Rispetto

In una delle pagine del bellissimo “Il teorema del pappagallo“, l’autore, Denis Guedj, fa ricordare al protagonista, l’anziano Pierre Ruche, un passo dell’Iliade in cui Aiace, rimasto il più forte tra i greci dopo il ritiro di Achille in rotta con Agamennone, deve difendere le navi achee da una sortita dei troiani. Apollo, tuttavia, in ira con gli Achei (ma tutti con la a, in questa storia? E pensare che a risolverla sarà uno il cui nome inizia per u…), fa scendere sui combattenti greci una fitta nebbia, che impedisce loro di vedere gli avversari. A questo punto, Aiace si inginocchia (o, almeno, così mi piace immaginarla) e supplica il dio del sole con queste parole: “Facci morire, ma alla luce del sole”.

Ora: io non mi ricordo se questo passo, nell’Iliade, ci sia davvero, o se Guedj se lo sia inventato. Fatto sta che lo adoro. E che, da quando l’ho letto, ho sempre cercato di farne un principio di vita.

Temo sia questo che mi impedisce di essere un tifoso. Posso cercare di tenere a bada il mio senso critico finché voglio, ma prima o poi (è inevitabile) salterà fuori facendomi dire la frase sbagliata al momento sbagliato. Quattro anni fa, durante la finale dei precedenti europei (quella che l’Italia perse “per un pelo“), rischiai di farmi ammazzare quando commentai con un “bello…” al primo gol degli iberici. Per me era normale: che altro volevi dire? Avevano fatto quindici passaggi tra di loro mentre gli azzurri continuavano a correre in giro spaesati come un paziente con l’Alzheimer abbandonato al centro di Manhattan con una cartina di Viggiù; cross in mezzo; colpo di testa; gol.

Ma il vero problema è che non solo io non riesco ad essere tifoso, ma vedo anche con un certo fastidio il tifo. Non riesco a capacitarmi che qualcuno, magari una persona che reputo nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, diventi improvvisamente cieco quando undici adulti in pantaloncini corti (o anche sei pallavolisti, o quindici rugbisti, è lo stesso) gli sventolano davanti agli occhi dei colori che per lui hanno un significato particolare.

(Paradossalmente, l’unica volta in cui ho sentito un inspiegabile senso d’appartenenza salirmi dentro è stato al centro di piazza del Campo, mentre guardavo la Torre del Mangia e sentivo crescere dentro di me un’assurda quanto invincibile simpatia per la Contrada Sovrana dell’Istrice. E infatti oggi non è stato un giorno molto felice per me).

Ma sto divagando. Il punto è che quell’improvvisa cecità, che mi sembra più prossima ad un invasamento religioso che ad una manifestazione di competitività (che è un altro sentimento che poco capisco, ma comunque), non la comprendo (anzi, forse meno che negli altri casi) neppure quando i colori sventolati davanti agli occhi delle persone che solitamente reputo nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali sono quelle che dovrebbero rappresentare lo stato in cui, per un curioso scherzo del caso, abbiamo avuto la ventura di nascere. Penso sia proprio questo il punto: possibile che dobbiamo sentire l’obbligo di tenere per qualcuno, solo perché, per un concorso di biologia e storia su cui non abbiamo potuto avere alcun controllo, siamo nati entro i suoi stessi, labili confini?

Ma d’accordo, ho rinunciato da tempo ad imporre le mie opinioni al prossimo; quel che vorrei, però, è che quanto meno venisse rispettato un minimo di decenza. Dato che questo non avviene, quando gioca la nazionale io, che pure amo il calcio, evito televisioni, maxischermi e consimili come l’Ebola. Non tanto per la partita e per i continui, insopportabili rimbrotti all’arbitro o a questo o quell’avversario, quanto soprattutto per la telecronaca. Posso non trovare nulla da dire sul fatto che l’amabile signore che sta seduto accanto a me al pub urli all’arbitro (che dubito possa sentirlo) che la di lui madre frequentava le case di tolleranza più che i salotti della Crusca, e che lo faccia perché questi abbia pensato di ammonire un povero azzurrovestito colpevole solo di aver causato una complicata serie di fratture craniche (cit.) ad un avversario dialtrocolorevestito; quello che non posso accettare è che la stessa cosa (magari non in questi termini, ma quasi) la dica il giornalista che sta commentando l’incontro. Perché ricordiamocelo: quello che sta lì e fa il tifo con tutti noi, solo pagato coi soldi del canone, è un giornalista. Penso di averla già scritta, questa cosa, ma non mi ricordo dove, e quindi la ripeto: cosa ne direste, se uno che segue la cronaca parlamentare raccontasse con la stessa parzialità una votazione in aula? Sarebbe già andato a finire tra i candidati al “Premio Stercorario” di beppegrillo.it (a meno che, ovviamente, non avesse preso le parti del Movimento).

