Neurosurgery Kid – Episodio 3 – Magic experience design

Chiunque sia passato da questi lidi negli ultimi due anni sa che considero Mariano Tomatis (qui il suo blog) una fonte inesauribile di ispirazione (tanto per farsi un’idea); chiunque abbia parlato con me nello stesso lasso di tempo, be’, pure.

Tra tutte le buone idee che Mariano (spesso a sua insaputa) mi ha passato, senza dubbio la più affascinante è quella di magic experience design. Riporto e traduco malamente dal sito omonimo, creato dall’altro “inventore” di questa particolare branca dell’illusionismo, Ferdinando Buscema:

progettiamo esperienze magiche, eventi ed occasioni che hanno lo scopo di essere splendidi, sorprendenti e straordinari, e che coprono una gamma di possibilità che va dal leggermente sbalorditivo all’ipnoticamente stupefacente. Aiutiamo a spezzare la monotonia della vita di tutti i giorni, iniettando nelle persone edificanti dosi di meraviglia.

Mettendola sul semplice: facciamo accadere la magia.

In passato, ho provato a progettare io stesso alcune esperienze magiche (ad esempio per la mia amica Anita o per Tiziano e Valentina), con risultati, devo dire, tutto sommato apprezzabili; in seguito, ho cercato di portare quest’arte ad un nuovo livello: invece di creare esperienze nella vita di tutti i giorni, ho cercato di trasformare la vita di tutti i giorni in una continua esperienza. Se vogliamo metterla in questi termini (e spero che non mi consideriate immodesto), ho cercato di trasformare l’arte di Michelangelo nell’arte di Andy Warhol. Abbastanza ironico, per uno che Warhol non lo sopporta.

Una simile risoluzione potrebbe sembrare un atto di hybris, da parte di uno che la materia la padroneggia appena. Ma, a ben vedere, il mio approccio è molto più semplice, rispetto a quello proposto da Mariano e Ferdinando nel manifesto del magic experience design (L’arte di stupire): basta un po’ di storytelling, ed anche il più banale degli eventi della vita può diventare un’avventura degna dei Goonies (e no, non uso questo esempio a caso). E, come giustamente faceva notare qualche giorno fa Fabio Chiusi (ringrazio come sempre alcuni aneddoti dal mio futuro per aver condiviso questo articolo), ormai ci viviamo talmente immersi, nello storytelling, che un po’ tutti siamo diventati capaci di servircene.

Una simile risoluzione mi ha portato a creare una rubrica come Neurosurgery Kid, che è innanzitutto una forma di auto-analisi: il mio impatto col mondo della medicina “vera” è stato talmente scioccante (e, ancor di più, talmente distante dall’idea che me ne ero fatto), che ho avuto bisogno di un posto dove trasfigurare ciò che mi accadeva. Dolori, gioie, soddisfazioni e scazzi. Soprattutto scazzi.

Qualche giorno fa, ad esempio, approfittavo di uno dei (rari) momenti di riposo che mi sono concessi (o, per meglio dire, che mi concedo da solo) per andare a fare la spesa. Per motivi che preferirei non rivangare, e che basti sapere dipendere da un’idea ottocentesca di gerarchia, ero incazzato. Molto incazzato.

Arrivo al centro commerciale, mi oriento nel labirinto di sensi unici che è il suo parcheggio, fermo la macchina, la spengo, scendo, mi avvio verso l’ingresso con le mani nelle tasche del giubbotto e la testa bassa. All’improvviso, sento uno “Scusa”.

Alzo la testa. Un ragazzo dall’accento napoletano, con un borsone a tracolla, mi si avvicina, tenendo in mano dei calzini. Gli faccio segno di no con la testa. Lui insiste: “Dai, se non interessano i calzini, almeno fallo per mia figlia, a cui potrò portare un cartone di latte stasera”. Gli dico, in tono molto sgarbato: “Ora no! Quando esco… forse“.

Entro nel centro commerciale e compro quello che devo (o, per meglio dire, quello che voglio). All’uscita, mi ferma un collega di quel ragazzo. Poggio a terra le buste che porto in mano e gli dico: “Senti, scusa, non è per te, ma quando sono entrato ho parlato con un tuo collega e, siccome sono stato maleducato, vorrei comprarli da lui, i calzini”. Il collega lo chiama (e il magic experience design come lo intendo io mi fa pensare che non sia un caso, che il suo nome di battesimo sia lo stesso di uno dei miei migliori amici), lui si avvicina.

