Alcuni appunti raccolti in una settimana di silenzio

“Ma sì, in fin dei conti, che mi importa.

Ho vissuto una vita lunga, ricca, non solo nel senso che ho avuto tanti soldi ma anche tante soddisfazioni e riconoscimenti. Sì, d’accordo, adesso devo morire, probabilmente in qualche modo barbaro: mi taglieranno la testa, o mi tortureranno orribilmente, forse staccandomi un pezzo di carne alla volta, lo so come fanno, questi animali… ma in fin dei conti, che mi importa! Forse tra una decina d’anni sarei morto comunque, ormai ho la mia età.

E poi, ne è valsa la pena. È così che fanno gli uomini, no? Schiena dritta davanti a chiunque, anche davanti agli stronzi più stronzi che esistano! Ho sempre riso in faccia a tutti quelli che volevano dirmi quello che dovevo fare e cosa dovevo dire. A trentotto anni, mentre ancora i miei coetanei si arrabattavano in un continuo “Sì, signore!” e “Come dice lei, signore!”, io ero già il capo di me stesso e avevo chi lo diceva a me sissignore! e comediceleisignore! Adesso dovrei avere paura di questi qui, solo perché sono convinti di avere Dio… anzi, no, di avere Allah dalla loro parte? Solo perché la loro cultura… sì, perché è la loro cultura che è così, è inutile che si cerchi di convincermi del contrario, non cambierò idea neanche adesso, in punto di morte… solo perché hanno questa cultura che gli dice che tutti devono essere come loro o devono morire? No, assolutamente no! Mi rifiuto!

E quindi ecco perché, quando quello mi ha puntato il fucile in faccia e mi ha detto di dire che Allah è grande e Maometto è il suo profeta, io gli ho risposto che, col cazzo!, poteva scordarselo, e chi se ne frega! Magari, quelli che verranno dopo di me, e che faranno sparire questa spazzatura umana e cancelleranno la loro razzaccia da questo pianeta, mi chiameranno eroe. Non voglio fare quello superiore, quello che dice che non gliene frega, e quindi, se vogliono farlo, che lo facciano pure: ne sono felice. Sono felice di aver fatto quello che ho fatto, di essere stato eroico. Anche perché, ormai ho sessantasei anni, e davanti a me c’erano o la morte, o una lunga, noiosa vecchiaia…”

“Ma io avevo ancora tanto da vivere, brutto stronzo!”. Lo interruppe, finalmente, il giovane uomo. Il vecchio, stupito, lo guardò. S’era perfino dimenticato del suo compagno, quello che era con lui quando c’era stata l’irruzione, quello che era accanto a lui quando gli avevano puntato il mitra sotto il naso, quello che avevano legato e caricato sul suo stesso camion dopo che lui aveva dimostrato al mondo cosa voleva dire essere un eroe.

Quello che gli uomini incappucciati stavano per uccidere con lui.

 

In questi giorni sono stato in silenzio. L’ultima volta che il terrorismo ha colpito l’Europa ho espresso il mio punto di vista, e ne ho ricavato una (relativa) visibilità. Cosa di cui, in parte, ancora un po’ mi vergogno.

Questa volta, no: ho voluto meditare, prendermi il mio frattempo, mettere in ordine le idee, scegliere di cosa volevo parlare, non gettarmi in mezzo alla selva di però, di eh certo ma, di sì ho capito; volevo tenermi lontano dalle migliaia di anentie ottative che ci sono piovute addosso, non citare i salvinismi che stanno fiorendo in ogni dove, nemmeno per controbattervi, fare quello che consigliava quella frase notevole di Karl Krauss, che mi torna in mente tutte le volte che qualcuno, in nome di Dio o del denaro o della democrazia o di [inserire qui nome astratto], compie una strage ed uccide cinque o cinquanta o cinquecento persone:

chi ha qualcosa da dire, che si faccia avanti e taccia.

E, in tutti questi giorni, ho riflettuto. Ed ho cercato di rispondere ad una domanda che, prepotente, si è affacciata alla mia mente venerdì sera, quando un sms mi ha messo a parte di quello che era accaduto a Parigi: ed adesso, di cos’è che hai paura?

La risposta è contenuta in quella specie di racconto, o di metafora, o di coso che ho scritto in corsivo, un poco più su.

Non mi aspetto che qualcuno (posto che capiate quel che voglio dire: le idee sono ancora ingarbugliate, e non mi spiego bene) sia d’accordo con me: non cercherò di convincerlo. Non ho argomenti per farlo: anche perché, come si sa, le paure sono irrazionali.

D’altronde, il fatto che da una settimana a questa parte il mio articolo che riceva più visite sia questo, e che sabato mattina un anonimo internauta l’abbia raggiunto scrivendo su un motore di ricerca “scusa, Oriana”, dimostra che, forse, ho un qualche motivo, per temere quel che temo.

P.S.: come vaccino contro i tempi che stiamo per vivere, consiglio la lettura di questi articoli, che dimostrano che aveva ragione Pasolini, quando scriveva che l’intellettuale “ristabilisce la logica là dove [o quando] sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

  • mazzetta, “Dopo Parigi, quello che non vogliamo vedere“. Un estratto: “Gli attacchi di Parigi non devono quindi essere considerati particolarmente eccezionali, lo diventano naturalmente perché hanno colpito vicino e hanno colpito persone alle quali ci sentiamo vicine nei costumi e nei sentimenti, nelle quali ci immedesimiamo[…] Tutto questo però non rende i fatti di Parigi davvero straordinari e nemmeno può farli ritenere uno spartiacque tra un prima e un dopo che probabilmente invece si assomiglieranno tantissimo”;
  • iomemestessa, “Ci vuole tanto troppo coraggio“. E confermo: conosco persone migliori di quelle che conosce lei. Conosco lei, ad esempio;
  • DocManhattan, “Parigi“. Se qualcuno mi chiederà mai perché lo seguo, gli linkerò questo articolo.

Consiglio inoltre la lettura di:

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