A Roma andai, a voi ripensai – Terza parte

Gaberricci Planet – Roma – Secondo giorno – Seconda frazione

Ci eravamo lasciati, l’ultima volta, davanti la Fontana dell’Acqua Felice, a largo Santa Susanna.

L’acqua Felice, chiariamo, si chiama così non perché abbia proprietà organolettiche particolarmente favorevoli (tra l’altro, quando la fontana fu inaugurata, dire ad alta voce “organolettico” conduceva, probabilmente, dritti dritti a Castel Sant’Angelo, all’epoca una prigione – dove è stato imprigionato anche Benvenuto Cellini, personaggio interessante di cui prima o poi toccherà parlare -); non più di quanto l’acqua Marcia si chiami così per il suo colorito verdino ed il suo odore sulfureo.

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Benvenuto Cellini

Il fatto è che la fontana fu realizzata sotto il pontificato di papa Sisto V, che per il secolo si chiamava Felice Paretti; il pontefice, comunque, doveva avere consiglieri d’immagine migliori di Quinto Marcio Re, il pretore romano che ordinò la costruzione dell’acquedotto romano che porta a Roma l’acqua col suo nome. Sisto V fu un pontefice importante per vari motivi; ad esempio, è sotto il suo papato che fu completata, ad opera dell’architetto Domenico Fontana, la cupola di San Pietro. Inoltre, inaugurò la tradizione del papa che, durante le “ferie” estive, “sposta” la sua residenza: a questo fine, acquistò una villa sul colle Quirinale. Quella villa rappresenterà la base per l’edificazione di quella che oggi è la residenza del presidente della Repubblica, a cui lavorerà lo stesso Fontana. Ma l’aspetto odierno del Quirinale è frutto dell’impegno congiunto di un mucchio di architetti ed artisti, che vi lavorarono in tempi diversi.

Largo Santa Susanna è, probabilmente, uno dei luoghi più curiosi di Roma, e sicuramente uno dei miei preferiti. Dico curioso perché ha la straordinaria caratteristica di essere al centro di tutto, e di essere ignorato dai più. Da largo Santa Susanna sono facilmente raggiungibili a piedi: piazza Barberini, via del Corso, via Veneto, il Quirinale stesso, piazza della Repubblica, la stazione Termini. Per questo motivo, romani e turisti la trattano più come un incrocio da attraversare con attenzione, che come luogo meritevole di attenzione.

Eppure, dall’altro lato della strada rispetto alla Fontana dell’Acqua Felice, sorge una chiesa, Santa Maria della Vittoria, che contiene una delle opere più importanti della storia dell’arte mondiale: l’Estasi di Santa Teresa di Gianlorenzo Bernini.

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L’opera rappresenta la transverberazione di Santa Teresa d’Avila. Questo termine difficile indica un evento piuttosto comune, nei resoconti delle esperienze mistiche dei santi cattolici: transverberare, in latino, significa trafiggere, e non sono pochi i santi che hanno raccontato di aver avuto visioni (o forse sarebbe meglio dire esperienze) di angeli che trafiggevano il loro cuore mediante una freccia o una lancia, donando loro, insieme ad un dolore grandissimo, una dolcezza tale che “non c’era da desiderarne la fine”, come dice la stessa santa Teresa nella sua Autobiografia (e da qui viene il nome con cui più comunemente vengono indicati l’opera ed il fenomeno, estasi). La freccia, ovviamente, rappresenterebbe l’amore di Dio; pure, non sono mancati psicanalisti che hanno voluto vedere nella transverberazione un riflesso di un desiderio sessuale (e ciò, ovviamente, soprattutto quando a viverla sono sante). Bella scoperta, verrebbe da dire: di una simile ambivalenza doveva essersi accorto anche lo stesso Bernini, e basta guardare il volto che ha voluto dare alla santa ed all’angelo, per rendersene conto.

