Alcuni appunti sulla rivoluzione

Qualche giorno fa, il mio amico clipax ha pubblicato nel suo blog un post intitolato Rivoluzione: si trattava di uno dei “post da una frase” che clipax pubblica spesso, e che rendono la lettura del suo blog così piacevole.

Il post in questione domandava quanto segue:

Esiste un’altra rivoluzione se non quella individuale?

Nei commenti a questo breve post, io ed un altro utente del blog di clipax (Critica Comunista) abbiamo avuto un confronto, amichevole per quanto serrato, riguardo le rivoluzioni, in generale, ed una rivoluzione, in particolare: quella russa. Il confronto si è prolungato al punto che Critica Comunista ha creduto (penso a ragione) non fosse più il caso di continuare a parlarne in coda al post di clipax, che tutto sommato si occupava forse di altro, ed ha voluto quindi scrivere direttamente a me (qui, per la precisione); clipax, da par suo, ha voluto offrire un suo punto di vista più articolato sull’argomento, ed ha pubblicato a tal fine questo post, che pure ha generato una discreta mole di opinioni (30 commenti al momento in cui scrivo: niente male, per un blog tenuto da qualcuno che, per quanto molto capace, non è quello che si definisce un creatore di contenuti virali). Ho controllato nel blog di Critica Comunista e non mi sembra di aver visto articoli che affrontino questa piccola querelle (e me ne dispiaccio); ad ogni modo, io oggi aggiungo con questi appunti il mio (non richiesto) contributo a questa discussione.

INTRODUZIONE

Qualche tempo fa, stavo ascoltando (purtroppo non dal vivo: ed ormai, non avrò occasione di farlo più) una conferenza di Umberto Eco a proposito della traduzione; Eco diceva che, quando si traduce, le parole più semplici da tradurre sono quelle tecniche, quelle che hanno un significato e solo quello: se uno scrittore, parlando di una poesia, scrive apocope, non c’è grande scelta, riguardo come tradurre quella parola in un’altra lingua: si va a cercare cosa significa nella lingua “d’arrivo” la parola nella lingua “di partenza”, e si usa la traduzione che riporta il vocabolario, che di solito ne riporta una sola; è difficile, se non impossibile, tradire il senso dell’originale.

Non è così, invece, per le parole che hanno accumulato nel tempo una stratificazione culturale, che coprono una gamma di significati e possiedono sfumature di senso che è impossibile rendere senza ricorrere ad una perifrasi. E così, traducendo, si finisce per essere eccessivamente precisi, andando a spiegare con frasi intere concetti che magari l’autore aveva racchiuso in poche parole, o per tradire il senso dell’opera originale, utilizzando una parola che nella lingua “d’arrivo” ne ha meno che nella lingua “di partenza”. Eco confessava pure di andare sempre a cercare, quando viene pubblicato un nuovo dizionario d’italiano, che definizione è stata data per questi termini, e fa l’esempio della parola “amore” (ricordiamoci che i greci avevano quattro o cinque parole diversi, per indicare quello che per noi è, appunto, amore e basta: agape, eros, filia…).

Io penso che la parola rivoluzione faccia parte di questo secondo gruppo di parole: ed è per questo che, quando qualcuno ne parla, sorgono sempre discussioni.

1. Con poche, risibili eccezioni, tutti siamo d’accordo che la società, per com’è adesso, non va bene e che, per migliorarla, sarebbe necessaria una rivoluzione. Rivoluzione, così, pure in tempi come questi schifosamente reazionari, è una parola che, quando viene pronunciata, assume sempre una connotazione positiva. Eppure rivoluzione è, semplicemente, come leggiamo nel Vocabolario Treccani:

il processo rapido, e per lo più violento, attraverso il quale ceti, classi o gruppi sociali, ovvero intere popolazioni, sentendosi non sufficientemente rappresentate dalle vigenti istituzioni, limitate nei diritti o nella distribuzione della ricchezza che hanno concorso a produrre, sovvertono tali istituzioni al fine di modificarle profondamente e di stabilire un nuovo ordinamento

Rivoluzione, insomma, non significa, almeno a stretto rigore tecnico, il passaggio da uno “stato di cose” ad uno migliore: è il capovolgimento di un regime in un altro. Che potrebbe essere anche peggiore, come ci fa sospettare il fatto che non è mica necessaria tutta una popolazione, per fare una rivoluzione: no, bastano anche ceti, classi o gruppi sociali. D’altronde, per vent’anni Mussolini parlò di “rivoluzione fascista” e Berlusconi di “rivoluzione liberale”. Per paradosso, si potrebbe anche sostenere che la rivoluzione potrebbe trasformare un regime nel regime stesso: tra l’altro, usata in senso astronomico, la locuzione moto di rivoluzione indica, appunto, la rotazione di un corpo celeste intorno ad un punto fisso. Si torna sempre al punto di partenza.

