Sarà vero? – Cap. Neurosurgery Kid

Copio-incollo, variando dove mi è necessario, l’introduzione che il buon clipax premette a ciascuno degli articoli che fanno parte di questa sua (bella) rubrica. Di cui trovate qui l’ultima puntata.

Per questa mia incursione – spero non sgradita – in quel mondo, che si ambienta – spoiler! – in un ospedale, ho deciso di richiamare sulla scena Neurosurgery Kid. Tranquilli, è solo un breve spin off, e non la preparazione per una nuova serie (per la serie che si spera partirà per la stagione autunnale, magari ci risentiamo un’altra volta).

[Sarà vero è una rubrica tra l’incubo e la realtà, tra il drammatico ed il grottesco, tra verità e menzogna su fatti forse accaduti o probabilmente solo temuti, quasi certamente reali in un’altra dimensione. O anche in questa, ma l’autore non si piglia responsabilità: se vi riconoscete in uno dei personaggi, il problema ce l’avete voi].

Nadia (nome di fantasia) era uscita per andarsi a fare un giro in moto, ma le cose non erano andate esattamente come aveva sperato. E sì che sua madre glielo diceva sempre, che per una signorina la moto non stava bene. Ma la madre era una donna di altri tempi, non l’aveva mai capita, e comunque era morta da tempo e lei era abbastanza grande da essere già madre ed anzi nonna, figurarsi se non poteva permettersi di decidere di prendere la moto ed andarsene a fare un giro su per le montagne abruzzesi.

Quando mi disse quanti anni aveva, mentre le facevo la cartella clinica, rimasi stupito. Le rughe c’erano certo; e c’era anche quello strano sovrappeso che colpisce gli uomini e le donne oltre una certa età. Ma sessantacinque anni, no, davvero, non glieli avrei dati mai. Era ancora piacente, vi dirò; quasi (scusate se la metto così), ancora in età per essere considerata una milf, e non una nonna che accompagna i figli ad arrampicarsi dentro qualche trappola travestita da giostra.

Due mesi nel nostro reparto le scaricarono addosso tutti gli anni che aveva cercato di fuggire, continuando a giocare a tennis nonostante i suoi figli le dicessero (come aveva fatto per anni la sua insopportabile madre) che non aveva più l’età e cercando di evitare quell’alimentazione da “ma sì, tanto tra poco devo morire”, pure quella tanto comune tra gli anziani (mia nonna mangia così, ad esempio). Ed andando in moto. La moto che, alla fine, l’aveva tradita: che sulle montagne abruzzesi, d’inverno, è meglio non girarci in moto, se non le si conosce bene. E Nadia, che era di Roma (per quanto di Roma est, quasi sui colli che cingono la valle dell’Aniene), non le conosceva bene affatto. E non sapeva che ci sono dei tratti di strada talmente indovati tra le montagne, che il sole non ci batte mai, e puoi trovare una lastra di ghiaccio anche a mezzogiorno. Aveva frenato al momento sbagliato. La moto era scivolata via. Lei aveva battuto il collo contro il guard rail. Subito, si era resa conto che non sarebbe più stata in grado di muovere né braccia, né gambe, e che l’unica cosa che le rimaneva da fare era guardarsi intorno alla ricerca di un po’ di pietà (o, il che accade più spesso, allontanando l’eccessiva pietà).

Sarebbe stato già abbastanza, uno potrebbe dire, se credesse ad una qualche divinità; ma, evidentemente, non era così. Perché, durante gli accertamenti di routine, che seguono a qualunque trauma, una TAC dispettosa aveva scoperto che la sua colonna vertebrale non si era spezzata solo dove aveva battuto. C’era qualcos’altro, un po’ più in basso. Quella che aveva tutta l’impressione di… ma vuoi vedere che… perché non facciamo qualche accertamento?

Una metastasi da carcinoma mammario. Di cui la signora non si era mai accorta (o aveva voluto far finta di non accorgersene). Si pone l’annoso problema: glielo diciamo? Non glielo diciamo? Le sue prospettive di sopravvivenza sono quelle che sono; anche perché, in queste condizioni, chi volete che le metta le mani addosso? (frasi come queste si sentono spesso, in reparti come il mio – o dovrei dire, come quello che era il mio)

Ma è lei a cavarci d’impaccio: una notte di festa decide, bel bella, di smettere di respirare. Non è raro, tra chi si rompe il collo. Un rianimatore capace fa in tempo ad arrivare prima che la signora ci lasci le penne; e chissà (quella notte io non c’ero) se anche a lui la signora non abbia rivolto quello sguardo di rimprovero di chi, appunto, riconosce l’eccessiva pietà.

Sta in rianimazione due settimane; poi torna da noi. Un giorno, mentre mi aggiro come un fantasma (o forse sarebbe meglio dire come un Dissennatore) per i corridoi del reparto, dalla porta di una stanza sento provenire parole che conosco:

May you always be courageous, stand upright and be strong

Bob Dylan. Forever young. Nella sua stanza. Entro.

Lei mi guarda con gli occhi di chi si vergogna e si arrabbia per essere stata colta in un momento di debolezza; poi, recuperando una parvenza di opportunità sociale, ansimando (come ansimano tutti i pazienti che hanno ricevuto una tracheotomia) mi dice: “Devo spegnere, dottore?”.

Sto per dirle di no, quando arriva lui. E non posso fare come clipax, che affida ad un link la rivelazione su chi sia lui: perché lui non è abbastanza famoso da avere una pagina Wikipedia. E perché rischio una denuncia per diffamazione.

“Che cos’è tutto questo casino?” urla. “Qua siamo sempre in un ospedale, non in una discoteca!”. Mi guarda, come se fossi io la causa di “tutto quel casino”; non volge un occhio sulla signora. Lei mormora (non capisco se perché non può fare altro, o perché umiliata da quel comportamento) uno “scusi”; ma lui non la sente. Si è già girato e sta lasciando la stanza. Poi, come ricordandosi, torna indietro, mi afferra per un braccio e porta anche me fuori dalla porta.

Sento di dover dire qualcosa a mia volta. L’unica cosa che riesco a mettere insieme è un “ma la signora è malata…”. Patetico. So già cosa sta per succedere. E infatti.

Lui mi fulmina con gli occhi. “Tutti abbiamo i cazzi nostri. Questo reparto è pieno di malati. E io stamattina mi sono svegliato con un mal di testa pauroso. E tutto quel casino mi da fastidio”. E poi si avvia, tornando al posto da cui è uscito, urlando, frattanto, tanto forte da far riprendere due pazienti in coma.

Ok, un gioco è bello quando dura poco, e quindi ve lo dico: no, non è vero. Questa storia non è mai accaduta (non in questo modo e con questi personaggi). Ma avrebbe potuto, ne sono sicuro; e, in quel caso, lui sarebbe stato uno dei baby boomer che stanno invecchiando di cui parla proprio clipax in questo post.

Ho imparato qualcosa, infatti, in questi due anni che lavoro, e che qualcuno di loro l’ho incrociato in corsia: ed è che non si lamentano solo del fatto che, nella società che loro hanno costruito, i vecchi non vengano rispettati. E che se ne lamentino ora, che loro stanno invecchiando, e non prima.

Un’incoerenza piuttosto coerente, la loro, c’è però da dire. Parliamo sempre della generazione che fece il ’68, e poi visse sulla cresta dell’onda la Milano da bere.

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