Pasqua con i tuoi (ti daranno qualcosa da scrivere sul blog)

Avete presente quegli stupidi giochi di società, tipo “Descrivi te stesso con cinque aggettivi”? Ecco, gli psicologi quegli stupidi giochi di società li prendono sul serio. Molto sul serio.

Per quattro anni, ho fatto volontariato in un reparto pediatrico (mi sembra di averne anche parlato qui, qualche volta). Niente di eroico, badate: si trattava di andare lì due ore e mezza a settimana, a far giocare e svagare un po’ i bambini ricoverati. Insomma, una cosa che un qualsiasi Gaber Ricci avrebbe potuto fare. E infatti.

Il fatto è che l’associazione da cui dipendevo prendeva questo compito che qualunque Gaber Ricci avrebbe potuto fare (e da cui questo Gaber Ricci ha avuto più di quanto abbia dato) piuttosto sul serio. E infatti, prima di farmi mettere la sua divisa (una maglietta bianca con un brutto disegno) ha preteso che una coppia di imperscrutabili psicologhe mi valutasse con attenzione. Me, come tutti i miei aspiranti colleghi.

E insomma, uno dei test a cui queste sfingi con la laurea in psicologia mi hanno sottoposto è stato un compito scritto. Io, che possiedo un sacco di libri ed un po’ di furbizia, ho, come potete immaginare, sempre preferito gli orali; quindi, quel test mi mise un po’ in difficoltà (ma comunque ho poi ottenuto almeno la sufficienza, se ho potuto fare i miei quattro anni di volontariato).

L’ultima domanda, in particolare, era di spietata difficoltà: “Descrivi te stesso con cinque aggettivi”, appunto. Scovare quattro di quegli aggettivi mi fece sudare. Il primo, però, salì alla penna con imbarazzante facilità, prima ancora che finissi di leggere la consegna.

Quell’aggettivo era curioso.

Ecco, la curiosità è, insieme alla memoria (e forse le due cose sono legate), una delle poche qualità che mi riconosco, e che anche gli altri non fanno fatica ad ammettere che io possieda (ed a ben vedere, anche iscrivermi a quell’associazione di volontariato fu un atto dettato in prima istanza dalla curiosità); in effetti, tra tutte le persone che conosco abbastanza bene, solo una ha osato dirmi, così, senza mezzi termini: “Il tuo problema è che non sei curioso”. Evidentemente, io la conoscevo meglio di quanto lei non conoscesse me, se è vero, come è vero, che ho rischiato di far finire a gambe all’aria amicizie altrimenti bellissime per colpa della mia pervicacia nel continuare a raccontare le scoperte che avevo fatto sull’arte tipografica, o sull’antropologia forense, o sull’illusionismo (per quest’ultimo nutro una curiosità tanto grande, da aver annoiato anche voi, parlandovene), di cui a loro interessava il giusto.

Inutile dire, a questo punto, che ho sempre considerato (forse anche per amor proprio) la curiosità una virtù; una grossa virtù, anzi. D’altronde, con una strana forma di preterizione, lo diceva anche Albert Einstein: “Non penso di avere particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso”. Il corsivo è mio, ma sono sicuro che quando pronunciò la frase, il grande fisico di Ulm in quel punto corrugò le sopracciglia in modo significativo.

L’altro giorno, però, ero a pranzo da un mio zio collaterale, a cui sono comunque molto legato (tanto da passarci il giorno di Pasqua, che, è risaputo, si deve passare “con chi vuoi”). Questo mio zio è una specie di Paperon de’ Paperoni: non nel senso che è miliardario, ma che è animato dallo stesso spirito di rivalsa che animava il grande papero nella splendida Saga di Don Rosa. Mio zio, come Paperone, è riuscito a riscattarsi da una condizione di inferiorità che non era dovuta a lui stesso; ciò lo ha portato, nel tempo, ad essere un acceso simpatizzante di Silvio Berlusconi. Oh, be’, non si può avere tutto dalla vita.

