfa privativa, participio del verbo essere, più l’intenzione (non sono ma desidererei essere) – purtroppo il greco non è mai stato uno dei miei punti di forza, quindi di più non so fare, ma qualsiasi ginnasiale con un sei stirato offrirà facilmente un ventaglio di valide possibilità.
    Altrimenti possiamo chiare questa cosa col suo nome: BALLA.
    “Io non sono razzist…” “Ma certo che lo sei, ci prendi per scemi?”

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