Neurosurgery Kid – Filler – Di nuovo Magic Experience Design

(Dice Wikipedia: “Filler: puntata di una serie televisiva, albo di un fumetto o brano musicale incoerente rispetto al resto dell’opera, creata come semplice riempitivo”)

Tutte le cose finiscono; le cose belle, più in fretta di quelle cattive. Molto più in fretta.

Questo weekend sono stato ospite di una persona a cui voglio molto bene, e che è già stata ospite delle pagine di questo blog. Non credo esista un modo più efficiente per far sì che due giorni trascorrano più in fretta di due ore (alla persona che è stata mia compagna in questi due giorni, mentre stavo tornando, ho scritto: “Diceva Albert Einstein: il tempo non è che un’illusione. Ma è un’illusione molto tenace”).

Sia all’andata che al ritorno, ho scelto Italo. Non avevo ancora sentito dell’incresciosa questione degli sconti per il Family Day (su cui non ho ancora una posizione precisa), ma mi sono comunque fatto un sacco di scrupoli di coscienza, riguardo questa decisione. D’altronde, se volevo fare davvero questo viaggio (e sì, lo volevo) le alternative erano pochine.

Come credo abbia ormai intuito chiunque abbia un po’ seguito Neurosurgery Kid, ho scelto un lavoro che, mi sto rendendo conto, non mi piace, e che non è un lavoro che si possa affrontare col solo fine di portare a casa lo stipendio (cosa che, per altro, non farei mai per principio); sempre più, quindi, si sta affacciando alla mia mente l’idea di dare le dimissioni, e provare con qualcos’altro (probabilità di ripetere lo stesso errore fatto sei mesi fa: altissime). Tra l’altro, ultimamente, ho anche cominciato a confessarlo pubblicamente (ed infatti, questa è la prima volta che lo dico così apertamente anche a voi) e, come ho raccontato qui, parlare di me è una cosa che non contribuisce mai al mio buonumore. Fate la somma di tutte queste cose, e capirete perché non penso di dover sottolineare quanto il viaggio di andata sia stato immensamente più piacevole del viaggio di ritorno.

Il viaggio di andata, tra l’altro, l’ho affrontato dopo una nottata che definire avventurosa è un eufemismo, e quindi per buona parte l’ho trascorso passando da un colpo di sonno all’altro.

Del viaggio di ritorno, invece, ho qualche ricordo in più; in particolare, di una signora, che chiamerò Antonia senza sapere neanche bene il perché. Antonia stava seduta proprio vicino a me, e doveva raggiungere la mia stessa destinazione, e mi ha chiesto di aiutarla a tirare la valigia sulla cappelliera. Cosa che ho fatto volentieri, figurarsi se mi dispiace.

Tra me ed Antonia non c’è stato molto scambio di convenevoli, perché, poco dopo quel “Scusi, giovanotto, mi aiuta a mettere questa su?” ed il “Dove scende? Ah, bene, anch’io, così mi aiuta a tirarla giù!”, lei si è addormentata. Ed allora, io ho pensato che quello era il momento giusto per tirare fuori le carte che avevo messo in borsa nel caso si presentasse un’occasione simile e mettermi a fare qualche gioco di prestigio. Che io sono solo un apprendista stregone, manco in grado di far muovere le scope da sole, figurarsi se mi metto a fare dei giochi di prestigio davanti a gente cui potrebbe venire perfino in mente di osservarmi con attenzione e che, nel caso, scoprirebbe i miei (sciocchi) trucchi in tempo zero. Ed infatti, appena mi sono accorto che Antonia aveva aperto gli occhi e che (orrore!) mi stava proprio guardando le mani, ho messo via carte, monete, corde ed anelli (non è vero, non ho corde ed anelli), ed ho ripiegato su un più usuale fumetto (“Rim City” di Alessandro Apreda e Daniele Orlandini. Gran bel lavoro, per altro: non che dal dottor Manhattan ci si potesse aspettare qualcosa di brutto).

Arriviamo a destinazione. Scendo ed intravedo Antonia che saluta suo marito, con un trasporto inusuale, per persone della loro età. In altri momenti, la cosa mi avrebbe spinto ad un sorriso.

Vado al bar e prendo un caffè. Mentre me lo bevo, sento una voce che dice: “Ma che poi, sul treno, vicino a me, c’era questo ragazzo che faceva giochi di prestigio”. Pausa. “Era bravissimo”. Antonia che parlava di me col marito.

Ho già scritto qui che cosa significa magic experience design: quella particolare branca dell’arte illusionistica, creata da Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema, che fa irrompere meraviglia e magia nella vita delle persone. Ecco, io penso che quella signora, che lodava le mie doti, ne abbia di molto superiori. Perché, nascosto dalla tazzina del caffè, io, in quel momento, ho sorriso.

E subito dopo, ho pensato a quella frase a cui ogni apprendista stregone dovrebbe aggrapparsi, ogniqualvolta dubita che avrà mai “mani lunghe abbastanza“:

un aiuto verrà sempre dato a chi lo chiede, ad Hogwarts

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