Superstizione, in fin dei conti, significa fare sempre le stesse cose

Raccontano alcune fonti che Niels Bohr tenesse appeso, sulla porta di casa sua, un ferro di cavallo.

I suoi studenti, andando a trovarlo una volta, se ne resero conto, e ne provarono un certo disappunto.

“Professor Bohr” gli chiese qualcuno di loro “non vorrà dirci che crede a questa spazzatura!”.

“Assolutamente no” rispose Bohr “ma mi hanno detto che non è necessario crederci, per farla funzionare”.

Direi che posso dire di essere bohriano, in questo senso. Trovo la superstizione un fatto assolutamente ridicolo… eppure, l’anno scorso, per quel concorso che mi vide uscire insieme vincitore e sconfitto (e di cui ho parlato qualche volta anche su questi lidi), mi costruii tutta una serie di rituali, che rispettai poi nei minimi dettagli.

Trovo la superstizione un fatto assolutamente ridicolo… eppure, nei limiti del possibile, ora che una nuova edizione di quel concorso si sta avvicinando a me con una velocità oserei dire drammatica (se da domani fino a venerdì sera vi sembrerò un pochettino assente, ora sapete perché), sto cercando di rifare tutto quanto ho fatto l’anno scorso, quando gli eventi presero ad accelerare in maniera similare.

Mi rallegra che, anche quest’anno, il MIUR abbia deciso di assegnarmi ad una sede romana… stavolta, purtroppo, non a due passi da San Pietro. Ho fatto comunque finta di nulla ed anche quest’anno sono andato a dare un’occhiata al posto (un sopralluogo preliminare, se così vogliamo chiamarlo). Anche questa volta ho portato con me Anita. I ragazzi con cui ho parlato venerdì (era un venerdì anche quando piombai non invitato dalle parti della Basilica, ora che mi ricordo) sono stati molto più disponibili e cordiali della venerabile signora dell’anno scorso. Spero di non dover interpretare la cosa come un segno di sventura.

Come pure l’anno scorso, ho deciso di allentare la tensione che mi sta attanagliando con un bel concerto: l’anno scorso fu Tommy Emmanuel, a suonare via tutte le mie preoccupazioni; quest’anno è toccato ad un altro dei miei idoli: Neil Young. Quel concerto era gratuito; quello di questa volta decisamente non lo è stato (e non ringrazierò mai abbastanza Anita e mio fratello per avermi offerto la possibilità di trascorrere tre ore a neppure trenta metri da Neil). Rimane il fatto che in entrambi i casi, la location fosse quanto mai inusuale: allora, un piccolo paese di forse mille abitanti; l’altro ieri, le Terme di Caracalla.

Nel caso vi interessasse saperlo, il conerto è stato semplicemente splendido. A vederlo in foto, Young potrebbe sembrare uno di quei simpatici nonnetti che la sera, guardando l’ennesima replica de “La signora in giallo”, cadono addormentati non prima che Jessica Fletcher sveli chi è l’assassino, ma addirittura prima che il delitto venga commesso; ma con la chitarra in mano, da le piste ad un sacco di sedicenni. Ad un certo punto, Anita si è chinata verso di me e mi ha chiesto: “Scusa, ma dove si spegne?”.

Tra l’altro, Neil ha fatto proprio il concerto che ti aspetteresti da un bandito come lui: prima ci ha fatto credere che sarebbe stata una serata all’insegna della nostalgia e della leggerezza, sparandoci sul muso alcuni suoi classici (“Heart of gold”, per esempio) in versione acustica; poi, d’improvviso, sono entrati in scena alcuni figuri vestiti da disinfestatori (transizione che ho trovato quanto mai azzeccata), ed hanno inondato il palco di fumo; facendosi largo attraverso questo, sono entrati i Crazy Horse (la band che accompagna Neil Young dagli esordi). Da lì in poi, sono state due ore e mezza di rock duro, tirato e, soprattutto, anche abbastanza sconosciuto: il vecchio rocker canadese, di fatti, ha voluto dimostrarci che non è che ha scritto solo belle canzoni famose, ma anche (soprattutto) bellissime canzoni poco note. Unico contentino per chi era venuto al concerto sperando di sentire quel che conosceva già (intenzione per me incomprensibile, ma ognuno): “Keep on rockin’ in the free world” in chiusura di serata ed “Hey hey my my” (mi stavo commuovendo, a “once you’re gone/you can’t come back”) come bis.

A conti fatti, ci sono state solo due cose che non mi sono piaciute, della serata: una è stato il continuo andirivieni di persone che entravano, uscivano, si sedevano, si alzavano, si spostavano. L’impressione, fortissima, è che parecchia gente fosse venuta a “timbrare il cartellino”, ad aggiungere un altro nome noto alla lista dei “questolhovisto”, e non a godersi tre ore di fottuto rock ‘n roll.

L’altra, è stato il minuto di raccoglimento per le vittime di Nizza, che ha aperto il concerto.

