Neurosurgery Kid – Episodio 5 – Ad alcuni sono dovute le notti

A me, ad esempio, col lavoro che faccio, sono dovute. E farle passare è sempre un problema.

Quando le urgenze arrivano, è un problema perché la notte si riempie di tempi morti. Tra quando un paziente arriva in pronto soccorso raccontando di essere caduto ed aver battuto la testa e quello in cui entra in reparto e va (eventualmente) a finire sotto i ferri, infatti, di tempo ne può passare parecchio. Ed è tempo che si passa per la maggior parte ad aspettare (un esame radiologico, un completamento, che il malato venga sistemato, che arrivi l’anestesista) ed a combattere contro il sonno, che si nasconde mentre sei in attività per tornare ad insidiarti da vicino quando meno te lo aspetti.

Ma arla passare è un problema anche quando la notte è tranquilla. Almeno per me. Sarà perché ne ho fatte poche, forse.

Sono infatti dell’opinione che, se una grana deve cascarmi sulla testa, preferisco che lo faccia mentre ancora non mi sono abbandonato tra le braccia di Morfeo. Ed ecco quindi che, quando sono di turno (capitato raramente, finora), vado a letto piuttosto tardi e mi sveglio piuttosto presto. Un po’ mi aiuta il fatto che, di mio, sono uno che dorme poco; un po’ i consueti mezzi di chi, per lavoro, deve restare sveglio ad aspettare (guardiani del museo, uscieri di notte, guardie giurate e via dicendo). E, più di tutto, i libri.

Proprio durante una guardia notturna tutto sommato tranquilla, ho consumato buona parte di Camici e pigiami di Paolo Cornaglia-Ferraris (un pediatra ed ematologo nato a Cagliari ma genovese d’adozione). Che, nelle prime edizioni del libro, aveva scelto di firmarsi con un nome d’arte, Medicus Medicorum (il medico dei medici). Scelta previdente quanto altre mai.

Alla sua uscita (si parla di anni Novanta) il volume provocò infatti un piccolo terremoto nel mondo della sanità italiana: rompeva un’omertà che pare essere connaturata (e nel libro viene anche spiegato perché) al mondo della medicina italiana, raccontando tutte le storture ed i difetti del nostro sistema sanitario. Difetti e storture che Cornaglia-Ferraris, con coraggio, imputa sì alle famose “mele marce” che vi operano (primari che passano il proprio turno di lavoro a dormire e rispondere al telefono, dirigenti medici che ignorano il proprio reparto e si dedicano unicamente alla propria attività libero-professionale, politici con la laurea in medicina che non saprebbero riconoscere un pene da un piede sinistro…), ma anche alle leggi ed ai regolamenti su cui si fonda: l’autore, di fatti, ha parole di fuoco per la trasformazione delle Unità Sanitarie Locali in Aziende Sanitarie Locali e per il sistema dei DRG, che in pratica “forza” i sanitari a perseguire il guadagno della struttura ospedaliera, e non la guarigione o, almeno, il miglioramento della qualità della vita dei pazienti.

Camici e pigiami è un libro che desideravo leggere da molto tempo. Col senno di poi, posso dire che, forse, sarebbe stato meglio farlo prima. Non fa bene a nessuno degli organi addominali rendersi conto che ben pochi dei problemi contro i quali il dottor Cornaglia – Ferraris (che oggi è uscito dall’ambiente ospedaliero e dirige una ONLUS: si sa, l’insulto è semppre la ricompensa per un lavoro ben fatto) puntava il dito siano stati risolti negli ultimi quindici anni: semmai, si è cercato di fare a pezzi quanto anche l’integerrimo Medicus Medicorum riconosce di buono all’SSN (cioè, la qualità piuttosto alta delle cure ed il fatto che vengano praticate a tutti). D’altronde, un momento più perfetto di questo non avrei potuto sceglierlo.

Infatti, fino a quattro mesi fa, avrei letto Camici e pigiami con gli occhi di un esterno: un esterno che si affacciava al mondo della medicina “vera”, sì, ma pur sempre un esterno. Un esterno che, al più, si sarebbe scandalizzato delle corruzioni e dei compromessi quotidiani che avvengono tra le mura degli ospedali con la stessa pigra furia con cui si scandalizza per quelli che avvengono tra quelle del parlamento.

