Due cose sul disastro ferroviario di Corato

E non due per modo di dire. Due di numero, ed adeguatamente numerate.

Che, quando ci sono (al momento in cui scrivo) ventisette cadaveri che la parvenza di vita non ha ancora abbandonato, ed almeno cinquanta persone che si tengono aggrappate ad ogni respiro, io trovo che sia sempre vera la massima di Karl Kraus:

chi ha qualcosa da dire, che si faccia avanti e taccia.

1 – Nessun uomo è un’isola

Ho sempre trovato che fare discorsi ai funerali sia una cosa stucchevole ed inutile. Il fatto che un funerale sia, per così dire, multiplo, non mi smuove da questa convinzione.

La mia non è insensibilità, semmai il contrario: le parole di chi è chiamato sul pulpito a dire qualcosa del “caro estinto” non giungeranno alle orecchie di chi ne avrebbe più bisogno, ancora intontito dalla dipartita (ancor di più, se questa è avvenuta nel modo più imprevedibile che si potesse immaginare, come nel caso di Corato) e, contemporaneamente, lasceranno indifferenti o addirittura irriteranno coloro che sono “più distanti” dal defunto.Questa è una verità che ho avuto modo di mettere alla prova diverse volte, nei ventisette anni che ho trascorso su questa Terra.

Sono arrivato anzi alla conclusione che se, proprio, qualcuno sente il bisogno di aggiungere qualcosa alle rituali e dunque prevedibili parole che il sacerdote ha già pronunziato (ma le sue le perdoniamo, in fin dei conti è il suo lavoro), di fronte ad una platea che il dolore, il rispetto e, in qualche caso sfortunato, le convenzioni hanno radunato, io imporrei per legge (essendo nell’impossibilità di fare quel che fece John Cleese al funerale di Graham Chapman) che quel qualcosa fossero quei famosi versi di John Donne:

Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un brandello del continente, una parte del tutto. Se una zolla viene portata via dall’oceano, l’Europa ne è diminuita, come se lo fosse stato un promontorio, come se lo fosse stata la casa di un tuo amico, o la tua. La morte di qualunque uomo mi diminuisce, perché io faccio parte dell’umanità. E dunque, non mandare mai a chiedere per chi sta suonando la campana: sta suonando per te.

Questi versi, infatti, hanno la rara capacità di risaltare non solo per la loro potenza ma, anche, per la loro profondità. Da un lato, nessuno è mai riuscito ad esaltare con eguale trasporto la figura di chi è appena trapassato: cosa ci può essere di più toccante che affermare che perdere chi stiamo piangendo è stato come perdere quello che è il simbolo stesso dei nostri affetti, dei nostri desideri, dei nostri sogni, quello che è il luogo in cui ci rifugiamo quando tutto sembra andare storto, e dove solo possiamo essere noi stessi, e cioè casa nostra?

Dall’altro, Donne ha avuto l’acume di notare, quattro secoli prima che ce ne accorgessimo anche noi (ed in un momento in cui accorgersene era politicamente e socialmente favorevole un po’ per tutti) che chi muore non è come noi.

Chi muore siamo noi. E la tragedia di Corato non fa che confermare questa sua intuizione.

Cosa ci facevano Serafina Acquaviva, Gabriele Zingaro, Michele Corsini, Giulia Favale e le altre ventitré persone che vi hanno perso la vita, su quel treno? Andavano (o tornavano) da scuola, o dal lavoro; andavano (o tornavano) da una vacanza; andavano a trovare un amato o tornavano dopo averlo lasciato o esserne stati lasciati; si spostavano per festeggiare dopo un esame andato bene, o per farsi consolare dopo uno andato male; andavano ad un funerale, o a fare l’amore; in una parola, facevano quello che facciamo tutti, ogni giorno della nostra vita. E, come tutti, ogni giorno della nostra vita, non potevano sapere che, come dice il poeta, c’era la Morte, quel giorno, che li aspettava.

Parlando proprio di un luogo in cui i treni si fermano, ed in cui, in altri tempi, sono morte altre persone, qualche tempo fa, dicevo di Sartre e di quelle sue parole definitive: “siamo condannati a scegliere”. In qualche caso, a scegliere il Caso (mi si scusi il bisticcio).

Quante scelte facciamo, ogni giorno, senza fermarci troppo a riflettere sulla vertiginosa quantità di effetti che potrebbero o non potrebbero conseguirne? Venerdì prossimo devo andare a Roma, ed avevo due scelte, per l’autobus da prendere: le 08.35 e le 09.45. Ho preso la mia decisione affidandomi a poche, risibili, variabili. Quali conseguenze potrebbe avere su di me, questa scelta? Potrei fare o non fare un incontro? Potrei vedere o non vedere qualcosa che cambierà la mia vita?

Potrei morire?

