A Roma andai, a voi ripensai – Prima parte

Ebbene sì, torno a parlare di Roma. Ma c’è un motivo preciso, per questa che potrebbe apparire come una mia monomania (e ricordiamoci che in Italia l’ultimo ad avere avuto una monomania per Roma è stato Mussolini, ed insomma la cosa non è che mi riempia di entusiasmo). Anzi, ad essere preciso, ce ne sono ben due.

Uno: come annunciato anche nel mio post precedente, ho trascorso gli ultimi quattro giorni impegnato in un concorso di secondaria importanza, uno di quelli che potrebbe solo cambiare la mia vita. Ora: datosi che il medesimo concorso teneva impegnate in tutta Italia qualcosa come tredicimila persone, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (da qui in poi indicato con un vezzoso nomignolo: MIUR), che quel concorso lo ha bandito, ha pensato bene di spedire ciascuno di noi a sostenerlo in una location ben precisa, scelta in base alla sua data di nascita ed alla sua regione di residenza. A me è toccata, appunto, Roma. E, siccome il concorso in oggetto mi ha tenuto impegnato solo al mattino, e solo per tre dei quattro giorni di cui sopra, ho ben pensato (come anche l’anno passato) di utilizzare il tempo che non ero impegnato a rispondere a domande incresciose sulla febbre mediterranea familiare (…) per andarmene in giro per la città che più amo al mondo.

Due: con mia enorme sorpresa, l’ultima volta che ho parlato della Città Eterna, qualcuno (che crederei ispirato in questo giudizio dai consigli del dio Dioniso, se non sapessi che l’unica sostanza allucinogena che assume è quella contenuta in tracce in qualche tè cinese dal nome impronunciabile) ha asserito, apparentemente senza vergognarsene, che gli sarebbe piaciuto andarsene a spasso per la Capitale con una guida turistica scritta da me. Questo qualcuno, poverino, non poteva sapere che uno dei sogni della mia vita è per l’appunto scrivere una guida turistica, e che così facendo ha, quindi, fatto quello che proverbialmente non si dovrebbe mai fare: ha disturbato il can che dormiva. Certo, ripeto, era totalmente all’oscuro di questo mio recondito desiderio; e tuttavia, se volete prendervela con qualcuno per i tre/quattro post che nei prossimi giorni leggerete a proposito di quanto io consiglio di andare a vedere a Roma, sapete con chi (figurati, Marco, tra amici…).

Un’ultima considerazione, prima di cominciare: penso che, nell’era di Wikipedia, sia ormai anacronistico scrivere una guida turistica tradizionale. Chiunque si trovi di fronte alla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini e voglia saperne di più, su quella chiesa e sui suoi architetti (che chi pensa che i cantieri a Roma durino anni solo ai giorni nostri, si sbaglia di grosso), basta che attacchi il 4G (se non sta già perennemente connesso), faccia una breve ricerca e si legga tutto il leggibile. Per questo motivo, questi miei articoli non assomiglieranno minimamente ad una Lonely Planet. Cercherò, invece, di far assomigliare i miei post ad una via di mezzo tra:

  • il diario di uno straniero dell’Ottocento impegnato in un Grand Tour, solo con meno esotismo;
  • un articolo dei miei, di quelli che portano il tag “Riflessioni in libertà”;
  • uno dei MERAVIGLIOSI articoli di wellentheorie (qui il suo ultimo post).

Bene, credo che questo sia più o meno tutti. Pronti via, si parte!

Gaberricci Planet – Roma – Giorno 1

Non sono pochi, i perigli che rischia di incontrare chi voglia raggiungere Roma; in generale, si può dire che se si abita fuori dal Raccordo Anulare, per andare da qualunque punto A, esterno al territorio del Comune di Roma, ad un punto B, che invece cade all’interno del pomerium, si deve mettere in conto che non esiste una formula matematica in grado di calcolare quanto tempo ci vorrà, e neppure se questo tempo possa essere calcolato in settimane galattiche standard, mesi, lustri o anni astronomici.

Conscio di ciò, decido di muovermi da casa mia (che da Roma dista circa cento chilometri) con un anticipo di circa diciassette ore. Tenuto conto di tutto, dovrebbero bastarmi; certo, l’invasione di carreggiata di Godzilla tra le uscite di Monteporzio Catone e San Cesareo potrebbe far saltare tutti i miei piani, ma mi sembra un’eventualità piuttosto remota.

