Daniele Luttazzi, la comicità e la biologia

Come saprà chi mi legge da qualche tempo, amo il magic experience design. Amo costruire per le persone che sono per me importanti in qualche modo esperienze che portino un po’ di stupore nelle loro vite; amo ancora di più quando sono loro, a portare stupore nella mia vita. E lo amo soprattutto quando lo fanno senza rendersene conto.

Qualche tempo fa, la mia amica pagsy si trovò, appunto, in questa curiosa situazione di “mago inconsapevole”, quando, rispondendo ad un mio articolo (che per altro non aveva nulla di nemmeno lontanamente comico), paragonò il mio stile di scrittura a quello di Daniele Luttazzi.

Credevo che la sua fosse solo cortesia, e nulla più. Ma, dallo scambio che seguì a quel primo commento, venni a sapere che pasgy ignorava che il comico di Santarcangelo fosse uno dei miei grandi riferimenti.

Ebbene, sì, l’ho confessato apertamente (tra l’altro, l’avevo già fatto allora); ma per chi fosse distratto, lo ripeto: Daniele Luttazzi era ed è uno dei miei riferimenti, come scrittore, come satirico e come uomo. Aggiungerei, anche, come medico: forse non tutti lo sanno, infatti, ma anche lui, come me, ha studiato medicina; e, a giudicare da certe sue uscite durante Sesso con Luttazzi, almeno durante certe lezioni stava molto attento.

Sapete che vi dico, anzi? Sono anche abbastanza sicuro di poter dire che Luttazzi sempre resterà, per me, un riferimento: ne abbiamo passate tante, insieme. L’editto bulgaro, la nuova censura a La7, alcune sue prove non esaltanti, certe frasi che non ho condiviso sulla libertà di satira, le stucchevoli polemiche seguite al suo (grandioso) monologo durante Raiperunanotte. Nessuna di queste cose è riuscita a, come dire, allontanarmi da lui. Lo so che ve lo state chiedendo tutti: no, non ci è riuscita nemmeno l’annosa questione dei plagi alle battute di altri comici.

Capiamoci: sulla questione, mi è sempre rimasta un’ombra di legittimo sospetto. Luttazzi ha sempre provato a spiegare che sì, è vero, copia, ma che lo fa per tutta una serie di motivi ben precisi: intanto, per chiudere la bocca a chi dice che non fa satira (“ecco qua, queste sono battute di alcuni dei più grandi autori di satira di tutti i tempi. Vogliamo ancora insistere che non è satira?”); due, per fare un gioco intellettuale con chi, come lui, quegli autori li conosce (Luttazzi chiama questo gioco “caccia al tesoro”); tre (forse il più importante) per inserire quelle battute (che forse sarebbero state altrimenti condannate all’oblio: ma questa è una mia interpretazione) in contesti e luci nuove. Insomma: Luttazzi vede la satira come inserita a pieno titolo nel capitolo del post-moderno, che della citazione e dell’ammiccamento fa uso a piene mani (chi fosse interessato a questo argomento può approfondirlo – insieme a molti altri – qui)

Per inciso, bisogna dire che queste spiegazioni raramente sono riuscite a raggiungere il grande pubblico: ogni volta che ci hanno provato, sono state soverchiate dalla shitstorm scatenata da megafoni interessati: e non parlo solo di giornalisti al soldo della sua Nemesi, ma anche di colleghi invidiosi della sua manifesta superiorità, cui faceva comodo far credere che “la concorrenza” si fosse limitata a rubare spizzicando a destra ed a manca battute dai migliori comici di tutti i tempi (il che è già meritevole, in tempi in cui i nuovi comici copiano da Ezio Greggio).