Il punto, comunque, non è questo; no, il fatto è che mio zio ha sempre posseduto una curiosità pari e, se possibile, addirittura superiore a quella che possiedo io; una curiosità che l’ha spinto, appena adolescente, e per di più fresco migrante a Milano (dove avrebbe conosciuto e sposato mia zia, entrando così nella mia famiglia) da un paese del profondo Sud, ad iscriversi ad una scuola serale: lui dice perché voleva trovare un lavoro migliore (e negli anni Sessanta, i periti industriali andavano forte); io penso, piuttosto, perché guardava ad un motore ben funzionante, o ad un corpo umano privo di difetti, o, anche, ad uno che svelava i meccanismi che lo facevano andare con la malattia, con lo stesso stupore con cui Kant guardava al cielo stellato sopra di lui, e sperava che l’istruzione gli desse qualcuna delle risposte che cercava.

Purtroppo, a causa di problemi che potete facilmente immaginare, mio zio non finì gli studi; li avesse finiti, oggi probabilmente sarebbe un ingegnere in pensione, di una certa fama, pure (forse non avrebbe mai conosciuto mia zia, però). Chissà, magari ci sarebbe pure qualche attrezzo meccanico che porta il suo nome, va a sapere.

Ad ogni modo: ieri mio zio parlava con mio padre. Ad un certo punto, se ne è uscito con qualcosa che suonava come: “E sì, e secondo te le stelle lì chi ce le ha messe?”. Tutta quella curiosità, per tornare all’argomento cosmologico, che proprio Kant aveva contribuito a smontare tanti anni fa.

Ecco, quella semplice frase di mio zio mi ha portato a rivedere il modo in cui guardo alla curiosità. Di chi è la colpa se tutti i nostri dubbi vengono risolti con scorciatoie tipo: l’ha fatto Dio? Di chi è la colpa, se non riusciamo più a provare quel sottile senso di euforia di fronte ad un mistero a cui non riusciamo a dare immediatamente una risposta, e subito corriamo su Google a vedere come si fa il vetro, o di dov’è Tom Petty?

Forse è colpa della scienza, che non riesce a comunicare quanto sia affascinante che le stelle (ed anche noi) siano nate per via di un gruppuscolo di atomi indisciplinati che si sono tamponati nell’autostrada della storia cosmica. Può starci: negli anni, non sono mancati gli scienziati che hanno guardato con disdegno alla divulgazione scientifica (e forse è questo che ci ha portato ai Giovanardi). Non solo ma, come spiegava Piero Angela all’inizio del bellissimo “Viaggio nel mondo del paranormale”, le persone si rivolgono alle religioni ed ai santoni (e, io aggiungo, anche ai complottismi) perché nella scienza non riescono a trovare risposte agli interrogativi che li assillano davvero: chi sono? Da dove vengo? Quanto tempo mi resta? (cit.).

C’è, però, da considerare anche l’altro lato della medaglia: e cioè, che molti uomini le risposte della scienza le trovano, solo che a loro non piacciono. Questo perché la scienza ci dice che non siamo speciali, che siamo solo stati una specie incredibilmente fortunata e che la nostra evoluzione non ha magnifiche sorti e progressive: credere che un obiettivo esista ci ha portati dove siamo, che ci ha reso la specie egemone su questo pianeta, spiegava Jacques Monod, uno che invece non aveva paura di sporcarsi le mani con la divulgazione e che ha scritto quel capolavoro che è Il caso e la necessità. Ecco perché non sappiamo accettare che quel fine non esista.

Secondo me, queste due spiegazioni non sono mutualmente esclusive, ma non sono nemmeno soddisfacenti. Secondo me ce n’è una terza: una spiegazione che si chiama Internet.