È andata a finire che per dieci euro mi sono portato a casa tre paia di calzini (nonostante le molte insistenze del ragazzo, che voleva appiopparmene di più) ed una storia buona per fare due riflessioni.

Uno: dicevo su di un’idea ottocentesca di gerarchia; idea che, credo di aver intuito, sia molto, molto diffusa ai piani alti degli organigrammi, tra i dirigenti di aziende private ed anche (soprattutto) tra quelli di aziende pubbliche. Il risultato di una simile idea è quella che mi piace chiamare “società del sopruso”, in cui, se stai appena un gradino sopra uno qualsiasi dei tuoi simili, non solo puoi, ma devi fargli sentire che tu sei più potente di lui. Una simile ideologia ha finito per diffondersi anche al di fuori dell’ambito lavorativo: ed ecco che pure io, che la trovo rivoltante (vieppiù, da quando ne sono vittima), mi sono ritrovato ad utilizzarla per liberarmi di quello che consideravo un seccatore. Ehi, io un lavoro vero ce l’ho, pussa via, straccione!, gli ho praticamente detto. E questo mi fa pensare che la “società del sopruso” abbia successo, perché è “infettiva”: chi ne rimane vittima se ne serve su chi sta sotto di lui, e così via (d’altronde, è proprio dall’Ottocento che la narrativa popolare ci propone il binomio “povero e violento”).

La seconda riflessione riguarda l’argomento cardine di questo articolo: il magic experience design. Io penso che, a causa della mia maleducazione e, poi, del mio senso di colpa, quel ragazzo lì che vendeva i calzini abbia vissuto proprio un’esperienza magica. Quanti rifiuti si prenderà quotidianamente, facendo quel lavoro? Quante parolacce? Quante maledizioni? Quante offese? Quanti “sì-tanto-lo-so-che-lavorate-per-la-camorra” (che è un vero e proprio slogan della “società del sopruso”: si punisce la vittima per il carnefice. Chissà se quelle persone avrebbero il coraggio di dire lo stesso ad un capoclan)? Non lo so. Quante volte sarà capitato che qualcuno sia tornato indietro, per chiedergli scusa e comprargli un paio di calzini? Raramente. Forse mai.

Ora: Mariano più di una volta ha sottolineato che il magic experience design e, più in generale, la magia, dovrebbe servire come “mezzo rivoluzionario”, spezzare i legami dell’esistente ed opporsi allo status quo. Forse sto peccando di nuovo di superbia ma, ecco, in quel parcheggio, l’altra sera, io credo di averlo fatto. Almeno un po’.

(In appendice, vorrei segnalare questo post di qualche giorno fa del mio amico un po’ di mondo. Perché è proprio un bell’esempio di magic experience design!)

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5 thoughts on “Neurosurgery Kid – Episodio 3 – Magic experience design

  1. Alla fine del post sono proprio caduto dalle nuvole… Lo scopo dell’intervento tecnico raccontato nel mio articolo era semplicemente quello puramente egoistico di lavorare in Santa Pace, senza colleghi fra i piedi che fanno domande o si lamentano…
    Imparo invece da te che da tutto ciò sarebbe addirittura nata un’involontaria azione di “magic experience design”…
    Mi hai invogliato a leggere tutti i link… stai a vedere che sono una specie di Mago Oronzo e non me ne sono mai accorto!!!! ;-D

  2. come spesso accade, con le tue riflessioni ne offri a me delle nuove. Ad analizzare quanto dici della società dei soprusi, mi rendo conto che è un istantanea veritiera dell’andamento di gran parte della società (a voler essere generosi e non generalizzare). In compenso posso dirti di aver fatto qualcosa di simile. Il venditore era una venditrice; non era napoletana, era magrebina; vendeva ipotetici libri di favole africane. Mi ha beccata all’ingresso dell’ospedale dove mi ero recata per una scintigrafia, avevo per la testa (lo ammetto egoisticamente) tutto tranne che l’umanità. L’ho scansata con un grugnito, senza neanche dire buongiorno. Mentre ero in attesa nel reparto… mi sono sentita una merda e mi è venuto da piangere. Ho fatto ciò che dovevo, poi prima di andar via sono passata dal bar, preso due cornetti caldi, sono uscita. Lei era lì, mi ha vista e si è allontanata… l’ho rincorsa e chiesto scusa, le ho dato i cornetti e chiesto chi era, me l’ha detto… ho comprato un libro e sperato che i soldi li tenesse lei.

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