Fruibilità

Mio fratello (riferendosi in particolare a questo articolo) mi dice che scrivo troppo. La sua è un’opinione condivisa: in passato me l’hanno detto anche Mariano Tomatis ed Albini, ad esempio. In qualche modo, indirettamente, qualche giorno fa mi ha detto la stessa cosa anche clipax.

L’animatore del blog Mentitude, di fatti, pur limitandosi a constatare (ed anzi a contrastare) semplicemente la realtà, mi ha ricordato un fatto incontrovertibile: e cioè, che sulla Rete i contenuti che hanno successo sono quelli più rapidi, più immediati, più comprensibili; quelli che declinano in senso telematico quel vecchio adagio, se non ricordo male coniato dal movimento punk, che è “compra, consuma, CREPA!”. In una parola, quelli più fruibili.

Ora: che molti utenti del web ricerchino soprattutto cazzate, è un dato di fatto. Da la Repubblica al Corriere, dalla Stampa fino a Pesca d’altura in barca a remi, nessuna delle pagine web dei principali quotidiani nazionali rinuncia alla famigerata “colonna di destra”, pieno di tette, culi, bufale e gattini come potrebbe esserlo solo una fogna a cielo aperto in una bidonville di Calcutta.E non uso il paragone a caso.

Non solo: ma se la maggior parte dei suoi follower crede senza esitazione alle “informazioni” che quotidianamente Matteo Salvini spaccia a mezzo social network, il problema non può essere solo l’analfabetismo funzionale. Dev’essere che molte persone si abbeverano solo a contenuti che sono fatti per essere dimenticati quindici minuti dopo (nella migliore delle ipotesi). E, di quei contenuti, non ne consuma che una minima parte. Forse è questo il segreto del successo di quei contenuti: sono modulari. Vederne trenta secondi, o sorbirseli nella loro interezza; ascoltarne solo un estratto, o ascoltarlo tutto intero; leggerne una riga, o leggerli fino alla fine, è la stessa cosa.

D’altronde, se, come dice Seth Godin, è vero che fare video (dal blogger americano e da clipax ritenuti sinonimo di contenuto rapidamente fruibile) è più complicato che scrivere un blog, allora il problema delle scarse visite che io ricevo non è deisamente attribuibile a questo. Intendo: non sono buono a produrre un contenuto facile, come posso pensare di riuscire a produrne (bene) uno difficile? Sarebbe come dire: ok, non sono capace di suturare una ferita lacerocontusa. Vado a fare le operazioni a cuore aperto, allora! Così sarò famoso! (o forse sarebbe meglio dire famigerato)

Ma, scendendo ad un livello ancora più basso: siamo sicuri che video (o comunque contenuto multimediale) sia sinonimo di maggiore fruibilità? Nella mia sia pur scarsissima esperienza, posso testimoniare che non è così. Sono infatti due anni e mezzo che tengo una rubrica, che il primo anno si chiamava A year in review, che si è poi trasformata in Vertigine della classifica e che quest’anno ha subito un’ulteriore metamorfosi, divenendo Del peggio del nostro peggio. Per chi obbedisca al luogo comune che ho enunciato su (e se tra voi c’è qualcuno che vi obbedisce, sicuramente non è arrivato fin qui), riassumo: in A year in review, alla fine di ogni mese, elencavo tutti gli eventi che, secondo me, nel mese precedente erano stati degni di nota; in Vertigine della classifica, invece, mi limitavo a scegliere la “top ten” del mese. Del peggio del nostro peggio, invece, trasforma gli eventi del mese precedente in un monologo satirico.

Datosi che, sotto sotto, io a quello che dice Seth Godin ci credo, quei monologhi non mi limito a scriverli: li recito (si fa per dire) anche. I primi due mesi, ho caricato le mie performance su YouTube. Da marzo, ho deciso di cambiare piattaforma.