2. Sappiamo tutti, però, che le parole significano di più, rispetto al loro significato tecnico; e, se il “sentire comune” ritiene che rivoluzione indichi il passaggio (improvviso, e che eventualmente non esclude il ricorso alla violenza) da uno stato di cose ad uno migliore, allora è in questo senso che dobbiamo abituarci ad utilizzare la parola. Anzi, ultimamente mi sembra che l’utilizzo di questo lemma stia subendo un’ulteriore evoluzione, e sia passato ad indicare la transizione dall’attuale stato di cose a quello stato che è il migliore. In questo caso, io credo che tutti coloro che invocano la rivoluzione stiano cadendo in un grossolano errore: quello di credere che la rivoluzione si rivolga contro un potere.

3. Questo, almeno dal mio punto di vista, è sbagliato: per avere successo, una vera rivoluzione deve volgersi non contro un potere, ma contro il Potere, quello con la P maiuscola. In altri termini, l’unica rivoluzione che riuscirà ad avere successo sarà quella che eliminerà il bisogno dell’uomo di avere la possibilità di decidere per la vita del proprio vicino e, viceversa, quello di volere che gli altri decidano per sè. Se una rivoluzione non fa questo, ma si limita ad abbattere il potere ora vigente, finirà sempre per trasformarsi in un’istituzione, il che è la sua morte: i rivoluzionari, partiti per sconfiggere il potere, si sono fatti essi stessi potere; potere che ispirerà ulteriori rivoluzioni volte ad abbatterlo. È quanto accaduto, se vogliamo, alla rivoluzione russa, se vogliamo.

4. Inoltre la rivoluzione, proprio per il suo carattere improvviso, si pone spesso in anticipo sui propri tempi: forse sto giocando ad un gioco insensato, ma chi ci dice che, se fosse accaduta dieci anni dopo , la rivoluzione russa non sarebbe riuscita a produrre qualcosa di meglio, di quello che produsse? Perché è innegabile che in Russia alcune cose buone furono fatte (ma c’è da dire che lo stesso dicono in molti anche del fascismo…), ma è innegabile anche il fatto che l’Unione Sovietica finì per ripiegarsi in una spirale di burocratizzazione ed interessi personali che, alla fine, ne sancì il crollo. E questo, senza voler parlare dei crimini e del culto della personalità staliniana (che, tuttavia, come detto anche nello scambio con Critica Comunista, io credo abbia già dei presupposti nel pensiero leninista).

5. Non voglio parlare nello specifico della rivoluzione russa, perché credo di non averne le competenze: si può dire, tuttavia, che probabilmente ciò che di meglio fece, almeno per noi occidentali, fu semplicemente di esistere. Perché; con la sua stessa esistenza, l’Unione Sovietica dimostrava che il comunismo, per quanto imperfetto, per quanto migliorabile, esisteva, e nulla escludeva che potesse esistere anche altrove. Proprio questa possibilità (o questa minaccia, dal punto di vista occidentale) ha fatto sì che molte battaglie sui diritti del lavoro, ad esempio, andassero a buon fine: i potenti preferivano fare qualche concessione, piuttosto che veder sollevarsi un intero popolo.

6. Certo, mi rendo conto che si potrebbe ribattere che questo è pensiero “migliorista”: migliorare le condizioni di lavoro dei lavoratori, ma farli permanere nel loro stato di sfruttamento. Il problema è che la rivoluzione, per quanto improvvisa, non scoppia dall’oggi al domani; anzi, sarebbe meglio che non scoppiasse dall’oggi al domani, perché un evento così improvviso rischia di lasciare nodi irrisolti e contraddizioni incancrenite che potrebbero finire per esploderci tra le mani. Io credo che la rivoluzione vada fatta non “tutta in una volta”, ma che sia un progetto in divenire che si compie un passo dopo l’altro: oggi le otto ore, domani il diritto di sciopero, dopodomani l’autorganizzazione (che, ovviamente, non possiamo aspettare che ci venga concessa, ma dobbiamo prenderci da soli. Che non ci si possa fidare del potere, soprattuto di questo potere confindustriale e padronale, penso sia fuori discussione).

