Teoria dei giochi

Ci sono notizie che ricevono meno pubblicità di quanta ne meriterebbero. Questa, ad esempio.

Riassumo i fatti per chi non ha voglia di seguire il link: quest’uomo è Andres Breivik.

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Forse vi ricordate di lui perché, nell’estate del 2011, questo simpatico giovanotto norvegese prima compì un attentato dinamitardo contro gli uffici del governo norvegese ad Oslo, poi, con un gommone, si recò sull’isola di Utoya, dov’era in corso una convention di pericolosi comunisti, la maggior parte di età inferiore ai diciotto anni, e pensò bene di far saltare le cervella a qualcuno di loro (a sessantanove di loro, in particolare). Chi di noi non ha mai pensato di passare così un sabato pomeriggio d’estate.

Breivik non ha mai nascosto le motivazioni eminentemente politiche del suo gesto: nei pericolosi comunisti minorenni di cui sopra, il bell’Andres vedeva l’avanguardia di quella sinistra laida e perfida che sta immolando sull’altare del multiculturalismo secoli e secoli di vita ispirata ai più puri valori cristiani. Quelli, per intenderci, che hanno permesso i roghi delle streghe, la guerra dei trent’anni e la nascita di personaggi rispettabili ed ammirevoli quanto lui.

I tribunali norvegesi, tuttavia, per qualche bislacco motivo si rifiutarono di riconoscere in lui un eroe, e continuarono a vederlo solo e soltanto come un assassino. Per questo motivo, nel 2012, Breivik è stato condannato a 23 anni di prigione.

Le condizioni della sua detenzione farebbero sorridere chiunque conosca le carceri italiane; detto con franchezza, non posso fare a meno di chiedermi cosa avrebbe scritto Vittorio Feltri (di cui ricordiamo un pregevole editoriale uscito proprio all’indomani della strage) se ad essere condannato per quella mattanza fosse stato un terrorista islamico, e se a lui, come a Breivik, fosse stato concesso di vivere in un miniappartamento da trentuno metri quadri: probabilmente (ma sono solo ipotesi) avrebbe trovato già disdicevole che nella sua cella ci fosse un bagno.

Ma la Norvegia non è l’Italia, ed il neonazista deve aver pensato che va bene la lotta armata (contro i pericolosi comunisti delle scuole superiori), ma, giacché ci si trovava, poteva ritorcere contro i suoi nemici quella giustizia che l’aveva così surrettiziamente condannato: per questo motivo, ha fatto causa allo stato norvegese, sostenendo che i suoi diritti fossero stati negati, viste le “condizioni disumane” della sua detenzione. Questa non è la notizia: che quel tizio fosse un idiota, oltre che un sadico assassino, l’avevamo già capito. La notizia è che la causa Breivik l’ha vinta, e che ora lo stato norvegese dovrà risarcirlo di un somma pari a circa trentacinquemila euro.

Rimettete un terrorista islamico al posto di Breivik e Feltri al posto di qualunque grande firma della nostra stampa che su questo argomento non ha scritto una riga; io l’ho fatto e, nonostante la mia abitudine al turpiloquio, sono arrossito in via preventiva.

Ma non è questo il punto. Il punto è che, da un certo punto di vista, io ritengo anche giusto che di questa notizia si sia parlato meno di quanto avrebbe meritato, come dicevo all’inizio. Voglio dire: non è affatto facile scrivere di una cosa del genere. Come gestire le emozioni che essa provoca, ed impedire loro di prendere un sopravvento? O anche, che nome dare, a queste emozioni (Redpoz, in un bell’articolo di cui condivido ogni parola, parla di sdegno, e probabilmente ha ragione)? Anzi, spingendo il problema delle definizioni ancora un po’ più indietro: che aggettivi appiccicare su questa sentenza? Su questo ultimo quesito ho riflettutto a lungo, e penso che i più corretti siano controversa e paradossale. E badate che sto usando tali termini nel loro senso più proprio, quello matematico.

Proviamo ad analizzare la causa che ha opposto Breivik alla Norvegia come un problema di teoria dei giochi. La teoria dei giochi (lo dico per chi non ne ha mai sentito parlare e che potrebbe intendere che io consideri possibile giocare sulla morte di sessantanove ragazzi) è

la scienza matematica che studia e analizza le decisioni individuali di un soggetto in situazioni di conflitto o interazione strategica con altri soggetti rivali (due o più) finalizzate al massimo guadagno di ciascun soggetto

(fonte Wikipedia).

Ora, è chiaro che, per Breivik, denunciare di aver subito delle condizioni di detenzione “inumane” ha condotto ad una situazione di quelle che si chiamano win-win: ossia, comunque fosse andata, lui ne sarebbe uscito bene. Se, com’è successo, avesse vinto, ne avrebbe ricavato dei bei soldoni; se avesse perso, avrebbe potuto qualificarsi come martire ed eroe, ed insinuare in qualcuno il sottile dubbio che quella democrazia contro di cui lui si era “battuto” non era poi quella bella cosa che tutti volevano far credere.

Ma consideriamo la situazione dal punto di vista dello stato norvegese: anche per questa parte, la denuncia di Breivik ha condotto ad uno stato di cose analogo. Come infatti fa notare molto bene Redpoz, aver riconosciuto anche i diritti di uno che quei diritti ha tentato (e continua a tentare) di cancellarli, è una vittoria morale e politica. Ma, nell’universo parallelo in cui la corte ha deciso diversamente, la Norvegia ne ha avuto comunque un guadagno: economico, e di salute pubblica. Presumo, infatti, che qualche centinaio di suoi cittadini (i parenti delle vittime della strage) abbia reagito alla decisione con qualcosa di un po’ più forte, dello sdegno.