La Cotral (Consorzio trasporti Lazio) decide di affidare la corsa delle 15.15 ad un autobus che sembra dignitoso (scoprirò poi di essermi sbagliato). Un paio di chilometri dopo la partenza, piombano su di noi, imprevisti come l’invasione di Godzilla di cui sopra, non uno, non due ma ben tre controllori. Vengono pizzicati senza biglietto un bambino di undici anni e due ragazzi africani. Scendono tutti dall’autobus, accompagnati dai controllori, e nessuno di noi sa della loro sorte; due signore sedute proprio dietro l’autista (a cui, per antica tradizione, sarebbe vietato parlare) trovano comunque giusto fargli le loro rimostranze, trovando scandaloso la disparità di trattamento tra un giovane rampollo di una nobile famiglia italica (che, mi pare di aver capito, avrebbe dovuto ricevere felicitazioni e complimenti per la geniale trovata di essere salito sull’autobus senza aver timbrato il biglietto) e due negri immigrati clandestini venuti per far saltare in aria il nostro paese (che, per lo stesso motivo, andrebbero condotti in fondo all’autobus e fucilati mentre il resto dei passeggeri si masturba furiosamente). L’autista tenta prima di spiegare loro quel principio giuridico per cui uguaglianza significa trattare nello stesso modo situazioni uguali, ed in modo diverso situazioni diverse; constatato che la sua fine conoscenza giuridica non impressiona eccessivamente le due dame, tenta di cavarsela con una battuta: “Signò, e se non vi sta bene andate al paese loro e non pagate l’autobus!”. Uno STACCE (cit.) di dimensioni considerevoli, +10 per l’autista. Ma le signore non se ne danno per intese e continuano con le loro geremiadi; una delle due (che afferma di abitare a Roma da quarantacinque anni, con l’aria di chi si aspetti che tutto l’autobus applauda) sposta il focus del discorso dai negri immigrati eccetera eccetera agli zingari, e mi pare di aver capito che secondo lei Giulio Cesare l’abbiano accoltellato tre zingari. Roma è una città magnifica, ma ci abitano un sacco di razzisti. Ad ogni modo, quando sento le ferali parole: “Sì, ma una volta magnavano ma facevano magnare anche noi”, decido di spostarmi in un posto fattori di rischio per ulcera-free.

Mentre l’autobus, certo per il desiderio dell’autista di liberarsi quanto prima delle due piattole degne rappresentanti del popolo dello Stivale, fa i duecentoquaranta in autostrada, d’improvviso, un boato risveglia il settanta per cento dell’autobus che sta sonnecchiando. Ora, è complicato spiegare cosa sia successo, ma ci proverò: avete presente quelle botole che ci sono sul “pavimento” degli autobus? Ecco, il coperchio di una di queste ha deciso bene di volarsene via, trascinando gli ignari occupanti, che pensavano ormai di essere al sicuro da Godzilla, nel bel mezzo del film “Twister”. L’autista, adeguatamente informato dal sottoscritto, rileva il problema, ma anche l’impossibilità di risolverlo, e propone un’artigianale quanto efficace soluzione: metterci sopra una valigia (che l’autobus avrebbe uno scomparto apposta per le valigie, ma tutti le hanno ovviamente portate a bordo, hai visto mai, tutti sti ne… ok, avete capito).

In quel momento, sull’autobus ci sono solo italiani da almeno sessantotto generazioni. Nessuno di loro, però, è disposto a rischiare il suo bagaglio. Sopra la botola ballerina, finisce lo zaino del vostro amorevole blogger di quartiere.

Com’è, come non è, arriviamo a Roma senza ulteriori contrattempi. Corro a prendere la metro A, quella che va da Nord a Sud passando per il centro città. Fuori è un deserto post atomico; dentro il treno (che arriva dopo neppure un minuto d’attesa) si aggirano un paio di pinguini. Non intendo delle monache.

A Termini, cambio e passo alla Metro B, quella che va da Rebibbia a Laurentina, per un puro scherzo del caso passando dalle parti del Colosseo. Penso di avere ancora addosso il sudore delle ottocentoquindici persone che occupavano i due metri quadri attorno a me. La climatizzazione è garantita dai finestrini aperti. Signora Raggi, spero lei abbia un’idea di uguaglianza migliore di quella delle persone con cui ho condiviso un autobus Cotral.

Il bed and breakfast che ho scelto si trova poco lontano dalla stazione Piramide della metro. La stazione si chiama così perché sorge proprio di fronte alla Piramide Cestia, costruita nel 12 a.C. per seppellirci Caio Cestio Epulone, membro di uno dei più importanti collegi di magistrati “religiosi” della Roma antica, gli epuloni, appunto. Il loro gravoso compito era occuparsi dell’organizzazione dei banchetti che accompagnavano talune cerimonie religiose.