Ora: quest’ultima considerazione è palesemente riduttiva; Luttazzi ha scritto migliaia e migliaia di battute, e molte di quelle erano sue, originali. In più, checché ne dicano i critici, io ricordo distintamente di averlo sentito parlare della “caccia al tesoro” prima che montasse la polemica del “Luttazzi copia!”. In definitiva, e sapendo di parlare per me, posso dire che ritengo che Luttazzi sia stato, a tratti, un po’ paraculo, andando a rubare la battuta di qualcun altro perché era troppo bella per non completarne una sua (ed appunto in questo senso l’ho ironicamente citato nell’ultimo Del peggio del nostro peggio), ma che ritengo che lui davvero creda nella giustezza della citazione e del pastiche anche in ambito satirico. Tutto sommato, così facendo Luttazzi riconosce la grandezza di chi lo ha preceduto ed è meritevole di citazione e, considerandoli degni di essere considerati delle autorictas tanto quanto Sant’Agostino o William Faulkner, eleva la satira, considerata troppo spesso parente stretta della propaganda, ad arte.

Il vero errore di Luttazzi, comunque, è stato forse credere che il pubblico fosse pronto ad un discorso culturalmente elevato come il suo: viviamo ancora in tempi pieni di retaggi romantici, in cui siamo ancora convinti che l’artista migliore sia il primo ad avere l’idea, e non quello che quell’idea, facendo leva sulla sua tecnica, riesce a metterla meglio a frutto; senza considerare che comunque è un buon artista anche chi non “partorisce” un’opera migliore, ma riesce comunque a mettere “l’idea” in una nuova luce.

Certamente, molto portava a pensare che i tempi fossero maturi: sono ormai quasi trent’anni che Quentin Tarantino porta in giro per il mondo (convicendo pubblico e critica) opere che fanno, appunto, del citazionismo una delle proprie ragion d’essere. Mentre rileggevo per l’ennesima volta quell’articolo di Luttazzi che parla della satira come di un’arte post-moderna, mi chiedevo: perché nessuno ha mai detto che Tarantino copia?

La risposta è semplice, e non va cercata nell’ambito politico quanto nell’ambito artistico: nessuno dice che Tarantino copia perché tutti si rendono conto che, appunto, Tarantino cambia il contesto in cui rifa (a volte inquadratura per inquadratura) i registi che sta citando; e se ne rendono conto perché, spesso, lo spostamento di senso che Tarantino imprime a scene che gli sono piaciute è molto ampio. Volendo lavorare di paradosso: se domani Tarantino girasse un film di fantascienza (cosa che purtroppo non ha ancora fatto) e nell’ultima scena rigirasse, pari pari, solo con pistole laser, il triello finale de “Il buono, il brutto e il cattivo”, chiunque si renderebbe conto che quello non può essere considerato un plagio, perché troppa è la distanza tra i due generi, quello del film che sta citando e quello del film che viene citato.

Ora, il fatto è che Luttazzi, molte volte, ha fatto esattamente questo: ha citato un triello western in un film di fantascienza. Se noi ci ostiniamo a dire che copiasse oltre il limite del peccato veniale, è solo perché siamo profondamente ignoranti nel campo della comicità, e non ci rendiamo conto di quale sia il contesto comico. Non sappiamo distinguere tra una battuta di satira ed uno sfottò d’alleggerimento; non sappiamo riconoscere la tecnica e “la trama” della battuta; non riusciamo a comprendere il personaggio messo in scena eccetera eccetera.

Non voglio fare qui del moralismo: non credo che la colpa di questo vada ricercata nei vari “Colorado Cafè” e “Zelig”, che sono sì pessimi programmi comici (Zelig per altro, nei primi tempi, poteva vantare un buon rooster di comici, ed in parte anche Colorado); quelli semmai sono la conseguenza di un difetto di comprensione del comico che, almeno secondo me, trova le sue ragioni nella storia ed anche nella biologia.

Pensiamoci: Eschilo (il primo autore tragico di cui abbiamo notizia) moriva più o meno nei tempi in cui nasceva Aristofane, che è invece il più antico dei comici di cui ci sia rimasta menzione scritta (Aristofane per altro era un satirico ed un conservatore: un bello schiaffo in faccia per chi crede che la satira sia di sinistra di default); tra Aristofane ed Omero o Esiodo, che insomma non sono rimasti famosi per le loro doti di barzellettieri, passano qualcosa come almeno trecento anni. Forse c’entra la scarsa considerazione di cui il comico ha sempre goduto, eh; ma io penso che il comico sia nato effettivamente dopo il tragico. Per una ragione puramente biologiche.