Questi Europei, che per l’Italia sono finiti stasera, non hanno fatto eccezione, da questo punto di vista; e devo dire che, data la scarsa qualità del calcio espresso finora, non li ho seguiti con molto interesse se non per due cose: le cronache del Team (n)Euro 2016 (qui trovate l’ultima scritta) ed il commento in diretta della Gialappa’s a Rai dire Europei. Che, avrà ragione plus1gmt quando dice che sono trent’anni che fanno sempre lo stesso numero, ma c’è da dire che è un numero che sanno fare bene. E che fa morire dal ridere.

E quindi, anche stasera ho messo a Rai 4 e mi sono preparato alla mia dose di calci alle gambe (ne ha presi tanti soprattutto Sturaro, credo perché indossava le scarpe di due colori diversi) e commenti salaci. Solo che a Rai 4 mi si è presentata davanti una distesa di neve, con un uomo che correva sotto un cavalcavia. Mi sono stupito ma meno di quanto si possa pensare: uno che correva c’era, e già. Gli archistar ci hanno in fin dei conti abituati a stranezze ben maggiori, di uno stadio alto e lungo quanto un cavalcavia. Riguardo alla neve… oh, mai sentito parlare di effetti del riscaldamento globale? Senza considerare che a Roma è capitato (pare) anche ben prima che venissero inventati non solo i gas serra, ma proprio le serre.

Ho creduto di avere qualche possibilità di vedere la partita senza gli irrinunciabili commenti di Walter Zenga, fino a quando una scritta in sovraimpressione non mi ha informato che la puntata di Rai dire Europei non sarebbe andata in onda per rispetto delle vittime dell’attentato di Dacca.

L’Italia ha perso, e l’unica cosa per cui mi dispiace è che così mi hanno bruciato una battuta per il prossimo Del peggio del nostro peggio. Nonché che un gruppo di vecchi volponi, come quelli della Gialappa’s, si sia fatto fregare così dall’ipocrisia della tv di stato. Quella tv che stabilisce non solo delle gerarchie di tifo, sulla base del posto in cui le persone sono nate, ma anche una gerarchia sui morti.

Le 42 vittime dell’attentato di Istanbul non meritavano rispetto? La sera in cui i loro cadaveri dilaniati erano ancora caldi si poteva scherzare sulla pettinatura di questo giocatore o sul tiro di stinco di quell’altro, ed adesso, solo (occhio al corsivo) perché tra le vittime ci sono nove persone che parlano la vostra stessa lingua, allora bisogna rispettare il dolore di questo e quello? E non mi si venisse a dire che è rispetto per i parenti di quei morti: che queste persone (a cui ovviamente tutti esprimiano cordoglio, ci mancherebbe) dubito che abbiano passato la serata a guardare la televisione.

E se anche l’avessero fatto: qualcuno deve allora spiegarmi perché le battute della Gialappa’s avrebbero dovuto offenderlo nel suo cordoglio e quelle, stucchevoli e tese a venderci materassi, dentifrici ed auto sportive possibilmente con dentro belle donne, che interrompono il gioco ad ogni break pubblicitario, no.

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12 thoughts on “Rispetto

  1. -Ma quindi c’è qualcuno che sopravvive al Palio! Come è stare ventordici ore in mezzo a quella piazza?
    -Sulla questione del rispetto la penso allo stesso modo, ma stento a credere sia stata una scelta dei Gialappi. La Rai ha bloccato alcuni programmi a caso del palinsesto (oltre a Rai Dire Europei, anche il quiz Reazione a Catena non è andato in onda – nonostante Amadeus faccia obiettivamente piangere) e ne ha tenuti altri, sempre a caso (come il post-partita “Il Grande Match”, presentato da Insinna, altro elemento discutibile).
    Voglio sperare che tre scafati volponi politicamente scorretti quali i Gialappi – sebbene in una versione più “borghese” rispetto agli esordi – siano gli ultimi a pensare “ok, sono saltati in aria nove italiani, mi raccomando, stasera non possiamo dire che la Germania pastura gioco, o che Eder ha tirato una squallida spelonca”. Non ce li vedo proprio.

    • Però è l’unica spiegazione che so darmi.

      P.S.: io il Palio lo vivo solo televisivamente, non sono neppure di Siena. Per questo dico che è assurdo! 🙂
      P.P.S.: Pellè che “minaccia” di fare il cucchiaio a Neuer sono cose che fanno male al calcio.

      • Allora mi sa che ho letto male, avevo capito che eri stato in piazza a vederlo!
        Pellè sì, poteva risparmiarselo, ma se avesse segnato, sarebbero comparsi editoriali celebrativi sul proverbiale ingegno italico, sulla malizia che ci contraddistingue da generazioni, e via andare 🙂

      • Anche se bisogna ammettere che la vera figura di palta l’ha fatta Zaza. Mi sto ancora chiedendo come gli sia venuto in mente di prendere la rincorsa in quel modo.

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