Caio Cestio, certo incantato dalle immagini che provenivano dall’Egitto, appena annesso al nascente impero romano (che non è che le immagini viaggino solo nei nostri tempi, eh), aveva deciso che pure lui voleva andare a dormire il suo sonno eterno in una piramide, come i faraoni d’Egitto. Per questo motivo, aveva dato disposizione nel suo testamento che, entro 330 giorni dalla sua morte, i suoi eredi gliene costruissero una, pena la perdita dell’eredità. Pare che i parenti in questione riuscirono nel compito, addirittura con qualche giorno d’anticipo. Merito del desiderio di entrare in possesso delle finanze (certo non insignificanti) di uno che si chiamava Epulone, certo; ma, se volete sentire me, colpa anche del fatto che il cadavere iniziava a puzzare.

La Piramide Cestia, che debbo dire essere non disprezzabile per l’occhio, è stata costruita in calcestruzzo, che i romani erano più furbi degli egiziani; Wikipedia riporta che questo ha consentito di costruire la piramide ad un angolo molto più acuto, rispetto a quelle d’Egitto. E di evitare rivolte tra i costruttori, aggiungerei.

Sempre Wikipedia riporta un sacco di informazioni sulla camera sepolcrale di Caio Cestio, ma non posso dirvi quanto ci sia di vero perché io non l’ho vista. La piramide infatti è visitabile solo due volte al mese, ed io non ho avuto fortuna (questa, devo dire, è stata una costante di questo mio viaggio a Roma). La piramide, al giorno d’oggi, è inserita nel muro esterno del Cimitero Acattolico di Roma, di cui parleremo nei prossimi giorni; mi sembra di aver visto qualche impiegato del detto cimitero andare a fumarsi una sigaretta nel cortile attorno alla piramide, ma potrei essermi sbagliato.

Comunque, nel mio primo giorno di permanenza non ho potuto ammirare la piramide. Infatti, ho ritenuto più conveniente raggiungere il luogo dove avrei pernottato servendomi del sottopassaggio della stazione Ostiense, che pure è molto prossima alla fermata Piramide. La stazione Ostiense è stata costruita nel 1938, per la visita di Hitler a Roma, ed avrò modo di accorgermi che, be’, si vede. Dal lato che da su piazzale Ostiense, l’ingresso è proibito a chiunque non abbia un biglietto dell’ATAC. Quindi, se doveste andare a Roma seguendo questa mia guida, vi consiglio di procurarvene uno.

Il resto della serata trascorre in serenità, appena appannata dal fatto che la gentile signora che mi mostra la mia stanza mi fa presente che:

  1. il bed and breakfast è praticamente un bed and nothing, visto che la colazione non mi verrà passata;
  2. l’ultimo giorno di permanenza dovrò spostarmi in un’altra struttura, perché proprio nella mia stanza dovranno svolgersi importanti lavori.

Dico che non fa niente, ed intanto ripasso a mente il Martirologio Romano. Per chi non lo sapesse, il Martirologio Romano è un pratico manualetto che riporta tutti i santi cattolici; ci sono particolarmente affezionato perché l’ha scritto un mio conterraneo, Cesare Baronio. Uno che avrebbe potuto essere papa, se solo fosse stato un po’ meno filofrancese.

Anche la nottata trascorre tranquilla; cioè, tranquilla quanto può trascorrere la nottata di uno che il giorno dopo deve affrontare un concorso, ed a cui per di più hanno dato una stanza che assomiglia a quella in cui abitavano i Blues Brothers nell’omonimo film. Soprattutto per quanto riguarda i treni.

Non dico il nome del bed and breakfast, ovviamente, solo perché questo non è un blog pubblicitario, eh.

(continua)

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12 thoughts on “A Roma andai, a voi ripensai – Prima parte

  1. Complimenti, un ottimo inizio per la tua guida turistica di Roma. La scena dell’autobus è FAVOLOSA! Tra l’altro anch’io, ieri, ho trovato un razzista sull’autobus, ma non ho avuto la prontezza di rispondere bene come il tuo autista. Auguri per il concorso!!

  2. Grazie mille per la preziosa guida. A questo punto dovrò mettere in conto un viaggio a Roma.
    Per quanto riguarda i trasporti mi sembra di essere a casa: qui i bus si chiamano ataF invece che ataC, ma la musica è la stessa. La piramide Cestia l’ho vista dall’esterno una volta che sono andato a Roma per un corso di aggiornamento. Si vede che chi va a Roma per questioni di lavoro finisce nei pressi della suddetta Piramide…

    • Forse sei andato a fare il corso d’aggiornamento in quello stesso, assurdo cubo di cemento in cui sono finito io a fare il concorso. Ma il vero problema non è tanto l’ATAC, quanto i trasporti interurbani!

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