Parliamoci chiaro: muovere al pianto è molto più semplice che muovere al riso. Il tragico, in fin dei conti, richiede soltanto un’immedesimazione con la persona di cui stiamo leggendo le traversie: immedesimazione di cui sono capaci anche alcune specie che ci “precedono” nella scala evolutiva (lo so che vedere la scala evolutiva come una linea retta non è corretto: accettate questa mia semplificazione) e che, probabilmente, ha il proprio correlato biologico nei famosi “neuroni specchio“, la cui esistenza è stata scoperta proprio in delle scimmie. D’altronde, non era attraverso questa immedesimazione che Aristotele diceva si producesse la catarsi?

Il comico, invece, mette in gioco le funzioni cosiddette superiori: il pensiero astratto, il linguaggio, la memoria; e non per niente, Daniele Luttazzi ripete spesso che la satira è “un punto di vista e un po’ di memoria”. Queste funzioni hanno sede nel telencefalo, cioè nella porzione più “alta” del nostro encefalo; la porzione che, per altro, si è sviluppata più di recente.

Sappiamo dall’embriologia che l’ontogenesi (cioè lo sviluppo dell’embrione) ripete la filogenesi (cioè lo sviluppo della specie): le caratteristiche di quello che diventerà un uomo formato compaiono nello stesso ordine con cui sono comparse durante l’evoluzione. Il telencefalo è una delle ultime porzioni del nostro corpo che si sviluppa (il suo sviluppo, anzi, termina in parte dopo la nascita): è troppo azzardato spingersi ad affermare che anche lo sviluppo culturale ripete questo andamento? E che, quindi, anche l’apprezzamento per un’arte che richiede un grande intervento, appunto, di aree telencefaliche, nasca e si sviluppi, giungendo a piena maturazione (maturazione che ancora non ha raggiunto, evidentemente) solo migliaia di anni dopo quella di arti che richiedono correlati neurologici molto più primitivi (come ad esempio la pittura)?

Francamente, non so se quest’ipotesi sia troppo temeraria. Quel che è certo è che, giusta o ingiusta che sia, l’amore per la comicità ne ricaverebbe grande vantaggio in ogni caso, se qualcuno consentisse a Daniele Luttazzi di tornare sul teleschermo.

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18 thoughts on “Daniele Luttazzi, la comicità e la biologia

  1. Non saprei, personalmente Luttazzi non mi ha mai entusiasmato, nel senso che non ho mai riso di gusto alle sue battute. Va chiaramente a gusti, ma quello che non amo del paese tutto è questo identificare un artista per la sua preferenza politica, e quindi farselo piacere solo perchè si condividono certe idee. È altresì vero che è veramente assurdo che in televisione ci vanno alcuni personaggi e non altri, e che a decidere siano degli uomini politici, che dovrebbero pensare a ben altro. Mi auguro comunque che Luttazzi torni, innanzitutto perchè so che ti farebbe piacere, e poi perchè significherebbe che anche da noi qualcosa sta finalmente cambiando.

      • Non mi riferivo sicuramente al tuo caso, perchè è indubbio che tu conosca il personaggio e ne abbia seguito vicende e spettacoli. Non avendo una decisa posizione politica, mi accorgo che molte persone diano per scontato amare alcuni artisti piuttosto che altri senza realmente conoscerne le capacità artistiche.

  2. ammetto che, letta così, è una prospettiva accattivante. non mi fa impazzire “l’ultimo” luttazzi che ho letto ma ho un’immagine molto positiva del primo (visto anche dal vivo, per altro, in teatro, ed è tutta un’altra storia).