Questo mio giudizio potrebbe apparire temerario, riferito ad uno scultore che comunque operò in tempi di Controriforma, quando l’arte sacra era qualcosa preso molto sul serio; non mancano, tuttavia, sul conto del Bernini, aneddoti che ne testimoniano lo spirito giocoso e la presenza di spirito. Si racconta ad esempio che, mentre veniva edificata la Fontana dei Fiumi di piazza Navona, molti popolani romani si fermassero ad ammirare il cantiere (non è che gli ummarel siano invenzione dei giorni nostri) e concludessero sconsolati che l’obelisco che il “cavaliere Bernini” voleva porci sopra non si sarebbe mai tenuto dritto, e sarebbe cascato giù. Bernini, evidentemente irritato dalla mancanza di fiducia nelle sue capacità, ordinò di assicurare con dei tiranti l’obelisco ai palazzi della piazza. Una resa, potrebbe sembrare: ma i tiranti che Bernini ordinò di fissare all’obelisco erano fatti di semplice spago.

Ci sta, dunque, che Bernini abbia voluto giocare sull’allusione sessuale in un’opera religiosa: d’altronde, Bernini è uno dei massimi esponenti (se non il massimo) del Barocco, che è un movimento artistico che proprio del contrasto e della giustapposizione tra opposti fa uno dei suoi punti di forza. Bellezza e terrore, attrazione e repulsione si scontrano e si armonizzano contemporaneamente: il giorno dopo aver (ri)visto l’Estasi di Santa Teresa, sono stato a Sant’Ivo alla Sapienza, chiesa romana realizzata da quello che fu il grande avversario di Gianlorenzo Bernini, Francesco Borromini. Ebbene, la facciata di questa chiesa evoca, con la sua superficie curvilinea, una viva ammirazione, appunto, ma, contemporaneamente, un senso di vertigine per il suo slancio in verticale: questa sensazione curiosa, per cui qualcosa ci affascina e contemporaneamente ci respinge, verrà chiamata dai filosofi dei secoli successivi sublime.

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Sant’Ivo alla Sapienza

Ma torniamo a Santa Teresa. L’opera in questione occupa l’ultima cappella a sinistra della chiesa di Santa Maria della Vittoria e veniva considerata da Bernini stesso la sua “men cattiva opera”. Giudizio in larga parte condivisibile: nel risicato spazio offertogli dalla cappella, di fatti, Bernini ricava un’opera grandiosa, che unisce in modo sorprendente architettura, ingegneria, scultura e teatro. Il gruppo marmoreo principale è scolpito con sorprendente maestria, e sembra davvero che la santa e l’angelo siano sospesi sopra una soffice nuvola: d’altronde, questa elevatissima capacità tecnica deve essere riconosciuta al Bernini anche dai suoi detrattori. Gianlorenzo Bernini, a soli diciannove anni, scolpì un’opera, la Capra Amaltea, imitando talmente bene la tecnica degli scultori ellenistici, che non pochi critici, anche esperti, l’hanno ritenuta un’opera originale del primo secolo dopo Cristo.

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La Capra Amaltea. Solo Roberto Longhi, nel 1926, la attribuì al Bernini. Attualmente, si trova alla Galleria Borghese.

Il gruppo marmoreo principale si trova al di sotto di una letterale cascata d’oro, illuminata dalla luce naturale, proveniente dall’esterno, attraverso una finestra che la trabeazione del “tempietto” sottrae alla vista dello spettatore: un ulteriore riprova che Bernini, oltre che scultore, architetto e pittore, era anche eccezionale illusionista. Di lato all’angelo ed alla santa, i membri della famiglia Cornaro, committenti dell’opera, osservano stupiti l’evento, come se fossero a teatro ed assistessero ad una rappresentazione sacra.

