Mi dispiace

Mi ha fatto molto piacere leggere quello che stamattina scriveva sul suo blog Paolo Zardi. Come Enzo Biagi, infatti, non sono capace di non provare una certa contentezza, quando qualcuno scrive quello che vorrei scrivere io (o, come in questo caso, che ho già scritto), ma lo scrive meglio.

Paolo, infatti (spero non se ne avrà, se lo chiamo per nome), solleva un argomento di discussione che io avevo solo sfiorato: e cioè, che spesso noi finiamo per chiamare “naturale” ciò che, invece, è solo “normale”. Attenzione, i due termini non sono sinonimi: naturale indica qualcosa che avviene, appunto, allo stato di natura (l’uccisione dei cuccioli più deboli, almeno in certe specie animali, è naturale); normale, invece, è ciò che rappresenta la norma, ossia qualcosa che la maggioranza degli individui accetta (e che, pertanto, può anche trasformarsi in legge).

Paolo, quindi, cita alcuni esempi letterari che descrivono bene, ciò che in altri tempi era considerato normale: Q dei Wu Ming, Radici di Alex Haley, l’orrido Cuore di Edmondo De Amicis.

Ecco, fermiamoci all’epoca descritta da quest’ultimo (pur nella sua pochezza narrativa, infatti, non si può negare che l’opera di De Amicis sia, forse suo malgrado, un buon documento storico). Fino almeno a metà dell’Ottocento era considerato perfettamente normale (e molti membri dell’alta società non avrebbero avuto problemi a definirlo, con lo stesso equivoco di cui parlavamo su, naturale) fare figli con una donna, dar loro il proprio cognome e crescerli con affetto, mentre si faceva sesso con altre tre o quattro, e magari ci scappava comunque qualche figlio, che però l’onorevole cognome del padre non se lo meritava, e quindi doveva crescere non solo (nella maggioranza dei casi) povero e con l’infamante etichetta di bastardo, ma addirittura privo di una delle due figure genitoriali. Questa era la famiglia antica, e, il dizionario ce lo conferma, ciò che è antico si può definire pure tradizionale. Chissà cosa ne pensano gli odierni teorici (e pragmatici) della famiglia tradizionale, di questo.

Oggi, fortunatamente, non è più così: e, come me in quel post che avevo citato su, anche Paolo conclude il suo bel post esprimendo la speranza che anche l’attuale, dilagante omofobia, finirà prima o poi per diventare un ricordo (infamante, certo, ma pur sempre un ricordo) di ciò che era considerato normale (e quindi, per alcuni, naturale) in questi tempi che per noi rappresentano il presente. Sapete cosa c’è di divertente, in tutto ciò? Che, quando la maggioranza delle persone inizierà a pensare che ciò che ritengono i Salvini ed i Giovanardi sia abominevole, non ci sarà bisogno di un’espulsione “violenta” di queste idee dal novero delle idee condivise: no, quelle idee, semplicemente, non saranno più considerate adatte al corpo sociale e, come in una versione “psicologica” di evoluzione, finiranno per estinguersi. Insomma, ci sarà una selezione naturale delle idee. E questo si chiama karma, stronzi, direbbe Yotobi.

Ad ogni modo, devo dire che ho trovato incredibilmente sorprendente scoprire quanto un tale equivoco sia diffuso a livello medico; e quanti medici, anzi, fanno il passo successivo, arrivando a considerare gli omosessuali brutti, laidi, schifosi in quanto innaturali.

Certo, devo dire che i dati che mi consentono di trarre questa conclusione potrebbero essere inficiati da un bias di selezione: come Neurosurgery Kid, infatti, ho lavorato gli scorsi sei mesi in un reparto chirurgico, e la chirurgia è ancora un mondo prettamente maschile. E si sa che quando molti uomini stanno insieme per molte ore è un attimo a passare da maschi a maschilisti, e da maschilisti a celoduristi. Soprattutto quando si comincia ad aver paura che il proprio durismo sia uno sfocato ricordo del passato.

L’ho trovato sorprendente innanzitutto perché (rimando all’articolo citato su) quello di medico (ed ancora più di chirurgo) è la professione più innaturale che esista (hai un’appendicite? Muori. STACCE ©), ma perché sospettavo (rimasugli di un passato da positivista, forse) che la luce della Ragione e della Scienza potesse spazzar via le tenebre dell’ignoranza e della superstizione. Sappiate che non è così. Esistono medici (forse la maggioranza) che, dopo avervi praticato una tiroidectomia con tutti i crismi, sarebbero pronti a giurarvi che la dieta priva di glutine fa bene pure a chi non è celiaco, ed altri che, verificato che avete un’ulcera intrattabile, vi consiglierebbero di andare dal pranoterapeuta. Allo stesso modo, ne esistono altrettanti che salvano annualmente centinaia di persone praticando degli interventi di colectomia radicale che farebbero impallidire gli americani (storicamente, ritenuti i migliori chirurghi al mondo), e che pure sarebbero pronti a giurarvi che loro lo sanno che l’omosessualità è una malattia; che lo sanno che è meglio far marcire un bambino in un orfanotrofio, che affidarlo a due genitori omosessuali, che poi sicuro che quello viene su depresso, o maniaco, o spostato quanto i genitori o, Dio non voglia, perfino violento ed omicida (Elizabeth Bathory, una delle peggiori serial killer della storia, era nata in una famiglia così tradizionale, ma così tradizionale, che per andare sul sicuro ci si sposava tra cugini).

Il brutto della nostra professione è che simili idee hanno riflessi anche sul nostro agire come medici. Pensate all’aborto.

Intendiamoci: io considero la legge 194 un pilastro del nostro ordinamento giuridico; ciò che non mi sta bene è che essa consente ad un ginecologo di non praticare un atto che farebbe parte della sua professione. Dice: eh, vabbè, ma per qualcuno potrebbe significare uccidere una persona. E l’espianto di organi da cadavere a cuore battente, allora? Voi come lo giudichereste, un trapiantologo che acconsentisse solo a prendere un rene (che qualcun altro si è preso la responsabilità di tirar fuori da uno che, se ce le ha un embrione, poteva avere tutti i crismi per essere considerato ancora vivo) ed a ficcarlo nel corpo di un paziente, ma non viceversa? Non ti sta bene l’aborto? Ne hai il diritto. Ma, allora, non fare il ginecologo.

Adesso, prevedo grandi polemiche quando si inizierà a parlare sul serio di maternità surrogata (che è questo il nome corretto, e non utero in affitto). Fidatevi: nei reparti di ginecologia, si sentirà di peggio, di quello che si è sentito in parlamento ultimamente (per informazioni, vedere qui). E sisentiranno molti, molti ginecologi, dire ad una coppia (magari eterosessuale, eh!), che vuole ricorrere a questa possibilità: “mi dispiace, ma io non condivido questa cosa”.

La sapete una cosa? A questo punto, pretendo che venga il giorno in cui si potrà dire ad un paziente col Parkinson: “Mi dispiace, ma io non condivido che lei prenda la levodopa”.

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13 thoughts on “Mi dispiace

  1. Se il mio piccolo post ha ispirato in qualche modo questo, di gran lunga più completo e strutturato, sono felice!
    Sottoscrivo tutto (e mi inquieta sapere quanto vaste sono le sacche di ignoranza).

  2. applausi a scena aperta. che poi mi piacerebbe sapere, quelli che dicono che un bambino è meglo in orfanatrofio che… (completare a piacere), li hanno mai visti certi orfanatrofi del centrafrica o del sudamerica o dell’europa dell’est? ce li lascerei loro, una settimana, poi ne riparliamo.

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