Può darsi che stia facendo il passo più lungo della gamba, che in questo mio ragionamento si annidi qualche fallacia e che la “metafora” che ho costruito non collima con la realtà dei fatti. Penso che nessuno avrà da rimproverarmi, tuttavia, se dico che il giochino di Breivik mi è sembrato molto simile ad una versione in solitario di un altro classico problema di teoria dei giochi: quello del pollo.

Il problema è stato ispirato dal  film Gioventù bruciata. In una scena, due ragazzi si sfidano una singolare quanto pericolosa prova di coraggio: alla guida delle loro auto, si lanciano a tutta velocità verso un burrone. Le regole sono semplici: se nessuno sterza, tutti e due finiscono nel burrone e perdono; ma se uno dei due lo fa, dimostra di essere un codardo, e perde.

Breivik, la mattina in cui ha deciso di andare a far esplodere un po’ di cervelli laburisti, si è messo in auto ed ha cominciato a guidare verso un burrone; doveva ben sapere che, se non si fosse fermato prima di compiere uno schifoso crimine, avrebbe poi dovuto continuare ad “interpretare” il ruolo che si era scelto. Con quella denuncia, Breivik ha sterzato e si è, per così dire, messo in salvo dalle conseguenze delle sue azioni; ma, così facendo, si è dimostrato un buffone, un quaquaraqua, un cialtrone che ha coraggio finché si tratta di sparare su settanta ragazzini disarmati, ma non quando deve affrontare una condizione di vita “disumana”. Per usare le parole di Redpoz: un poraccio.

Insomma, non certamente uno da cui vorreste farvi insegnare come rifondare una civiltà. Nel caso ci fosse bisogno di ulteriori motivi, per non considerarlo tale.

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12 thoughts on “Teoria dei giochi

  1. Un bell’articolo che ruota attorno al genio di Nash.
    Mi chiedo se la civile Norvegia continuerà ad essere tale se casi simili dovessero ripetersi.
    Il link dell’articolo di Feltri non sono riuscito ad aprirlo.

  2. Quella mattina ho appreso la notizia mentre facevo (con il cervello ancora da mettere in moto) colazione, ascoltarla è stata la scossa elettrica… e immediatamente sono partite le sinapsi. Mentre andavo a lavoro, rimuginavo sull’accaduto e – avendo a che fare con dei “duenni” – mi chiedevo con quale faccia avrei sorriso pensando a quello che avevo sentito. I bambini sono così innocenti, vogliono giocare… e io pensavo che prima o poi cresceranno e si troveranno ad avere a che fare con un mondo iniquo e… che ne sarà di loro? Cmq, a parte questo momento da spleen esistenzialistico, mi sono chiesta se c’è un limite o no a ciò che possa essere considerato giusto o meno. Una me diceva che si “i limiti esistono” e allora io rispondevo che ammesso fosse vero, questi limiti hanno un confine labile e adattabile a piacimento (vedi il caso Breivik). L’altra me – invece- diceva che non c’è il suddetto limite e allora io mi chiedevo: ” in un mondo senza limiti” ogni genocidio, ogni strage, ogni omicidio, ogni scazzottata e così via ha ragione d’essere, nessuno può nulla. E alle ragioni delle parti lese chi pensa? Cosa ne è del loro bisogno di giustizia? Risarcire Breivik è quasi ammettere – da parte della Norvegia – di aver sbagliato nei suoi confronti. La tua analisi è spettacolare (come sempre), ma non posso non pensare alla rabbia e al dolore delle famiglie delle vittime. Di Breivik, ma non solo le sue. Temo che così si consegnino gesta inumane all’oblio, mentre certi eventi dovrebbero essere marchiati a fuoco in ognuno di noi.
    P.s. Scusa la prosopopea.

    • Nessun problema per la prosopopea :-).

      Sul resto, è giusto pensare alla vittima: ma credo che qui, purtroppo, non si possa fare “giustizia” pensando alle vittime. Via via che si pensa alle vittime, si inizia a pensare che sia giusto appendere per il collo un’omicida, e poi uno stupratore, e poi un rapinatore… Il punto è: c’è una legge su come devono essere trattati i prigionieri, chiunque essi siano. Se noi diciamo che la nostra democrazia va bene fin qui, allora stiamo dando ragione a Breivik, che diceva che la nostra civiltà gli va bene “fin lì” (il suo lì, ovviamente, era diverso dal nostro). E questo sarebbe stato comunque farlo “vincere” (che poi è la riflessione da cui è partito questo articolo, che ritengo abbia solo un merito: il punto di vista inusuale. Per il resto, è un’analisi piuttosto banale).

      • Si, assolutamente. Razionalizzando mi rendo conto di quanto tu abbia pienamente ragione. Ho voluto solo condividere il mio “impatto di pancia”. Mi rendo conto che nel caso di Breivik la questione non è se sia giusto o meno ciò che ha fatto, ma la questione è la condizione di vita di un carcerato. E anche qui mi vengono i dubbi… visto che non mi pare fosse detenuto in condizioni inumane, però forse per lui sì… quelle condizioni erano tali. Concordo sulla riflessione che – con ogni ragionevole probabilità – si fosse trattato di un terrorista islamico, non gli sarebbe stato riconosciuto alcun risarcimento. Non mi stupisce che i detenuti non siano tutti uguali e – come in tutti gli ambiti della vita – ve ne siano di serie A, B, C … Z.

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