Voglio dire merda

Dio mio. Questa sarebbe l’unica reazione sensata di una persona ancora ben in possesso delle sue facoltà mentali, nell’apprendere dell’orrenda morte di Sara Di Pietrantonio.

E confesso che, quando la mia mente ha pensato proprio quelle due parole, stamattina, mentre leggevo la notizia, da qualche parte, sotto l’orrore, ho provato un lieve senso di sollievo. Allora non sono impazzito.

Di solito non seguo la cronaca nera: è un argomento che non mi interessa e, per di più, mi fa specie il modo in cui la trattano i giornalisti ed i fruitori. È mia abitudine, quando si parla di ammazzamenti e consimili, smettere di ascoltare e dirigere la mia mente verso altri lidi, onde evitare di farmi il sangue amaro; specialmente, poi, quando si parla di un caso come questo, che farà nuovamente riemergere sulle prime pagine quella parola odiosa che è femminicidio.

Quando sento di un omicidio, certo, mi dispiaccio per chi è stato ammazzato (nessun uomo è un’isola eccetera eccetera); ma, spesso, riesco ad essere empatico solo quel minimo che serve per continuare a sentirmi parte dell’umanità. Sono una brutta persona, lo so; ma vivo nella presunzione di essere una persona migliore di quelle che, immedesimatesi un po’ troppo, inviano minacce di morte alla sorella di Massimo Bossetti.

Ma, in questo caso, non ci riesco: questa notizia ha toccato qualcosa dentro il mio sistema limbico, quella parte dell’encefalo che ha ragioni che il resto dell’encefalo non comprende. Può darsi che c’entri il modo ripugnante in cui questa povera ragazza è stata uccisa. Può darsi che c’entri il fatto che, come Kitty Genovese tanti anni fa, abbia gridato aiuto, senza che nessuno si sia fermato a soccorrerla, nonostante vicino a lei ci fosse un’automobile in fiamme (e forse su questo aspetto tornerò, perché è un evento di quelli che mi ha costretto ad affrontare nuovamente alcuni miei demoni). Può entrarci pure, e non mi vergogno ad affermarlo, che, prima di ogni altra cosa, io di questa ragazza abbia visto una foto, ed abbia subito pensato: oh cielo, ma questa è Luna Lovegood! E chiunque abbia letto Harry Potter sa, che effetto può avere, su un fan della saga, l’idea della morte di Luna. E della morte di Luna così, poi: mi sono sentito non come se avessero ammazzato un’innocente, ma come se avessero ammazzato l’Innocenza (e forse non sono andato troppo lontano dalla verità).

A questo punto, penso di non dover dire quale reazioni ho avuto, quando ho visto la prima pagina di Libero oggi in edicola.

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“Che merda!” è stata la cosa più gentile che mi è venuta da esclamare. E credo che anche una reazione siffatta, il prossimo DSM che verrà pubblicato dovrebbe includerla tra i segni di non malattia psichiatrica.

Libero ed il suo direttore non hanno rispetto dei morti, ce l’hanno dimostrato l’uno e l’altro. Ci si aspetterebbe, però, che abbiano almeno rispetto dei vivi, ad esempio di quei genitori a cui, certo, farà molto piacere veder paragonata quella figlia di cui stanno piangendo le ceneri ad una patata da cuocere su un bel falò. Ma nemmeno questa è una caratteristica propria dei bulli. Che cazzo dico bulli: dei mostri.

Perché sì, chi ha pensato quel sommario, chi ha avuto l’ardire di paragonare l’omicidio di una ragazza ad un “allagamento” o ad un’invasione (vi siete accorti di quanto a sproposito usiamo questa parola, ultimamente) di abusivi (dando, per altro, più importanza a questi), chi ha proposto di cominciare il sommario con le parole “e per gradire”, chi ha tirato fuori l’arrostiscono, dando tutto un nuovo senso all’espressione “parlare alla pancia del paese”, chi tutto questo lo permette, forse perfino chi quel titolo l’ha impaginato è un mostro. Ed io penso di poter rivendicare il mio sacrosanto diritto allo sdegno.

Eppure, ho sempre creduto in quella frase di Nietzsche che dice: “non combattere coi mostri, o diventerai anche tu un mostro” (tra l’altro, ho imparato questa frase sullo stesso libro su cui ho imparato la storia di Kitty Genovese: Watchmen di Alan Moore). O, almeno, io credo che non si debbano combattere i mostri con le stesse armi dei mostri. Per questo credo che, oltre che inutile, sia sbagliato combattere l’ISIS bombardando le città alla cieca e proponendo di uccidere tutti i musulmani. Per questo mi sono sempre rifiutato di attaccare chi utilizza i sentimenti più biechi dell’essere umano per combattere le proprie battaglie stimolando quegli stessi sentimenti.

Eppure anche ora, a mente fredda, non riesco a non odiare quel titolo e chi l’ha prodotto; non riesco a non pensare che esso sia merda, merda della peggior specie, e che qualifichi chi l’ha scritto per ciò che è. Sto sbagliando? Sono incoerente? Io non credo.