Oggi, dicevo su, chiunque ha un dubbio ha la risposta a portata di clic. Il problema è: quella risposta è giusta? Google non ha un sistema che valuti la giustezza delle risposte che fornisce: semplicemente, rende a chi lo interroga una classifica della popolarità dei siti che più o meno si occupano di quell’argomento. Man mano che un utente lo interroga, poi, Google comprende cosa gli interessa, e lo immerge nella famosa bolla di filtri. A questo punto, l’utente è fregato: le prime risposte che ha letto, lo ingabbieranno per tutta la vita. Perché è difficile eradicare le prime cose che si sono imparate su un argomento.

Fidatevi, parlo per esperienza. Che ho imparato a fare malissimo la carta ambiziosa (se volete vedere come si esegue bene per davvero, guardate qui), ed ancora adesso non sono riuscito a correggermi.

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18 thoughts on “Pasqua con i tuoi (ti daranno qualcosa da scrivere sul blog)

  1. Anche a me è stato detto che non sono curiosa e anch’io ho reagito col tuo stupore (e un po’ di irritazione, mi par di capire). Ma nel mio caso (non so nel tuo) ho poi capito (perché la persona me lo ha detto) che si riferiva a tutt’altro tipo di curiosità, non quella intellettuale, ma quella relativa alle persone. Non i pettegolezzi, intendiamoci, ma il voler capire, conoscere a fondo, fare domande sui perché e percome. E in effetti, facendo un esam di coscienza, ho capito che aveva ragione: io mi faccio un sacco di domande sull’universo, ma ne faccio pochissime alle persone. In parte per discrezione, ma in parte, probabilmente, per mancanza di curiosità che sarebbero invece necessarie, per far sentire agli altri che ci si interessa di loro.

  2. Credo che la curiosità non subisca rallentamenti dalla giustezza o meno delle risposte. Anzi, probabilmente il dubbio sulla veridicità di alcune informazioni potrebbe, nel curioso, stimolare nuove ricerche anche più approfondite. Internet soddisfa molto di più i pigri dei curiosi.

  3. Anche per me la curiosità è la prima caratteristica rilevante, ma purtroppo mi manca la memoria! Sono d’accordissimo sul fatto che cerchiamo le risposte che ci piacciono. Mi hai fatto venire in mente che ho letto da poco a proposito del mito secondo cui “usiamo solo il 10% del nostro cervello”: non ha la minima base scientifica ma è così bello pensare che abbiamo un 90% di potenzialità misteriose e intriganti!

  4. Devo dire la verità: anch’io mi ritengo curioso…. Ad esser preciso sono curioso da parte di mamma, cioè è una caratteristica che ho preso dalla nonna materna e dalla mamma. Da parte di babbo invece sono/erano di un noioso mortale: accettavano tutto quello che gli diceva chi comandava: dal prete al sindaco, dal medico condotto al farmacista, e perfino al maresciallo dei carabinieri…
    Aldilà delle risposte che troviamo… la curiosità è di per sè divertente !!!!!!!

      • La cosa non può che farmi piacere :-). Benvenuta! Se vuoi metterti comoda abbiamo poltrone, sedie a sdraio, materassi ed un comodo tatami! La satura lanx viene servita alle ore 18.00, antica ricetta della mamma :-).

      • Certo certo…. Allora posso anche togliere le scarpe! 😁
        Porca miseria mannaggia… Sto in ritardo x la satura lanx… Ma che è?
        Visto che é della mamma… Mi fido, va!

      • Prego!:-)
        La satura lanx era un piatto dell’antica Roma, una specie di torta rustica con dentro noci, miele, ricotta e molto altro:-). Pare che da quel nome venga satira, che inizialmente era un genere poetico dentro cui c’erano molte cose diverse. Quando ho dovuto scegliere un nome per il blog, volevo chiamarlo Satura lanx, perché appunto dentro avrei voluto metterci un po’ di tutto (e infatti…). Ma il nome era già preso. Allora, mi è venuta in mente la soluzione soprassatura:-).

  5. “Oggi, dicevo su, chiunque ha un dubbio ha la risposta a portata di clic. Il problema è: quella risposta è giusta?” eh, un bel problema! di sciocchezze in giro ce n’è davvero tante.
    ( bel post! 🙂 )

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