Le reazioni dei miei fan, devo dire, non sono state quel che si dice entusiastiche; e credo che la scarsa qualità della mia voce (prima ancora del mio microfono) c’entri qualcosa. Due di loro (quindi, un buon 75% dell’utenza) mi hanno fatto notare che, laddove un post potevano tranquillamente leggerselo in pausa pranzo (e, aggiungo io, se siete delle brutte brutte persone, anche durante l’orario di lavoro), ed anche senza essersi portati da casa le cuffiette (che avrebbero usato senza dubbio per non disturbare i colleghi), non lo stesso poteva dirsi di un video. Chi non ascolta i propri sostenitori muore; ed è per questo che dal mese successivo ho subito corretto il tiro, continuando a pubblicare il video (sono pervicace), ma fornendo anche la trascrizione.

Ma non è questo il punto: il punto è che io credo che non si possa semplicemente etichettare un video come contenuto maggiormente fruibile rispetto ad un post; mi sembra che chi dia per scontato questo concetto stia mettendo in atto lo stesso eccesso di semplificazione che agisce nello scontro ebook vs. libri di carta. Come si fa a dire che i video di Rick DuFer, o il Late Show di yotobi, siano più fruibili di un articolo della colonna di destra di Repubblica? E chi si dice: “bene, visto che voglio avere successo faccio un video”, dimentica che caricare un video si frega parecchi dei giga di una connessione a pacchetto. E non è che tutti hanno sempre un WiFi sotto mano, eh. E poi, di vabbè poi a casa me lo vedo in ora non posso, dopo, si finisce a chiudere il canale YouTube perché  la propria Top dei film più belli di Sasha Grey ha ricevuto solo cento visualizzazioni.

Insomma, quasi novecento parole per dire che io penso che il concetto di fruibilità non possa essere definito sulla base del contenuto, ma sulla base di chi ne fruisce. E bastava una frase. Mi sa che Albini, Tomatis e mio fratello avevano ragione.

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11 thoughts on “Fruibilità

  1. Non è che sei come Dumas, pagato per ogni parola che scrivi? 🙂
    Comunque credo fermamente che i video saranno sempre di più la forma di comunicazione più diffusa, semmai produrli con ritmo, contenuti, e tutto il resto, non sarà semplice per chiunque. Come del resto un blog.

  2. I tuoi post li leggo spesso in orario di lavoro. Qualche volta durante le call 😁😁😁. Nel primo caso non creo danno siccome sono il mio datore di lavoro sono io. Nel secondo sono senz’altro una pessima persona. Ma pur tuttavia non riesco a sentirmi in colpa. Un video, faticherei a gestirlo, pertanto

  3. io invece li leggo più spesso alla sera e poi lascio sedimentare e commento il giorno dopo in pausa caffè/pranzo (tranne adesso, ovviamente). il fatto di preferire contenuti corti mi son fatto l’idea che spesso si associ all’urgenza. grossolanamente, si potrebbe tradurre con: c’è così tanto che preferisco il corto per non perdere contenuti. chi legge il tuo blog, di base, dimentica l’urgenza.

  4. Secondo me il successo di tante cose su internet è dovuto al fatto che sono modulari ma soprattutto che sono brevi. Non so, ad esempio, spesso preferisco guardarmi un episodio di una serie tv che dura venti minuti invece di un film da due ore, perché so che dopo venti minuti posso passare ad altro (poi magari guardo dieci episodi di fila, ma questo è un altro discorso). E così, a volte, invece di prendere in mano un libro oppure un tuo post, apro Facebook o Twitter perché sono fatti di cose brevi (poi magari ci perdo un’ora, ma questo è un altro discorso). Lo attribuisco a una sorta di pigrizia mentale, contro la quale cerco di combattere. In ogni caso, io fatico da morire a scrivere post sotto le duemila parole…

  5. Secondo me ad essere troppo brevi non si riesce a dire nulla o almeno non ci si spiega… Al massimo si può buttare giù una battuta o uno slogan che saranno pure efficaci ma non dicono ne’ spiegano niente! Per questo non amo e non avrò mai Twitter… che lascio ben volentieri a gente come Renzi e Salvini!

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