L’Estasi di Santa Teresa è stata una di quelle opere (insieme alla monumentale Fontana dei Fiumi di piazza Navona) che mi ha fatto cambiare radicalmente giudizio a proposito di Bernini: prima di ammirarle dal vivo, consideravo le opere del grande artista sì eccezionali dal punto di vista della realizzazione, ma comunque fredde ed anche un po’ paracule. Avendole ora viste nell’ambiente per il quale sono state pensate, non posso non riconoscere che Bernini possedeva non solo una grande capacità tecnica, ma anche buon gusto ed intuito, merci rare ai suoi come ai nostri giorni. Le sue opere non sono mai eccessive e non tentano mai di rivaleggiare in grandezza con ciò che le circonda; il senso di stupore che si prova di fronte ad esse deriva innanzitutto dalla grande capacità di fare le cose “con misura” che Bernini possedeva. Misura che passava innanzitutto dalla conoscenza dei luoghi, come accennavo: e questa, forse, è la più grande differenze che intercorre tra il Rinascimento ed il Barocco, tra Michelangelo e Gianlorenzo. Delle opere di Michelangelo, si comprende la grandezza anche nelle foto sopra un libro (anche se, viste dal vivo, fanno tutto un altro effetto); Bernini, invece, richiede un’esperienza diretta, un’osservazione “sul campo”. Se progettate un viaggio a Roma, tenetene conto.

Tra parentesi, devo dire che un simile senso della misura è apprezzabile anche nella tomba di Bernini, che si trova in Santa Maria Maggiore (nel braccio destro del transetto, se non ricordo male) e che si compone di una semplice lapide, col nome dell’artista ed alcune parole di lode. Una tale severità fa contrasto con l’enorme statua di Pio IX che (si fa per dire) impreziosisce l’entrata alla cripta, posta proprio sotto l’altare maggiore della basilica. Lo stesso contrasto regna anche al Pantheon, dove sono sepolti sia molti dei re d’Italia, in tombe sfarzose davanti alle quali sta sempre un picchetto d’onore del Movimento Monarchico Italiano (…), sia Raffaello Sanzio, in una tomba ancora più austera (e, dunque, ancora più bella) di quella di Bernini. C’è gente che ancora non ha capito che la bellezza passa dal meno e non dal più.

Ma comunque. Quanto ho detto su significa che Bernini ha fatto solo capolavori? No, ovviamente. La chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, ad esempio, che si trova, appunto, in via del Quirinale (da Santa Maria della Vittoria si raggiunge facilmente tenendo la chiesa sulla destra e poi andando sempre dritti) è stata una viva delusione. Tra l’altro, durante la mia ultima visita a Roma, non l’ho neanche vista: cercavo infatti di fuggire da una turista straniera che, dopo avermi chiesto dov’era via Nazionale (suscitando la mia sorpresa), aveva poi frainteso una mia indicazione e si era incamminata nella direzione sbagliata. Temendo di reincontrarla, ho quindi percorso via del Quirinale fino al punto in cui si apre in uno spazio verde ridicolmente piccolo, che sbuca su via Piacenza. Al centro di questo spazio verde (che qualcuno avrà anche avuto il coraggio di chiamare parco) si trova una statua di due carabinieri, realizzata per celebrare non so quale anniversario dell’Arma. Segno che i carabinieri continuano a mantenere un posto importante, tanto nella retorica della Nazione quanto nell’immaginario (nutrito da certe opere di narrativa popolare) dei nostri concittadini. I quali, evidentemente, non ricordano come ai carabinieri siano toccati nei duecento anni della loro storia anche compiti non esattamente lodevoli, come ad esempio quello di sparare sui militari che arretravano durante le cariche suicide della Prima Guerra Mondiale. Tra l’altro, in una delle opere più importanti della nostra letteratura (Pinocchio di Carlo Collodi) i militi della Beneamata non fanno esattamente una grande figura.

Il palazzo del Quirinale e, ancor di più, la piazza che ha davanti, invece, non sono mai una delusione. Dal portone d’ingresso della casa del presidente della Repubblica si ha una delle viste più belle di tutta Roma; io, per altro, ho avuto la fortuna di capitare da quelle parti sempre verso le sei di sera di un giorno estivo, e consiglio a voi di andare a vedere quel posto in queste condizioni: la luce è eccezionale e, se al contrario di me avete una fotocamera degna di questo nome, avrete un gran bello scatto per far capire ai vostri amici cosa significa Grande Bellezza. Tra l’altro, a dominare il panorama è la cupola di San Pietro: insomma, piazza del Quirinale unisce idealmente il potere temporale e quello spirituale di questo paese.