  3. Non ho mai amato molto Luttazzi, penso che a parte chi identifica un comico con le sue idee e lo ama per questo (che è effettivamente un po’ riduttivo), non esista niente di più soggettivo della comicità. Mi hanno colpito alcune coincidenze con il “mio” punto di riferimento personale (Robin Williams), accusato anche lui (probabilmente da qualche collega invidioso, anche se non sono del tutto da escludere motivazioni “politiche”) di rubare battute ad altri, quasi sicuramente ingiustamente. Nel suo caso l’illazione non ha avuto molto seguito perché erano talmente evidenti le sue doti di improvvisatore, creativo, inventore, talmente visibile a occhio nudo la sua capacità di “inghiottire il mondo e restituirlo robinizzato”, per dirla con Henry Winkler, che davvero era difficile per chiunque crederci. Però ho trovato molto interessante il tuo approfondimento anche per così dire teorico, sulle idee e la cultura di fondo da cui Luttazzi parte (e Robin era un appassionato di neuroscienze, tra molte altre cose, e un giorno aveva detto che in una ipotetica altra vita gli sarebbe piaciuto anche fare il medico). Sono in buona parte d’accordo che muovere al pianto sia “più semplice” che muovere al riso. Però credo anche che il dolore sia “necessario” al riso, forse il riso viene dopo perché viene quando si impara, come diceva Chaplin, a “prendere il proprio dolore e giocarci”, che indubbiamente richiede le doti superiori di cui parlavi tu.

    • Grazie del lungo ed interessante commento, sono anche io un grande fan di Robin Williams ma credo che lui si muovesse un po’ al confine tra i mondi del “riso” e del “pianto”; condivido per altro il tuo giudizio… e lo condivide anche Luttazzi, che più volte ha citato l’aforisma di Lenny Bruce: commedia=tragedia+tempo.

      Sul resto, questo è un altro elemento che dimostra la nostra profonda ignoranza sul tema comicità. Noi pensiamo che il più della “difficoltà” di una battuta sia scriverla: ed invece no, anche la parte recitativa (comprensiva, ovviamente, di tutte le improvvisazioni che un comico bravo può fare “sentendo” gli umori del pubblico) ha una sua grande importanza. Per questo (anche se mi manca l’elemento chiave, appunto il contatto col pubblico) ho voluto rendere Del peggio del nostro peggio una rubrica non solo scritta, ma anche recitata.

      • Pensavo di essere l’unica “pazza” ad avere un comico come stella guida e ritenerlo persona di particolare spessore proprio, tra l’altro “in quanto comico”. Lo so, Robin non era certo solo un comico, anzi, qui in Italia è più conosciuto come attore e lì effettivamente si muoveva un po’ sul confine di cui parli tu. Ma in America è soprannominato “l’uomo più divertente del mondo” e a me ha sempre fatto ridere più di chiunque altro. Dicevo tempo fa che ancora adesso considero ridere delle sue cose come una forma di rispetto.
        Devo recuperare i post della tua rubrica che mi sono persa!

  4. Luttazzi non mi è mai piaciuto, in parte per quella supponenza da “io sono io e voi non…” e molto per quella comicità troppo all’americana. Anni fa, per migliorare il mio inglese-americano, mi guardavo più volte alla settimana David Lettermann, Jay Leno e altri comici simili ma in generale non mi sono mai piaciuti veramente… Alla fine le cose più divertenti erano i musicisti che suonavano dal vivo! Poi ho smesso di guardarli…

  5. L’anno scorso uno dei responsabili del killeraggio contro Luttazzi ha confessato: truccarono i fatti non raccontando tutta la storia (che cioè Luttazzi lo fa apposta e da lui avevano saputo delle citazioni da trovare!) e gli ha chiesto perdono, mettendosi a disposizione della stampa. NESSUN GIORNALE NE HA PARLATO, ovviamente. E’ tutto in questo blog che smonta coi fatti tutte le balle che quelli di Satiriasi diffusero all’epoca.: https://goo.gl/W0M8QO Furono i mediocri vigliacchi di Satiriasi (Giardina e Raimondo in prima fila) nel giugno 2010 a “darsi un gran daffare” sul web per sputtanare Luttazzi.

    • È noto che la “scoperta” della caccia al tesoro fu immediatamente strumentalizzata dagli avversari di Luttazzi: le Iene che lo inseguono per dileggiarlo sono l’esempio paradigmatico.

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