Neurosurgery Kid – Finale di partita – Due stagioni all’inferno

Confesso: mi è sempre piaciuto quell’aforisma di Schopenauer che dice “il destino mischia le carte, e gli uomini giocano”.

Ma c’è di peggio, del fatto che mi sia piaciuta una frase tanto cerchiobottista, paracula e per di più venuta fuori dalla penna di Schopenauer (Schopenauer. Rendiamoci conto): che io ci abbia sempre creduto.

Eppure, sono un apprendista stregone, e dovrei saperlo, che ne esistono milioni, di modi per mescolare le carte in modo truffaldino. Per fare in modo che ai polli seduti attorno al tavolo vadano le mani che vuole il mazziere.

Stamattina camminavo in discesa lungo via XX Settembre. E pensavo che, come ebbero a dire gli Articolo 31 qualche anno fa, la vita non è un film. Perché, nella vita, le cose non vanno sempre come dicono Richard Donner e John G. Avildsen: e così, qualche volta, il torneo lo vince per davvero quello figo, ricco e disonesto (che, sicuro, poi si ciuppa pure la strafiga), e non Daniel Lorusso, e qualcuno dei Goonie, alla fine, non la trova, la nave di Willie l’Orbo. Forse perché la nave non esiste, è solo la folle creazione di un ragazzino che non vuole lasciare i suoi amici, che non vuole abbandonare il suo mondo di fantasia, che non vuole capire che, qualche volta, spesso, quasi sempre, a vincere sono quelli fighi, ricchi e disonesti. Loro si prendono le coppe, si prendono le strafighe, si prendono la gloria.

Camminavo in discesa per via XX Settembre, e pensavo che oggi pomeriggio avrei presentato le mie dimissioni, avrei rinunciato alla scuola di specializzazione in neurochirurgia. Non mi chiedevo perché avevo preso questa risoluzione: erano stati sei mesi, due stagioni (ho cominciato che era ancora estate, ed ora non è ancora primavera) di inferno, di inferno vero, di quello di cui il figlio dell’uomo venne ad aprire le porte, che mi avevano convinto a prenderla. Avevo fatto sedere la neurochirurgia sulle mie gambe, e l’avevo trovata amara, e l’avevo insultata.

Questo lavoro non fa per me, mi sono detto dai primi giorni che ho camminato dentro quel reparto: non fa per me perché il mio carattere e questo ambiente non sono compatibili (e la colpa è sicuramente del mio carattere), non fa per me perché tra qualche anno non è questo che voglio fare, non fa per me perché mi sono stancato di studiare e voglio iniziare a lavorare, ed invece qui bisogna ricominciare a studiare tutto da capo, non fa per me perché se penso a questo posto come alla casa di un Dissennatore vorrà pur dire qualcosa, e che cazzo.

E non dovrei neppure scriverlo qui, che tra stamattina ed oggi pomeriggio non ho avuto ripensamenti né conversioni. Harvey Cushing non mi è apparso sulla strada di Damasco, convincendomi a tornare sulle mie decisioni; Walter Dandy non è venuto a preconizzarmi che sarei divenuto il suo erede. No, scrivo questo post, che è la degna conclusione di questa storia di merda, per annunciarvi che sì, né io né voi saremo più seccati da quella petulante, supponente figura che era Neurosurgery Kid. Da oggi, Neurosurgery Kid non esiste più.

Ma camminavo in discesa per via XX Settembre, dicevo. E, come ogni volta, avevo dimenticato che lei era lì ad aspettarmi; avevo dimenticato che proprio lì, giusto di fronte all’incrocio che, finché il viadotto ancora si poteva percorrere, collegava via Giovanni XXIII a via XX Settembre; proprio lì, dove fino al 6 aprile del 2009 c’era la Casa dello Studente; proprio lì, dove brandelli del suo corpo si erano mischiati al cemento fatto di cristallo con cui quella trappola mortale era stata impastata, L. mi stava aspettando.

Ho già parlato di L., quella mia compagna di corso che morì durante quella tragica notte; quel che non ho mai detto è che le prime parole della mia tesi parlano di lei. La dedica era “A L. ed ad A.”.

Come ogni volta, l’ho guardata, e lei ha guardato me, e mi ha sorriso (“voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi”). Non mi ha rimproverato, non mi ha accusato di ingratitudine come avevo pensato che facesse; in un certo modo, anzi, vederla mi ha fatto bene. Ma questo non può impedirmi di capire che non è stato un caso. Da stamattina so che l’Erdnase l’ha scritto il maledetto destino. O, forse, è stato il mio inconscio.

Non me l’hai detto, L., ma seppure l’avessi fatto, avresti fatto bene: sono un ingrato. E pure un incoerente, a parlare con i morti proprio io che alla vita dopo la morte non ci credo, solo per tirarmi un po’ su dopo questa giornata che, comunque, è stata dura e triste.

Ma non è finita qui, credimi. Sì, qualche volta  la vita non è un film. Questo torneo io non l’ho vinto (anzi, mi sono ritirato); non c’era nessuna nave di Willie l’Orbo, alla fine del percorso, ad attendermi. Sono stato sconfitto. Sono un perdente.

Ma, be’, qualche volta la vita è un film. E Neville Paciock avrà perso la sua Ricordella, avrà ricevuto una Strillettera, avrà avuto paura del professor Piton, sarà stato insultato, sgambettato, smutandato, ficcato con la testa nei cessi di Hogwarts pure da Gazza il custode ma, alla fine, la spada di Grifondoro l’ha tirata fuori dal Cappello Parlante. Attraverso la tempesta, raggiungeremo la costa.

Neurosurgery Kid è morto. Lunga vita a Neville Paciock!

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