Ora, invece, questo libro ho avuto il privilegio di leggerlo con gli occhi dell’esploratore appena giunto in (quella che credeva) terra vergine. Avere una guida dei pericoli di questi luoghi sconosciuti, dei suoi tranelli, delle trappole che attendono dietro ogni porta con su scritto “Medico”, è qualcosa per cui provare gratitudine. Ancora di più, se tale guida è in sintonia con le frustrazioni, gli scazzi, le arrabbiature, gli errori di cui, a cadenza giornaliera, un Neurosurgery Kid (ma si potrebbe anche dire un Physician Kid) come me cade con frequenza quotidiana.

Detto tutto ciò, bisogna pur dire che Camici e pigiami non è perfetto, ed è per questo che ne sto parlando oggi e non ne I venerdì del libro. Cornaglia – Ferraris, infatti, ha un difetto non da poco: scrive male.

O, per meglio dire: quando illustra i fatti, con linguaggio piano e tagliente, le pagine scorrono meravigliosamente e senza intoppi. Fatti, aneddoti, statistiche si susseguono gli uni agli altri, e si ha l’impressione di star leggendo uno studio scientifico su qualcosa che potrebbe essere meraviglioso ed invece non lo è, per l’avidità e la stupidità di chi lo popola. I guai iniziano quando Conaglia – Ferraris cerca di condire la sua scrittura (che sarebbe perfetta così) con l’ironia, che non è il suo registro stilistico. E tutti sappiamo che non c’è cosa peggiore di chi vorrebbe risultare simpatico e, invece, finisce per non far ridere.

Eppure, anche questo difetto porta a qualcosa di buono.

Perché, cazzo, mi dico, mentre scrivo quella frase. Non è che anch’io soffro dello stesso difetto? Non è che anch’io, scrivendo Neurosurgery Kid (e parlando coi miei amici), parto con l’intenzione di dare uno sguardo obliquo sul mondo, per molti versi paradossale, in cui sto vivendo, e finisco per sembrare solo un ragazzino lamentoso che non sa stare al mondo e lavorare standosene zitto, come tutti quelli che sono venuti prima di lui?

Grazie, dottor Conaglia – Ferraris.

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6 thoughts on “Neurosurgery Kid – Episodio 5 – Ad alcuni sono dovute le notti

  1. Grazie della recensione ma temo che non leggerò il libro… non ho voglia di farmi il sangue amaro. Giusto ieri ho accompagnato una mia parente in ospedale per una visita per mettersi in lista e togliere una banale ciste. Il medico ci ha detto: – Qui tagliano tutti i servizi facciamo solo le urgenze e l’oncologia: non sappiamo quando le toglieremo la ciste… forse tra sei mesi forse tra un anno, anche se l’intervento durerebbe solo 15 minuti. –
    Un consiglio: se dopo averlo letto, non lo vuoi conservare… abbandona il libro in reparto… fai una sorta di “bookcrossing medico”… magari lo legge anche qualche tuo collega più anziano…

  2. Non so se possa farti piacere, ma – personalmente – trovo interessante e curioso il tuo sguardo di taglio sul mondo e ti dirò che una delle cose che apprezzo di più è proprio la tua verve (un po’ Luttazzi-style). In verità, talvolta ti leggo e sorrido… poi, però, mi fermo e mi chiedo se invece non stessi parlando seriamente…e allora penso che forse ti incazzeresti vedendo che rido. Infine, dico che non me ne frega niente… e rido. 😛

    • Quello che dici mi consola, per parecchi ordini di motivi. Uno: Luttazzi è stato un mio grande riferimento, ed in parte lo è ancora (schivo ogni possibile considerazione sul fatto che copi. Ne ho parlato altrove). Due: perché mi piace che emerga, anche ora che non lo cito più “intenzionalmente”. Tre: perché “chi si porta addosso una generosa esca per le risate è un uomo molto, molto migliore di quanto non creda” ;-).

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