La piazza è impreziosita da una bella fontana, fatta (e ti pareva) di materiali di risulta: le due statue rappresentano Castore e Polluce, i famosi Dioscuri, che la mitologia greca vuole rappresentati dalla costellazione dei Gemelli, e provengono dalle Terme di Costantino, che si trovavano poco lontano dal Quirinale.

I due gemelli erano figli di Zeus e Leda, e dunque fratelli di Elena di Troia; inoltre, parteciparono alla spedizione degli Argonauti, il cui intento era recuperare il Vello d’Oro. Qui, i gemelli sono ritratti mentre tentano di tenere a bada i loro cavalli.

La fontana è frutto di numerosi rimaneggiamenti: le due statue sono state poste nelle più svariate posizioni, ed il bacino che raccoglie l’acqua è stato cambiato svariate volte durante i secoli. Quello attuale proviene da un abbeveratoio per animali che papa Sisto V (sì, lo stesso di cui abbiamo parlato a proposito della Fontana dell’Acqua Felice: e d’altronde, è proprio l’acqua Felice quella che sgorga dalla Fontana dei Dioscuri), avendone poca stima, aveva fatto realizzare a Giacomo Della Porta (che è anche uno del mucchio di architetti che hanno messo mano al Palazzo del Quirinale), e che Pio V in seguito farà recuperare e piazzare sotto le due statue. A distanza di qualche secolo, comunque, ci sentiamo in diritto di dire che sul Della Porta Sisto V era in torto.

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La Fontana dei Dioscuri. La vista che si ha da piazza del Quirinale non ve la metto, che è qualcosa che vale la pena di scoprire dal vivo.

Proprio davanti a piazza del Quirinale, via del Quirinale curva a sinistra diventando via Ventiquattro Maggio, che si dirige verso largo Magnanapoli, passando davanti le Scuderie del Quirinale. Proprio qui, mi hanno fermato quattro turisti francesi, chiedendomi dove fosse la Fontana di Trevi. Posso fantasticare finché voglio, ma Fellini ad Anita Ekberg ha chiesto d’andarsi a sciacquare le gambe lì, e non altrove.

Largo Magnanapoli, possiamo dire, equivale a piazza di Santa Susanna, in quanto a “curiosità”: permette di raggiungere via Nazionale, piazza Venezia, via dei Fori Imperiali in pochi minuti, ma anche di per se stessa ospita un paio di chiese (che non sono riuscito a visitare, perché erano chiuse) che credo meriterebbero miglior fama. Da largo Magnanapoli parte anche via Panisperna, per quelli di voi che vogliano ricordare che la fisica odierna è stata “inventata” in larga parte da italiani (che furono poi costretti a fuggire all’estero per via delle beghe del fascismo, sottolineerei).

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Se proprio volete un consiglio (e se siete arrivati fin qui, probabilmente lo volete), io vi consiglio di prendere, da largo Magnanapoli, la Salita del Grillo, che conduce a via dei Fori Imperiali attraverso la via Alessandrina. In questo modo, vi eviterete la bruttura che è l’Altare della Patria (che ha proprio le caratteristiche opposte rispetto alle opere del Bernini: è infatti un’opera smisurata, nel senso sbagliato del termine). Mentre percorrete la Salita del Grillo in discesa, fate attenzione alla vostra destra: ad un certo punto, incontrerete l’ingresso all’area del Foro di Augusto, che è liberamente visitabile grazie ad un sistema di passerelle. Dal Foro di Augusto, potete reincamminarvi in direzione del Colosseo (girando a sinistra), oppure tornare verso piazza Venezia (andando a destra). Certo, c’è l’Altare della Patria da scansare, ma anche da lì si possono raggiungere un sacco di belle cose: piazza del Campidoglio, Santa Maria all’Ara Coeli ed il Teatro di Marcello (in pratica, un Colosseo) in piccolo.

Io ho optato per la prima ipotesi, e qui mi rimarrebbero da fare un paio di considerazioni sull’Arco di Costantino: ma ho scritto già 2355 parole, voi sarete esausti e, quindi, me le tengo come preambolo per la prossima puntata.

(continua. Le immagini non mi appartengono, ma appartengono ai rispettivi proprietari)

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