Come tutto quello che ha fatto negli ultimi diciassette anni (e contate che è stato fondato sedici anni fa), Libero con quel titolo mira a suscitare, come dicevo su, i sentimenti più irrazionali degli esseri umani: a parlare alla pancia, appunto (o agli organi genitali, credo anche). Mira a far odiare qualcuno (“quelli che rendono le nostre città insicure”) senza riflettere, senza considerare che c’è insicurezza ed insicurezza, senza pensare che una guardia giurata di Roma è ben diversa da un abusivo di Venezia o da un misterioso, malvagio individuo (certo venuto dal Nord Africa) che tappa i tombini di Milano in combutta con Pisapia. E tanta grazia se poi qualcuno (che certo aveva già problemi di suo) va ad ammazzarlo, quel misterioso, malvagio individuo, o uno di quegli abusivi o, sì, anche la guardia giurata che ha ucciso l’Innocenza. Ma se qualcuno tira una statuetta del Duomo… è colpa del clima di odio creato dagli altri.

Ecco, io, cercando di suscitare l’odio verso questo genere di cose, non voglio produrre lo stesso effetto; non voglio che i miei cinque o sei lettori (che di certo non hanno di questi problemi) pensino “Merde!” o “Stronzi!” e poi niente, tutto finito così. Voglio che si rendano conto che è razionale e giusto pensare che quella robaccia è merda, e che in quanto tale non va bene nemmeno per pulirsi il culo. E che è altrettanto giusto e razionale, smetterla di dire che è “inopportuno” scrivere un titolo come quello, e che invece utilizzino gli aggettivi corretti: schifoso, merdoso, odioso o quello che preferiscono, purché non sia “inopportuno” o altri, simili eufemismi.

Lo sintetizzò bene, anni fa (prima di essere ucciso a sua volta, in un’altra occasione in cui Libero diede prova di quello che valeva) Vittorio Arrigoni: c’è un solo modo, per uscire da questo mondo di odio: restare umani.

E gli umani provano ribrezzo, di fronte a queste cose. Non tanto quanto ne provano di fronte ad una ragazza che assomigliava a Luna Lovegood che muore bruciata viva, ma quasi.

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19 thoughts on “Voglio dire merda

  1. il concetto da te espresso in questo post è stato molto ben sintetizzato in forma decisamente più aulica dagli stato sociale:

    altrimenti traducibile con: in culo a voltaire – e a cui aggiungerei, provocatoriamente: mi sarei anche un pochino trivellato le gonadi del fatto che loro abbiano lo stesso dirittto di voto che ho io. è eretico, dirlo, nella nostra democrazia rappresentativa?

    • A me non è questo che da fastidio. È che le porcate razziste e securitarie di Salvini e compagnia debbono essere tollerate in nome della “libertà d’espressione”, mentre, se ti azzardi a qualificarle, appunto, come porcate, devi essere tacitato perché “non sei rispettoso” (recentemente Salvini ha toccato l’acme dichiarando che Napolitano non può dire che la Lega è razzista perché tanta gente la vota…)

  2. D’altra parte, basta citare Littorio nella sua prima riunione di redazione, quando prese il posto di Montanelli al Giornale: “Questo giornale ha bisogno di una bella iniezione di merda”.

    Direi che la siringa era da cavalli.

  3. Ciao. Effettivamente il carattere in grassetto dei primi tre titoli suscita ribellione verso la mala politica che, a quanto pare, è alla mercè di quei cittadini che domenica andranno a votare. Su questo non ci piove. E’ una trovata giornalistica, un modo per porre l’attenzione su questo o quel politico che promette di sgomberare campi rom o di fare una città nuova. D’altronde c’è tempo fino a venerdì per parlarne, poi basta.
    Sul punto dell’arrosto, a primo impatto ho letto della satira. Come a voler edulcorare ed estrapolare fuori quello che è stato nella mente dell’assassino. Poichè chi uccide ha un surplus o un minus di ratio che lo porta a commettere il fatto. un pò come a dire che in quel momento il tizio in questione pensava bene di arrostire un animale… Io almeno ho dato questo significato, ma rimane lo sdegno per la posizione che occupa la notizia….

      • Certo non fa ridere il paragone con un pollo arrostito, ma dovrebbe far pensare la frivolezza con cui vengono affrontati tali argomenti!

      • Ok, ma io non penso proprio fosse quello l’intento di chi ha scritto quello schifo. E frivolezza non basta: è proprio questo il punto. Qui non siamo di fronte ad una”svista”: qui abbiamo una tattica ponderata e costruita a tavolino. È QUESTO il problema.

  4. Hai avuto la stessa reazione di Saverio Tommasi su Facebook… questo il suo post in merito (copio-incollo non riesco a linkare il signolo post su Facebook)
    “Libero è un giornale di merda. Ripetiamolo tutti insieme: Libero è un giornale di merda. E chi ci lavora, e non condivide questa linea editoriale criminale, dovrebbe ribellarsi, e se lo licenziano perché si è ribellato buon per lui, significa che ha perso un lavoro di merda in un giornale di merda.Perché i giri di parole non mi piacciono, e se è merda bisogna chiamarla con il suo nome, non si può chiamare marroncino cioccolato ma con un gusto un po’ più aspro. Non funziona. E’ merda.”
    Saverio Tommasi

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