Neurosurgery Kid – Episodio 6 – Il languore del circo

Sono un piccolo papero, lo sapete. O uno hobbit, che è più o meno la stessa cosa.

Ed infatti, lo vedete, non ho scelto di chiamarmi Neurosurgery Man e, men che mai, SuperNeuroSurgeon. C’è un motivo, ed ha a che fare più con l’autoanalisi che con l’umiltà. Voglio dire, quando avrò ottant’anni (se mai li avrò) e sarò un neurochirurgo ormai nonno e forse bisnonno, pensionato o prossimo alla pensione (sai mai, con queste riforme delle pensioni)… quando sarò tutte queste cose (se mai le sarò), sarò comunque Neurosurgery Kid. E no, non perché “c’è sempre qualcosa da imparare” o perché “tutti rimaniamo un po’ bambini” (che poi non è vero, conosco persone che sono nate in tutto e per tutto vecchie, nel senso più deteriore che si possa dare alla parola).

No, sarò ancora Neurosurgery Kid perché sarò comunque un povero, piccolo papero. O uno hobbit, che è più o meno la stessa cosa.

Pensateci: le due categorie hanno molto in comune. Ad esempio: né un piccolo papero, né uno hobbit sanno nuotare (e non mi dite che i paperi nuotano. I paperi galleggiano, che è diverso). Ancora di meno, sanno nuotare in un mare di merda. Che ha tutta una serie di caratteristiche organolettiche e densitometriche che è un casino, poi, sfruttare come si deve la spinta di Archimede. Credo che a questo sostanziale fallimento della fisica applicata vadano ascritte molte delle mie ambasce attuali.

Ve lo dico: la colpa è di Roma (tanto sono vent’anni che è sempre colpa di Roma, una volta in più, una di meno). L’ho già detto, che non mi piace parlare del mio personale (anche se, leggevo da qualche parte alla Feltrinelli di Torre Argentina, “parlare del personale è raccontare l’universale”). Ma la capitale di questo stato mi mette sempre addosso quel languore del circo prima o dopo lo spettacolo. Quello che fa confessare alla trapezzista di essersi innamorata del clown.

Qui c’è una fontana, lo so, me lo ricordo. E le mie capacità mnesiche sono tra le poche cose di cui mi vanto. Infatti, non mi sbaglio.

La fontana sta lì, nel piazzale del Verano, poco più avanti dell’Istituto di Medicina Legale e delle Assicurazioni. Non dispensa l’acqua del Lete, tuttavia. Ed è un peccato.

L’ultima volta che sono passato di fronte a quella fontana era il 2010. Era estate. Ero con Flavia.

Anche questo l’ho già detto, ma è meglio ripeterlo: non rimpiango Flavia. La ripenso con affetto, non troppo spesso (due volte l’anno, non di più). Rimpiango, semmai, quello che ero io quando stavo con lei. Più piccolo. Più spaccone. Più incantato. Più ingenuo. Rimpiango (pensate) quel ragazzino che andava sempre in giro con un taccuino in tasca, nel caso lo cogliesse d’improvviso la folgorante idea per il Romanzo Americano del XXI Secolo o (più probabile) uno di quegli aborti di poesia di cui riempivo quegli innocenti cadaveri d’alberi.

Che poi, sempre parlando della Feltrinelli di Torre Argentina: hanno tutto uno scaffale dedicato ad Aristotele, forse anche perché dell’epoca in cui visse e filosofò e scrisse Aristotele è rimasto poco d’altro, che era tutto un distruggere da parte di Alessandro Magno ed un proliferare di pensatori che passavano molto tempo a prendere il sole e niente a lasciare tracce della loro filosofia. Certe volte mi fermo inquieto a cucinare un incubo fantascientifico (che poi Roma, col suo essere Eterna, questi incubi li incoraggia), in cui ogni traccia della nostra civiltà è stata distrutta tranne, per una qualche congiunzione astrale, i miei taccuini. Provo insieme pietà per e vergogna di fronte ai poveri posteri che vivranno questo futuro per fortuna quanto mai ipotetico.

Questa paura, ritengo, dovrebbe farmi smettere di comprare taccuini, che invece è stata la prima cosa che ho fatto appena arrivato a Roma, in una cartoleria venuta direttamente dagli anni Ottanta, proprio di fronte alla chiesa di Santa Susanna. Se volete saperlo, anzi, è stato su quel taccuino che ho preso i primi appunti per questa cosa che state leggendo. Il che mi deve far sembrare uno di quei cinquantenni che decidono di iscriversi su Facebook.

Non avrei comprato un taccuino in nessun altro posto sulla faccia della Terra, se proprio insistete per saperlo. Il fatto è che solo in quella città un taccuino non è solo un taccuino, ed una fontana non è solo un mezzo per abbeverare gli assetati. Queste cose, e molte altre che ieri ho visto e che è stato come rivedere anche se era la prima volta che le vedevo, in quella città, per me, sono madeleine di proustiana memoria.

