6000 (ovvero, 300 per 20)

Marciamo.

Da quando siamo entrati nell’Accademia di Medicina Militare, non facciamo altro che questo. Zaino in spalla, e marciamo, tutti e seimila. Un passo dopo l’altro: tum, tùm, tum, tùm, tum, tùm, passo!, e tutti battiamo il piede sinistro a terra. Alla mia sciatalgia non fa bene, e neanche lo zaino, se è per questo. Ma sono fortunato, mi dicono, che trent’anni fa mica ti pagavano, per fare l’Accademia di Medicina Militare; e poi si stava pure quarant’otto ore in sala operatoria, senza mangiare, senza dormire e senza andare al bagno. Una volta la selezione si faceva così, chi resisteva all’insufficienza renale acuta, o riusciva a fregarsene della vergogna di farsela addosso (la cosa probabilmente avrebbe gravemente compromesso la sterilità della sala, ma pazienza), un giorno sarebbe diventato primario; tutti gli altri, medici di famiglia o dentisti. Mica coi concorsi da mollaccioni di adesso, pare.

Sì, d’accordo, cent’anni fa chi aveva questo zaino sulle spalle e marciava poi andava a finire davanti alle mitragliatrici sull’Altopiano di Asiago, e lì ci crepava, o ucciso dalle mitragliatrici tedesche o dal fuoco amico di un plotone d’esecuzione, che ad Asiago e sul Carso mancavano il cibo e le scarpe e le sigarette e le misure igieniche più elementari, ma non i comandanti coglioni. Quelli non mancano… vabbè, meglio che mi stia zitto.

E quindi marciamo. Almeno, al contrario dei nostri bisnonni, sappiamo benissimo dove stiamo andando: dieci chilometri zaino in spalla a passo sostenuto, per tornare esattamente al punto di partenza. Che le marce funzionano così, fatica e sudore e sacrificio per averne in cambio una pervasiva sensazione di inutilità, nonché di presa per il culo di dimensioni epocali. Sospetto che neppure Zenone di Elea, che pure andava famoso per il sadismo che riversava sui propri simili (nonché sulle tartarughe), avrebbe saputo escogitare un supplizio simile.

Dicono che tutto ciò ci servirà. Che quando scoppierà di nuovo la Grande Guerra (che, come noi, anche la storia finisce sempre per tornare al punto di partenza), saremo più forti, più energici, più preparati. Io credo che la Guerra non scoppierà, o insomma me lo auguro, ma se poi verrà davvero, secondo me ci troverà tutti così spompati che il nemico, che probabilmente fa le marce di dieci chilometri zaino in spalla come noi, non dovrà neppure spararci, per farci cascare giù morti. Gli basterà soffiarci, come alle figurine di carta che i bambini ritagliano dai libri.

Vabbè, ma tutto questo fa bene al carattere. E se pure non andrete in Guerra, ed il grasso Occidente continuerà a nutrirvi con quella cosa da froci che è il welfare state, comunque questo vi farà bene. Dovete diventare medici, e questo significa innanzitutto avere a che fare con dei figli di puttana. No, non gli Enterococchi, non le cellule con il KRAS mutato, e nemmeno il virus dell’immunodeficienza umana: intendo i vostri colleghi. Quelli che vi stanno camminando al fianco portando il vostro stesso zaino e che un domani ordineranno ad una banda di seimila iscritti all’Accademia di Medicina Militare di arrampicarsi su per i monti, che verrà la Guerra presto e seppure non verrà queste cose fanno tanto bene al carattere.

Perché è sempre andata così, e quindi è pure giusto che continui ad andare così. Le cose non cambiano, rassegnatevi; o meglio le cose cambiano, ma non tutte. Una volta, forse, qualcuno lo avrebbe pure considerato, come dire, sgradevole, farsi dare settecentomila lire per farsi dire che si ha una malattia incurabile. Oggi invece no. Ma questo fatto che dobbiamo tutti allenarci ad essere stronzi (cioè, a migliorare il carattere), perché tra vent’anni dovremo dire a gente che ancora non è nata che le cose sono sempre andate così ed ora fuori dai coglioni che abbiamo dei poveri malati a cui togliere ogni possibilità (se non altro economica), no, quella no.

E quindi marciamo, tutti e seimila. Ma guardandoci un po’ in cagnesco. Che, nell’Accademia di Medicina Militare, la camerata va bene, il camerata, uh, non vi dico, ma il cameratismo, ecco, quello no. A meno che non sia con gli ufficiali. Ma quello non si chiama cameratismo, si chiama voglia di lavorare anche quando significa non farsi dieci chilometri su per le montagne zaino in spalla. E ringraziare, pure!

Ce ne fosse uno di noi che sappia dirmi verso cosa marciamo; e no, non parlo della marcia di oggi: lo so che oggi abbiamo marciato per tornare al punto di partenza e che domani lo faremo di nuovo e così via, fino a quando non ci diranno che siamo tutti dei bravi Medici Soldati ed adesso possiamo andare a far valere il nostro titolo in giro per il mondo. In Guerra, o in ospedale, tanto è lo stesso.

Parlo di dove ci porteranno tutte queste marce. Alla gloria? Alla scienza? Al futuro?

Da quando sono entrato all’Accademia di Medicina Militare sento tanti dire che non devo pensare di essere entrato in un’accademia, anche se il nome lo fa pensare. No, devo pensare di essere entrato in una caserma. Ed in effetti, della caserma, l’Accademia di Medicina Militare qualcosa ce l’ha, ed è proprio questa: che le cose non hanno uno scopo. Marciamo. Ma perché? Perché così ci è stato ordinato. Sì, ma perché ci è stato ordinato? Perché migliora il carattere, perché la Guerra, perché… no, così ci è stato ordinato perché così ci è stato ordinato, se capite cosa voglio dire. Marciamo perché dobbiamo imparare che se ci dicono di marciare dobbiamo marciare. Se ci dicono di ricoverare dobbiamo ricovererare. Se ci dicono di morire dobbiamo morire.

Che grande spreco di potere gerarchico: incuterci il timore, trasformare la nostra scuola in una caserma, quando basterebbe ogni tanto agitarci sotto il naso che hanno il nostro futuro in mano.

E quindi marciamo. Verso il nulla, marciamo.

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