7. Anche perché, non dimentichiamoci mai che, finché non scoppia la rivoluzione, è solo questo mondo che possiamo avere. E preferirei evitare che in questo mondo si lavori sedici ore al giorno, si vada in pensione ad ottant’anni (se ci si arriva) dopo aver cominciato a lavorare a tredici, non ci si possa ammalare per non rischiare di perdere il posto di lavoro, non si possa andare a protestare dal padrone per una decisione ingiusta… Tutto questo potrebbe esasperare la classe lavoratrice e portarla a ribellarsi, certo.

Ma, e se non succede?

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21 thoughts on “Alcuni appunti sulla rivoluzione

  1. Il tema è veramente interessante e può avere mille risvolti, ma ciò che scrivi in diversi passi del tuo post va a centrare diversi argomenti di rilievo. E non parlo dei complimenti al mio blog. 😀
    Il punto 3 è ciò che si avvicina di più al mio pensiero, e ti dirò che personalmente confido più nell’uomo singolo piuttosto che nella massa. La parola amico mi lusinga, per nuovi dibattiti ci sarà tempo e modo per trattarne altri. A presto amico.

  2. aggiungerei che in sè il concetto porta una contraddizione. solitamente le rivoluzioni non avvengono nel momento “in cui si è toccato il fondo”, ma quando è percepibile tangibilmente una “risalita” (questo ben si coniuga con l’aspetto che spesso precorrano i tempi, per altro). parimenti, è altrettanto importante notare che raramente, forse mai, si sono verificate durante una fase di decino.

      • dipende a quando fai risalire lo scoppio. io considereri tutto il periodo dalla prima del 1905 al 1917. il punto più basso per me è stato con la rivoluzione del 1905. in mezzo è cresciuta sempre più la quantità di operai e la loro organizzazione. diciamo che più che di “positività” parlerei di “presenza di segni di ripresa”. ma mi rendo perfettamente conto dell’opinabilità delle mie tesi, eh

      • Be’, sì :-). Anche perché se c’è una cosa su cui tutti sono d’accordo è la “stranezza” della rivoluzione comunista in Russia; la quasi totale assenza di operai intesi in senso occidentale ed il contesto “rurale” in cui avvenne la pongono molto al di fuori delle previsioni di Marx (nonché degli antimarxisti).

  3. Bellissimo post e bellissima discussione… Secondo me la rivoluzione è un gesto individualissimo fatto da tante persone contemporaneamente, nello stesso periodo e nello stesso luogo. E’ un mix di situazioni personali e di massa che piano piano montano e creano qualcosa che all’inizio nessuno prevedeva…

  4. Solitamente non parlo dei confronti, li vivo…che siano virtuali o reali.

    Ho scritto tento sui miei argomenti, semplicemente non sono monotematico. Basta cercare. 😉

  5. Con Lenin avevano la democrazia dei soviet, con ricambi di potere. Stalin ha operato in un contesto in cui si è imposto un modello unico…dunque ecco l’errore del sistema sovietico. Non sono crollati solo per l’eccessiva burocrazia ma perché erano scomodi.
    Il fascismo si è mascherato da rivoluzione ma è stata solo la reazione dei potenti, non hanno fatto nulla all’Italia. Il fascismo è mafia e compromessi.

    Ci sono i libri Gaberricci. Non basterebbe una notte per parlare di sta roba. 🙂

    • Lo so che ci sono i libri, sono un assiduo frequentatore di librerie e biblioteche. E, come Cervantes, sono abituato a leggere anche “i fogli che rotolano in strada”. Ed è da quel che ho letto (ed interpretato: perché leggerli, i libri, non basta) che derivano i miei giudizi.

      • Io non lo faccio? Dai…
        I libri su Lenin (come su altri grandi del 1900) sono tanti e tutti validi, prima di dare giudizi affrettati…approfondisci caro amico italico.
        Io non sono un italiano medio, non mi freghi su questi fronti. Vengo da famiglie che hanno lottato dalle parti giuste, ergo posso raccontare la Storia con fatti e non solo pareri. Lotto anch’io, nelle piazze…non vi è cosa più bella! Quei pochi cortei che ci sono, certo!
        La Storia, quella vera, è un patrimonio da proteggere. Qua in Italia non si fa più o in pochi lo fanno, tipo me…dato che per molti oggi la storia si impara a Predappio ahahahah 😉

      • Certo. Una delle tante belle cose della Sinistra, quella vera, era il centralismo democratico.
        Se sei antifascista e coraggioso, mi va bene.

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