Ho scritto talmente tante volte di questi argomenti, che penso non ci sia neppure bisogno di ripetere il perché una simile scelta mi abbia seccato; ma, per chi capitasse qui per la prima volta e pensasse già di additarmi come nemico dell’ordine e della libertà (che per altro sono due concetti che io trovo abbastanza inconciliabili, ma comunque): di sicuro, non gioisco per la morte delle oltre ottanta persone, uccise anzitutto dalla follia (forse – o forse no – alimentata da un messaggio religioso in gran parte strumentalizzato e malinterpretato) di un altro uomo, ma penso si farebbe miglior uso di quel minuto in cui siamo stati in silenzio (ed al termine del quale, Dio santo, la maggior parte dell’uditorio ha pensato bene di applaudire: ma perché? Sarebbe a dire che quelle persone hanno fatto bene a morire -cit.- o addirittura l’attentatore ad ucciderle? Scusate la parentesi infinita, torniamo a noi) dedicandolo piuttosto alla riflessione. Che, come gli eventi di questi giorni dimostrano, Cartesio aveva torto, il buon senso non è la cosa meglio distribuita al mondo e, se lo è, un sacco di persone non lo sanno (tipo la Meloni che vuole introdurre il reato di integralismo islamico? Tipo).

Mi sarebbe piaciuto se Neil fosse entrato in scena, con la chitarra in pugno, a metà di quel minuto, e ci avesse mitragliato con le note di “Cortez the killer” o di “Pochaontas”, a ricordarci che non siamo decisamente noi, a poter dare lezioni di civiltà a chicchesia. E, pure, a dimostrarci tutta l’ipocrisia di chi esce di casa per andare a cantare a squarciagola le sue canzoni preferite (e, quindi, a divertirsi) e poi, per convenzione, sta in silenzio un minuto, per far vedere che nonostante ciò a quei poveri innocenti ci sta pensando, eh.

Neil non l’ha fatto, ma credo che sia stato perché neanche si sarà accorto che si stava compiendo un qualcosa del genere. Ricordatevi che è sempre un vecchietto che si addormenta davanti alla “Signora in giallo”, e che per di più non parla l’italiano. In questo senso, ha fatto una figura migliore di Bruce Springsteen che, durante il concerto al Circo Massimo di ieri, ha voluto mandare il suo saluto alle vittime dell’attacco terrorista di Nizza.

Springsteen è un altro dei miei idoli ed ha scritto, secondo me, alcune delle pagine più belle del rock di tutti i tempi (anche se era una frase pubblicitaria, aveva ragione, Jon Landau, quando negli anni Settanta scrisse: “Stasera ho visto il futuro del rock ‘n’ roll, ed il suo nome è Bruce Springsteen”); ma ogni tanto scade nella retorica, e questo non mi piace. Tra l’altro, Neil ha fatto una figura migliore, rispetto alla sua, anche perché, quando lui è salito sul palco a suonare, non c’era ancora stato il tentato colpo di stato in Turchia che, rispetto ai fatti francesi, ha fatto più morti (ma non si fanno gerarchie di tragedie, siamo d’accordo), molti ne farà ancora e per lungo tempo avrà conseguenze.

Perché il Boss ha voluto stringersi solo attorno alle vittime francesi? Anche lui, come i politici del suo stato, sta aspettando che la situazione in Turchia si stabilizzi per decidere da che parte stare? Oppure, è lui che sta gerarchizzando le tragedie, dicendo che una tragedia che capita a casa nostra merita maggior rispetto, rispetto ad una che capita a quegli altri?

Lo ripeto: sono riflessioni che ho già fatto in occasione della strage di Dacca, e di quella di Bruxelles, lo so. Ma non è colpa mia, se vedo ripetersi sempre gli stessi frame concettuali.

E allora, voglio dirlo di nuovo: gli attentatori d’Europa non ce l’hanno con l’Europa, o con il cristianesimo, o con l’Occidente. Ce l’hanno col mondo, e per motivi che probabilmente hanno poco a che fare con la religione e molto con l’emarginazione. L’attentatore di Nizza ne è l’esempio lampante: il suo ritratto sembra quello di un disadattato che ha incontrato sulla sua strada le persone sbagliate (i figli di puttana dell’ISIS), che non del fervente mussulmano che decide di eliminare gli infedeli per la maggior gloria della sua religione.

Che i politici pensino di porre rimedio a questo con “la sicurezza” (cioè, moltiplicando il numero già fin troppo alto di uomini armati nelle stazioni di ogni ordine e grado? Io ed Anita, in due giorni a Roma, abbiamo visto più mitra che chiese, ed è tutto dire), è sconfortante per quanto comprensibile; ma che uomini di cultura pensino che tutto possa essere risolto con “un abbraccio” (ai nostri vicini di casa eh, mica a quegli altri), fa davvero cadere le braccia.

Sarebbe bastato poco, Bruce. Sarebbe bastato estendere il tuo pensiero, oltre che agli amici francesi, anche agli amici turchi. Che, magari, adesso sono lì e pensano che non solo vengono discriminati da vivi, ma anche da morti.

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