Sono sicuro che, tra i morti di Corato, non mancano persone che hanno scelto il Caso, ptropio come ho fatto io per quel che riguarda il mio viaggio di venerdì. E vedete bene che, ancora una volta, quei morti non sono come noi: quei morti sono noi.

Proprio alla luce di questo, trovo sempre sorprendente quanto le persone si interessino alle piccole storie personali di ciascuno dei defunti; paiono non aver capito, ancora, che in tutte queste grandi tragedie non è all’opera un grande drammaturgo, ma uno degli anonimi capocomici della Commedia dell’Arte: c’è un canovaccio da seguire, più o meno simile ogni volta, e gli attori recitano a soggetto, secondo ruoli ben definiti. Ed infatti, c’è sempre il Bambino, l’Eroe, lo Sfortunato ed una serie di maschere simili. Maschere che, appiccicate sul loro volto, finiscono per sminuire i protagonisti della tragedia.

Davvero vorreste che quelle persone (che siete voi) vengano ridotte a sconosciuti attorucoli di provincia, che fanno (male) Arlecchino o Pulcinella?


2 – La tenerezza

E qui cercherò di andare molto più spedito, che le cose che ho dire sono poche e tra l’altro le ho già dette. Ho già detto, ad esempio, che l’Italia è sempre il paese dove tutti (ma soprattutto i giornalisti), dopo, sapevano già tutto prima. Ed è anche il paese in cui, dopo, tutti erano sempre stati scandalizzati già prima.

Ed in questo senso, farebbe appunto quasi tenerezza vedere un articolista de “La Stampa” osservare scandalizzato che non può esistere che, in un paese, da un lato ci sia l’Alta Velocità che va a tutto vapore (si fa per dire, ovviamente) e, dall’altro, treni di pendolari che rischiano frontali le cui conseguenze assomigliano, nelle parole di uno dei testimoni, ad un disastro aereo.

O, per meglio dire, farebbe tenerezza se, fino a ieri l’altro, i colleghi dell’articolista in questione non fossero stati dei fieri difensori della linea ad alta velocità che (dovrebbe) passa(re) vicino vicino a casa loro. A volte macchiandosi, nel portare avanti questa difesa, di errori davvero marchiani.

Sarà meschino ma, lo ammetto, in queste situazioni io mi sento un po’ defraudato: che io sono anni, che scrivo che ben altre (sì, soffro anch’io di benaltrismo) dovrebbero essere le priorità di questo paese, piuttosto che l’alta velocità per movimentare una quantità irrisoria di persone e merci. Ai tempi, proposi di dirottare i finanziamenti per quella e molte altre Grandi Opere sulla prevenzione del dissesto idrogeologico (di cui tutti piangeremo i morti, al prossimo acquazzone); ma non sono un tipo che non cambia mai idea e, dopo aver letto anche alcuni tragicomici reportage del mio amico ammennicolidipensiero, posso pure accettare che quei fondi vengano usati per permettere a chi, quotidianamente, si serve del treno per viaggiare, e viene trattato come un cliente di serie B solo perché non paga il biglietto di un Freccia, possano spostarsi in sicurezza.

Avanti, giornalisti de “La Stampa” (ma non solo), fate un passo in questa direzione e dimostrateci che non state solo scrivendo uno sterile peana: lanciate questa petizione sul vostro sito.

Garantisco per amme che la firmerà per primo, e poi si pure abbonerà al vostro giornale.

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9 thoughts on “Due cose sul disastro ferroviario di Corato

  1. La tua “tenerezza” è perfettamente condivisibile, ben poco da aggiungere. Sul punto “nessun uomo è un’isola” potremmo discutere per ore delle più sfaccettate inutili parole pronunciate, ma coerentemente con il tuo pensiero mi astengo.

  2. Uh, se c’è una cosa che proprio non tollero, son le vite dei morti -la maestra, il bambino eccetera -. Mi sembra il voyeurismo di chi sta a guardare che portano via il cadavere per poi raccontar la scena al bar. Dovrebbero vietarlo, di mettere in piazza la vita dei morti in questo modo. E poi penso a chi la legge, questa vita che si è persa, a chi ha bisogno della storia per provare pietà, che da solo non ce la fa a sentire che la campana è comunque per lui. Mi fa incazzare guarda, ma tanto che non lo so dire quanto. Oh mai un tossico di eroina che muore in ste cose qua, mai un pezzente, uno che gli trovano la pensione che aveva rubato alla vecchia….
    Va bene vado, smetto.

    • L’altra sera ne discutevo con una mia amica. E ci siamo chiesti: ma se una di queste persone chiedessimo perché si interessa delle vite di quei morti, saprebbe rispondere una qualunque cosa?

  3. commento al volo perché sai che son via e la connessione è un wifi d’appoggio, ma tenevo molto a leggerti in queste considerazioni.
    sottoscrivo tutto, ma proprio tutto, tranne l’abbonamento (il che non significa che non sarei il primo firmatario, anzi. in cambio offro… diffusione e visibilità – funziona così, giusto?)

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