La prima volta che sono stato a Roma avevo meno di cinque anni (mio fratello non era ancora nato). Era il quindici di agosto, di quei tempi in cui ancora andare il quindici di agosto a Roma significava riuscire a parcheggiare a Via Nazionale. L’unico ristorante aperto, in tutta l’Urbe, stava a via Veneto. Mio padre (ed il suo portafogli anche) ancora se ne ricordano.

Ieri a via Veneto io ci sono ripassato (volevo andare a vedere la Cripta dei Cappuccini, ma otto euro e cinquanta per vedere crani come posso vederne ogni giorno anche in sala operatoria anche no, grazie). Quel ristorante sta ancora lì, ed io me ne ricordo.

Poi tra me e la Città Eterna c’è stato un lungo periodo di allontanamento. Di tanto in tanto, quando ero piccolo, andavamo a trovare una cugina di mia madre che abita a piazza Bologna, ma poco di più. Arrivavamo, salivamo sulla sua bellissima veranda, lei mi regalava una qualche videocassetta (conservo ancora un Basil l’Investigatopo), e poi ce ne andavamo. Ci sono tornato di nuovo che avevo diciotto anni, in gita scolastica. La prima volta che ricordi di aver visto la Cappella Sistina (aveva ragione Goethe: chi non l’ha mai vista, non ha idea di cosa può fare l’ingegno umano). Ero con degli amici che, di simili, non ne avrò mai più.

Poi, a Roma, ci sono stato quella volta che dicevamo, con Flavia. Quando ancora credevo di poter essere felice con lei. Poi, alcuni anni dopo, alla mia prima fiera del fumetto, con mio fratello. E poi di nuovo, l’anno dopo, da soli io e lui. Avevo un mal di denti di quelli che minacciano di aprirti la faccia in due. Ma io ero vestito da doktor Frankenstein (pron.: Frankenstìn) e lui da Igor (pron.: Aigor). Il disegno, fatto da lui, che immortalava l’evento, è stato per lungo tempo la mia immagine di profilo Whatsapp.

L’anno dopo, insieme con noi è venuta anche Anita che, come ricorderete, mi ha poi accompagnato a farmi una colossale incazzatura in un’università privata a due passi da San Pietro. Era stata sempre lei, a venire con me a vedere quella bellissima mostra di Escher di cui ho parlato qui. Il mio regalo per la sua laurea e, forse, anche un po’ per la mia.

A Roma ci ero ovviamente tornato quest’estate, per il test d’ingresso alle scuole di specializzazione che mi ha messo nella condizione in cui sono adesso. Che mi ha fatto cioè sentire, ancora una volta, come tutte le altre che ero stato a Roma, un vincente. Che poi a me non è mai fregato un cazzo di essere un hipster con tremila al mese e l’ammirazione e l’invidia di tutti, però insomma, spero che ci siamo capiti. Ma io credo (e forse pure voi sarete d’accordo) che un vincente saprebbe come nuotare (o almeno galleggiare, che è cosa ben diversa, e ok, ma già andrebbe bene) in un mare di merda. O no?

E quindi in definitiva, questo articolo che cosa vuole dire? Ah, non lo so. Io volevo solo dirvi che ieri sono andato a Roma a vedere Wu Ming 1 che presentava L’invisibile ovunque al Nuovo Cinema Palazzo. Ma forse è meglio che per quello scriva un altro post.

P.S.: ogni volta che mi lascio dietro la stazione Tiburtina, e vedo realizzato un altro pezzettino della gloriosa idea di arte di un famoso archistar, penso sempre che è a quello che ci si dovrebbe riferire, quando si parla di degrado di Roma.

7 thoughts on “Neurosurgery Kid – Episodio 6 – Il languore del circo

  1. Io a Roma c’ero stato da bambino tante volte nelle consuete gite parrocchiali: udienza del Papa, pranzo a sacco ai Fori Imperiali, visita al Colosseo e poi tutti sul pullman per tornare a casa!
    Nel 2014 ci siamo stati una settimana intera in ferie e ce la siamo goduta tutta

      • Infatti! In una settimana abbiamo visitato il TANTO altro… compresa Cappella Sistina. I cappuccini no, perchè siamo una famigliola facilmente impressionabile!
        I taccuini li uso anch’io! Tempo fa vinsi ad un concorso una moleskine che da allora porto sempre con me… sono diventato moleskine-dipendente!

        P.S. come vedi sono lento ma alla fine arrivo anch’io… Avrei voluto avvisarti prima ma poi mi è venuto in mente che ti piacciono le sorprese (anche se non è stato un vero magic experience design)

      • E anche perché otto euro moltiplicato per numero membri della famiglia per vedere dei teschi, insomma:-).

        P.S.: be’, se fossi riuscito a rintracciare il mio indirizzo senza chiedere saresti stato davvero un mago:-).

  2. Pingback: La chiamata dei tre [per Ferragosto (o fose ormai sarebbe meglio dire per San Rocco)] | Suprasaturalanx

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